Morire a 3 anni sciando a Gressoney. Piste, sci e “missili”. Ecco come può accadere

di Franco Manzitti
Pubblicato il 11 Marzo 2014 6:46 | Ultimo aggiornamento: 10 Marzo 2014 18:16

ambulanza neveROMA – Sciare, volare, morire sulla neve, quando intorno sembra ci sia solo il paradiso delle montagne, degli abeti, del cielo blu, finalmente del sole. Come è possibile morire, quando hai tre anni e scii per la prima volta dietro il tuo maestro, nelle fila dei bambini come te, ordinati e precisi, il casco in testa, le racchette impugnate bene, le gambe aperte nello spazzaneve che frena la discesa, uno dietro l’altro in sicurezza, con le mamme e i papà che aspettano la fine della lezione in fondo alla pista?

Come è possibile che sia morta, e la parola il verbo sono tanto forti che li rifiuti, quella bimba sulla pista del Wissmatten a Gressoney Saint Jacques, Val d’Aosta, una delle stazioni invernali più a misura di famiglia, anche di bambino, Matilde De Laurentis di Milano, che scendeva dietro il maestro Bruno Tedy, ex campione delle Fiamme Gialle, sciatore esperto e tranquillo, al quale era stata affidata quella classe di bimbi piccolissimi? Otto piccoli bambini, uno dietro l’altro, a lezione dal maestro più esperto.

Era come se facessero le aste sulla neve invece che sul quaderno della prima elementare i piccoli in discesa, in quella domenica stupenda di luci e colori, una cartolina dalla montagna più bella e più sicura.

Si scia presto oggi, si incomincia molto prima che andare a scuola. A tre anni i bambini hanno già la stabilità necessaria per scendere con gli sci, hanno la sensibilità per stare dietro al maestro e ai compagni: curvare, rallentare, stare attaccati al terreno, alla pista sulla quale sembrano tanti pulcini, come una nidiata, ordinata dietro alla chioccia.

A tre anni non si ha il senso del pericolo, non si ha paura della velocità, non si pensa che il mondo intorno ti sia nemico, che improvvisamente in quel paesaggio incantato della neve, della seggiovia che sale e scende, del maestro che ti guida, possa entrare come un missile un pericolo terribile.

Domenica su quella pista, una strada larga, un tratto facile dietro un dosso che lo nascondeva, ma che le guide di Gressoney avevano segnalato con un cartello chiaro (“ Attenzione dosso, rallentare”), il missile, il proiettile è un ragazzo di soli sedici anni, di Chieri, che conosce quelle pista, quella pista maledetta, meglio delle sue tasche, perché la sua famiglia ha una casa da quaranta anni a Gressoney e lui ha imparato a sciare lì, probabilmente come sta facendo la piccola Matilde, quando aveva tre, quattro anni. La sua casa è proprio in fondo a quella pista.

Il ragazzo scende insieme a un amico, con la sicurezza della sua età spavalda e sicura, con ai piedi quegli sci moderni che ti consentono molto, che ti fanno girare quando vuoi, che ti fanno saltare, volare, quella è la sensazione che provi di quasi onnipotenza, di controllo della velocità, della tua capacità di evitare gli ostacoli, che sono sopratutto gli altri sciatori, ancor più che le difficoltà del terreno, i bordi della pista, gli alberi, le cunette. Il ragazzo vede quel dosso e salta perché alzarsi in volo sugli sci anche per pochi centimetri di altezza e per qualche metro in avanti è come la sublimazione di quello sport che si esalta proprio nel volo, nella confidenza di salire in alto, sicuro che atterrerai tranquillo, composto con gli sci sulla neve e riprenderai il tuo ritmo.

Ma dietro quel dosso ci sono i bimbi in fila dietro il maestro e il ragazzo ci è sopra senza accorgersene quasi e non riesce a evitare quella nidiata di piccoli atleti, compunti nel loro compito, sicuri che nulla potrà minacciare la loro lezione, che il maestro li protegge da tutto. Sono nelle sue mani e loro si stanno divertendo come in un gioco stupendo. Si chiamano l’un altro, si aspettano quando il maestro si ferma per controllare meglio la discesa dell’uno e dell’altro e per dare i consigli e i suggerimenti.

Il ragazzo che scende come un proiettile ne colpisce tre di quella fila.

“Andava a una velocità molto forte”_ dichiarerà dopo la tragedia la Pm di Aosta che conduce l’inchiesta, Marilinda Mineccia della Procura di Aosta. Due bimbi cadono senza ferirsi quasi illesi, mentre la piccola Matilde, colpita in pieno a un fianco sembra subito molto grave anche se non perde conoscenza. Il ragazzo si ferma sugli sci, forse non capisce cosa è successo come il maestro che era di spalle perché conduceva la fila e ci mette qualche minuto a valutare la gravità dell’incidente.

Arrivano i “pisteurs” l’organizzazione di sicurezza che controlla le piste, fatta di esperti sciatori, alpinisti, medici di pronto soccorso, organizzati dalla Regione e dalle istituzioni turistiche e parte subito il tentativo di salvare la piccola Matilde.

Il ragazzo-investitore capisce il dramma e, in piedi sulla pista sulla quale pochi minuti prima volava, incomincia a tremare come una foglia dallo choc, raccontano i cronisti de “La Stampa”.

Anche il maestro Bruno Thedy subisce lo choc di quel fulmine caduto sulla sua fila di bambini, otto uno dietro l’altra, che scendevano sotto la sua protezione, lungo la pista blù, poco sotto la fermata intermedia della seggiovia di questa “storica” pista di Gressoney. Arriva l’elicottero per cercare di salvare la vita di Matilde, che intanto ha perso conoscenza, ma non ci sarà nulla da fare. Il piccolo cuore della bambina si ferma alle 15,40 di quella domenica di sole e neve, che la valle aspettava da tanto dopo un inverso di grandi nevicate e di cielo da valanghe. E che non dimenticherà più per il lutto che la segna tragicamente: una bimba , la più piccola che paga con la vita.

E così ricomincia la polemica sulla sicurezza delle piste e sui troppi incidenti che capitano e non solo per le valanghe e che ora, con una morte a tre anni della più piccola sciatrice mai caduta per un incidente di questo tipo, diventa una emergenza. I responsabili dei pisteurs, la sicurezza che ha questo nome nella Valle d’Aosta, capitale dello sci italiano, lanciano il loro Sos e chiedono che siamo ampliati i loro poteri di intervento sulle stesse piste dove loro potrebbero “fermare” gli sciatori pericolosi, quelli che corrono troppo e sui quali può intervenire solo la Polizia che presidia gli impianti, ma non lo può fare capillarmente. Chiedono i pisteurs anche una divisa che li renda riconoscibili nel mondo variopinto delle piste e li accomuni alle stesse forze di polizia, con lo scopo di servire da deterrente alle spericolatezze e alle imprudenze che sono all’origine delle tragedia come quella costata la vita della piccola Matilde e segnato per sempre il sedicenne investitore.

Tutto torna a quello che sono diventate le piste da sci e a come viene interpretato questo sport così popolare, in un paese che ha montagne tanto adatte a praticarlo e tanta capacità attrattiva turistica.

Volare, sciare, sentire l’ebbrezza della velocità sulla faccia e negli occhi o più semplicemente e con minor spirito atletico sportivo, scendere dalle montagne, tra i boschi e lungo i pendii, in altura, ma anche più in basso: lo sci si è molto complicato, è diventato quasi uno sport pericoloso anche per le famiglie che lo praticano come uno degli svaghi più salutari e più divertenti.

Gli incidenti come quello di Matilde e del ragazzo   sedicenne che incrociano le loro vite a Gressoney in modo tanto tragico e definitivo sono favoriti dalla modernizzazione degli attrezzi con cui lo sci si pratica e dalla semplificazione che le piste di discesa hanno subito negli ultimi decenni. Gli sci sono diventati attrezzi manegevolissimi, da lunghi e pesanti che erano. Sono molto meno faticosi, consentono performance più che impegnative a tutte le età. E questo aspetto facilita la diffusione dello sport e riempie le piste anche di inesperti e meno sicuri e anche di irresponsabili che si scatenano senza considerare il contesto in cui si muovono. Qualcuno scende come in una piacevole e rilassante gita, qualche altro scende come se fosse in una gara di velocità dove giocarsi chissà cosa.

Non solo: sulle piste si scende anche con altri attrezzi, diversi dallo sci, come le tavole da snowbord, preferite da una popolazione più giovane, ma anche necessariamente più spericolata.

E’ come se su una pista per ciclisti si aggiungessero le motociclette, un mezzo simile ma diverso. Ma per tutti il terreno è lo stesso, stessa pendenza, stessi percorsi. In questo modo le discese sono diventate avventure, con un pubblico che partecipa con diverse motivazioni e diversi percorsi, per tecniche differenti di scivolamento.

Non basta: la facilitazione delle attrezzature e la loro multiformità è andata di pari passo con la semplificazione delle piste. Per richiamare un pubblico più folto, più turisti, più consumatori di skipass, più frequentatori delle località turistiche, da molti anni le piste sono state spianate, rese più lisce, più veloci, meo faticose. E questo è accaduto ovunque, in modo che sciare fosse più facile e meno faticoso: meno gobbe, meno cunette, meno dossi, anche se qualcuno rimane come quello fatale di Gressoney.

Si sono anche molto modernizzati i sistemi di trattamento della neve che i mezzi meccanici spianano, mentre prima la battitura era affidata solo alla forza fisica dei battitori, che risalivano a piedi i pendii, per spianarli con i loro sci. Il risultato è di avere discese perfette, senza quasi asperità che invitano a tuffarsi e dove si fatica meno. L’altro risultato è che ora la maggior parte di incidenti sono gli scontri, i contatti violenti tra sciatori che approfittano delle condizioni favorevoli per sfidarsi in velocità o, comunque, per affollarsi sulla stessa direttrice.

Un tempo sulle piste si cadeva e ci si faceva male da soli, perché gli sci erano difficili da manovrare e gli ostacoli faticosi da superare. Oggi ci si scontra in una gimkana spesso forsennata, su uno scenario nel quale scendono insieme gli spericolati, gli snowborder con le tavole, le classi dei bambini dietro il maestro come la povera Matilde, o le famiglie con il papà che fa da apripista.

Ecco spiegato come può accadere una sciagura simile a quella di Gressoney nella quale perde la vita una bimba di tre anni, travolta da un sedicenne spericolato. E’ come mettere sulla stessa strada insieme alle moto e alle biciclette e alle auto di grande e piccola cilindrata un triciclo da bambini. Non lo faremmo mai, ma nello sci moderno questo è possibile e può diventare , appunto letale. Perchè ce ne accorgiamo solo quando soccombe il più debole, in questo caso una bimba di tre anni?