Piero Ottone, 90 anni: Licenziai Indro Montanelli per una intervista di fronda

di Franco Manzitti
Pubblicato il 17 Aprile 2014 8:02 | Ultimo aggiornamento: 17 Aprile 2014 0:36
Piero Ottone, 90 anni: Licenziai Indro Montanelli per una intervista di fronda

Piero Ottone: per questo licenziai Indro Montanelli

GENOVA – Piero Ottone, anzi Pierleone Mignanego, come esattamente si chiama questo grande giornalista che sta compirà novanta anni il prossimo 3 agosto e li celebra con un libro di Longanesi, appunto intitolato “Novanta”, sembra quel che forse ha sempre sognato di essere.

Siede impettito, ma non troppo, che non è nel suo stile di understatement, sul piccolo palco in fondo alla sala d’onore della Casa del marinaio di Camogli, davanti a quelle finestre affacciate su un mare da togliere il respiro. Dalla finestra di sinistra sbuca il Promontorio di Portofino con il profilo della costa che scorre fino a Punta Chiappa.

Dalla finestra centrale si fronteggia l’orizzonte di un tramonto di primavera, non sfolgorante ma con le tonalità di rosso al posto giusto. Dalla finestra di destra Genova che sfuma nell’arco della sua costa, del suo waterfront si direbbe oggi, la città di Ottone, quella che lui ha sempre osservato con il suo modo fermo e immutabile di testimone, di spettatore, niente più di quello, ma con uno sguardo continuo che neppure i novanta anni di oggi appannano.

Piero Ottone nel giorno di questa prima presentazione del suo libro riassuntivo (“l’ultimo – dice – non vi tedierò più”, ma non molti ci credono nella sala affollata di un sabato dolce, da mimosa sfiorita e glicini in parata dolce) sembra essere quel che ha sempre sognato di essere: parlare di giornalismo, di una vita da giornalista come è sempre stato ed ancora è, degli altri giornalisti della sua lunga e proficua vita, del paese e del mondo in cui vive e lo fa seduto come potrebbe farlo un capitano di nave, di bastimento o anche solo della sua piccola barca di dodici metri, un capitano Achab, che ha sfidato a lungo il mare vero ed anche quello dei giornali con l’essenzialità della sua rotta, sempre dritta, della sua divisa da marinaio e da giornalista, sobria ma elegante, ineccepibile come il giorno del suo unico naufragio, davanti alla costa tunisina, dopo l’impatto con una secca traditrice e lui scese a terra sul canotto di salvataggio in perfetto blazer blu con il passaporto nella tasca all’asciutto.

Un giornalista-marinaio che quella rotta se l’è scelta subito, perchè gli piaceva e non l’ha mai abbandonata, come non ha mai lasciato il suo stile glabro di scrittura, secco, diretto e quel modo di fare il giornale, quando li ha diretti, capovolgendo il destino de “Il Secolo XIX”, giungendovi dopo una gran carriera di inviato e corrispondente al “Corriere della Sera” nel 1967, con un successo che quasi raddoppiò le copie vendute, introdusse un nuovo modo di fare il giornale e impiantò per decenni e decenni la forza di quel tipo di informazione in tutto l’arco ligure.

Con lo stesso stile prese il timone della corazzata del “Corriere della Sera”, dopo la direzione di Giovanni Spadolini, il futuro leader repubblicano e primo ministro, modernizzandolo, sempre con quello stile frontale, suscitando reazioni diverse, anche fieramente contrapposte, di una parte della borghesia lombarda e provocando anche la leggendaria secessione di Indro Montanelli e dei suoi fedelissimi, che andarono a fondare il contraltare del “Corriere” nella stessa Milano, “Il Giornale”, oggi supremo organo berlusconiano, così distante dallo stile di Indro e dei suoi.

E poi andandosene anche lui stesso dal Corriere, senza neppure sbattere la porta, ma con il suo stile english di grande distacco, quando la puzza di bruciato e di un arrosto P2 stava giù bruciando nella redazione più nobile d’Italia ed era impossibile per un capitano come lui stare ancora un secondo li.

Via subito dalla nave con la divisa impeccabile, mentre quanti si inzaccheravano con il fango che avrebbe poi minacciato di inghiottire il giornale?

E, dopo, nessuna altra direzione, che se tu hai timonato il Corriere in quel modo e in quei tempi, non ci sarà bisogno di dirigere nessuna altra orchestra e ti basterà occuparti sempre di giornali, di scriverci sopra, di pensare ai tuoi libri e alle sfide moderne dell’editoria. Senza mai perdere di vita la barca, le rotte del mare, le sfide delle onde, fino alle Azzorre andata e ritorno, senza sbagliare gli Alisei o la Turchia, come non si bagliava una notizia o il modo di valorizzarla e di “condirla”, aprendo visuali nuove a chi legge e cerca di capire.

Testimoniare cercare di far capire, come quando Ottone si inventò Pier Paolo Pasolini sulla “prima” de Il Corriere, nei giorni della contestazione violenta e degli scontri tra i poliziotti figli del popolo e gli studenti, figli della borghesia e il poeta, regista-scrittore, spiatellò sul giornale la sintesi di quello che si percepiva, ma che nessuno aveva il coraggio di raccontare direttamente.

Sta, dunque, come un capitano che pilota la sua nave, che è stato ed è ancora il suo mestiere, Piero Ottone con in mano i suoi Novanta anni e non mostra incertezze, in pugno il suo bastone di sostegno, che sembra veramente il suo timone e con le idee chiare, anche di fronte alle domande del pubblico e alle parole dei suoi presentatori, che non sono personaggi a caso, Carlo Rognoni, giornalista, direttore anche del suo stesso “Secolo XIX” molti anni dopo, ex senatore Ds, oggi grande esperto della comunicazione e Gianna Schelotto, anche lei ex senatrice Ds, psicoterapeuta, con una grande pubblicistica pubblicata sui tormenti sociali moderni. Due modi diversi di leggere il libro di Piero Ottone e di cavare dal suo personaggioo quel che è difficile cavare a questo punto, visto che la rotta è quella e il capitano non cambia nulla, né stramba, né aggiunge un fiocco.

“Alla fine bisogna ammetterlo, si scrive un libro perchè si ha piacere di farlo, per nessun altro motivo “, spiega Piero Ottone, introducendo il dibattito e la ragione di questo “Novanta” con il sottotitolo “Quasi un secolo per chiedersi chi siamo e dove andiamo noi italiani”.

“All’inizio pensavo che la ragione di questo libro fosse quella di lasciare una traccia: ho vissuto tanto a lungo, ho viaggiato tanto, ho conosciuto tante persone interessanti…..C’era da raccontare il declino della nostra civiltà occidentale europea, spiegare il suo destino, ma poi, piano piano ho capito che quello scenario sfuggiva alla gente, così impegnata a seguire il proprio di destino, senza calcolare quello di tutti……”

Il piacere di scrivere quello che si desidera, ecco, alla fine, la spiegazione di questo libro e di un mestiere, confessa Ottone, che nei “Novanta” della sua storia ne ha tanto da raccontare, a incominciare dalla felicità di quel viaggio in treno di ritorno da Torino, dove a lui diciannovenne, Massimo Caputo, direttore della “Gazzetta del Popolo” che stava finendo di chiamarsi, in quel 1945, “Gazzetta d’Italia”, gli aveva aperto la porta del giornalismo.

“Ottone era un moderato di sinistra con grandi frequentazioni, amico di Gianni Agnelli e Carlo De Benedetti, con la passione della barca, non un grande yacht, un dodici metri “, azzarda con qualifica di schierameto politico sul radical chic Carlo Rognoni, uno dei presentatori del libro. Ottone dalla sua tolda non altera di un grado il suo sorriso, che non è di assenso alla definizione, è semplicemente la faccia di Ottone davanti a tutti i tentativi di smuoverlo da quella sua posizione di testimone-spettatore, che è la sua cifra di giornalista e che mai per tutta la vita ha abbandonato, anche quando ha giudicato, perfino tempestato, alcune figure politiche dei suoi Novanta, in primis il cavalier Berlusconi, del quale nel pomeriggio di Camogli neppure si sfiora se non per la battaglia di Segrate e per il tradimento di Crisina Mondadori, che aveva firmato il patto di accordo con il Gruppo Espresso e poi si smentì, passando col Berlusconi. Anche a questo ricordo Piero non modifica il suo sorriso, che molti definirono anche mefistofelico, ma che, invece, è solo Ottone che “guarda”.

Già le donne? L’altra relatrice Gianna Schelotto vorrebbe scalfire le corazze del grande marinaio, che ha attraversato tutte le tempeste, abbordandolo con il lato femminile. Ma non è facile. In sala c’è Anne la moglie danese, conosciuta in un favoloso ristorante di Mosca che si chiamava Gabbiano e da lì ogni barca di Ottone si è chiamata Gabbiano in lingua danese.

“Cosa sceglieresti nel tuo passato, cosa cambiersti di questi Novanta?”, chiede la Schelotto.

“ Sarei rimasto sempre al “Secolo XIX”, non me ne sarei mai andato, ma come si faceva nel 1972 a dire di no alla richiesta di dirigere “Il Corriere”?”

“Il Secolo XIX”, tra il 1967 e il 1972 della offerta della famiglia Crespi, era Genova, era un giornale decollato, era il mare, la barca, questa scena stupenda dai finestroni di Camogli…..

E invece tornò il Corriere, nel quale Ottone aveva percorso già una grande carriera da corrispondente, il primo a installarsi nella Mosca della guerra non fredda, gelata degli anni Cinquanta, poi Londra che lo marchiò con il suo stile english, per il quale Ottone è stato sempre identificato.

Il Corriere lungo il filo della memoria vuol dire quei cinque anni di direzione spacca-tradizione, in qualche modo rivoluzionaria, nella quale Ottone dimostra, da quel grande giornale e la sua tolda da corazzata del giornalismo italiano che il comunismo non è un tabù inaffrontabile e ne mostra il volto senza pregiudizi, da testimone, non solo raccontando e facendo raccontare, ma usando “armi” improprie e sconosciute come la poesie e gli scritti di Pasolini, ma “aprendo” il giornale” e sconvolgendo la borghesia lombarda che allora era, tout court, la borghesia italiana.

E qui, sempre nella dolce pomeriggio di Camogli, arriva la confessione totale che sulle labbra di Ottone non è tale, ma solo un racconto completo di un rapporto difficile con un’altra arcistar del giornalismo di quegli anni Indro Montanelli, della categoria dei “narcisi”, alla quale molti giornalisti appartengono, Montanelli, Scalfari e tanti altri molto molto meno noti sì, ma Ottone sicuramente no.

Alla domanda secca dal pubblico sul perchè del clamoroso divorzio tra Indro e il Corriere, tra la grande firma e il giornalone, Ottone si diverte quasi a offrire pienamente la ragione di quello strappo, di quel divorzio che portò Montanelli e i suoi fedelissimi, Biazzi Vergani, Bettiza, Zappulli, Piovene, Fejto, Cervi e tanti altri a fondare “Il Giornale” in contrapposizione totale, per dare voce alla borghesia tradita.

“Non una sola volta ho discusso del giornale con Indro, mai mi ha criticato direttamente e personalmente, anche se sapevo perfettamente cosa diceva del mio modo di dirigere. I rapporti tra di noi erano inceppepibili. Ma poi accadde che Montanelli concesse una lunga intervista su un settimanale a Cesare Lanza, un gionalista che conoscevo bene. L’avevo assunto a “Il Secolo XIX” e poi era andato a dirigere “Il Corriere d’Informazione”, quotidiano milanese della sera. In quella intervista c’erano critiche durissime al mio modo di fare il Corriere, c’era l’accusa di tradire la borghesia lombarda. Fu allora che con i Crespi decidemmo che non poteva più restare con noi, che era stato sleale. Andai io a dirglielo di persona nella sua bellissima casa di piazza Navona. Fu un pomeriggio triste, molto triste, ci abbracciammo quasi, dicendoci addio. Non mi ero tanto offeso per quella slealtà, ma prima ancora di tutto, quando Montanelli non difese Alfio Russo un grande giornalista, direttore precedente Spadolini, che fu licenziato per quello che Montanelli diceva di lui……Gli faceva la fronda e non lo difese quando decisero di metterlo fuori.”

“Non vi annoierò più, promette Ottone, questo è l’ultimo libro, chiudendo l’incontro che è il primo per raccontare il suo “Novanta”, diciottesimo libro della sua carriera. Ma pochi ci credono. Basta spiare lo spirito del direttore che scende la scala della Casa del marinaio nel tramonto camoglino, basta seguire il suo sguardo ironico e sorridente, il mare che sta di sotto, a picco sotto la sua casa, intorno al piccolo porto e le navi che sfilano all’orizzonte avanti e indietro, davanti alla sua tolda.