Ponte Morandi: ritardi, deviazioni, perizie. Uno, due anni in più

di Franco Manzitti
Pubblicato il 16 aprile 2019 7:37 | Ultimo aggiornamento: 16 aprile 2019 7:16
ponte morandi

Ponte Morandi: ritardi, deviazioni, perizie. Uno, due anni in più

Nel giorno dell’ottavo anniversario del crollo sali pure sulla collina di Coronata, il terrazzo sul ponte, il Belvedere – se lo puoi chiamare così, che da qui guardi una specie di abisso di sciagure e non è certo un bel vedere – sul Ponte Morandi sminuzzato e con l’occhio puoi calcolare quello che resta da fare, mentre le rose bianche dell’anniversario si bagnano nelle acque sporche del Polcevera.

Otto mesi dopo, da questa prospettiva in alto, vedi bene tutto quello che fu il ponte di un chilometro e 182 metri, le travi già calate a terra, le gru alte 80 metri che sono cresciute intorno al cadavere del viadotto, gli altri mezzi che si affannano, i cantieri, gli uomini arrampicati sopra e soprattutto quel senso di vuoto che respiri osservando gli spazi aperti tra una pila e l’altra, la voragine assassina dei 43 morti e le altre, che i demolitori aprono per spianare tutto e incominciare a costruire il nuovo ponte.

E’ come un pellegrinaggio questo salto in su a Coronata, dove prendi le misure di tutta la valle e puoi anche dire a te stesso la verità e dare corpo a tutto quello che la città sussurra o anche grida o sospetta.

Siamo in ritardo. Avrebbero già dovuto incominciare a ricostruire e, invece, la demolizione sta diventando un rebus e non solo per colpa dell’amianto, che hanno trovato in particelle minime nelle pile già lavorate, ma ancora di più per colpa di quello che troveranno nelle pile “strallate”, la 10 e la 11, quelle che facevano assomigliare il Morandi al ponte di Brooklyn e che incombono sulle case di via Porro e del Campasso, dieci, dodici edifici svuotati degli sfollati, per i quali il ponte era il tetto e che ora stanno lì come fantasmi in attesa di sparire. Ma quando?

Amianto vuole dire niente uso di esplosivo e se non ci metti la dinamite, che “sparerebbe” il veleno nella valle già martoriata abbastanza, come fai a demolire? La pila 5, sulla quale stanno lavorando i lillipuzziani delle ditte demolitrici, sarà distrutta in 15 giorni, segata, imbragata a pezzi, calata giù. E quanto ci metterai e quali rischio correrai per la 10 e la 11? Le gru dovranno far salire gli uomini fino a 80 metri, su nel cielo per lavorare al “taglio” degli stralli e che operazione è questa e quale rischio rappresenta con gli operai lassù a rischiare molto?

E poi come si farà a distruggere quei palazzi svuotati dei loro abitanti senza usare la dinamite? Palazzi di otto piani, scale, tetti, poggioli, uno attaccato all’altro, una specie di piccola muraglia che dovrà essere spianata per lasciare il passo al nuovo ponte, alla sua struttura semplice di 18 piloni, le travi fatte a forma di nave, come ha disegnato Renzo Piano, le due corsie, più quelle di emergenza, gli impianti moderni che illumineranno dal basso le nuove campate.

Se chiedi la data del fine lavori al supercommissario, il sindaco Marco Bucci, lui ti risponde con la faccia di sempre: 15 aprile 2020, tra un anno esatto e lo stesso ti ripetono tutti, dal presidente del consiglio Giuseppe Conte, al ministro Danilo Toninelli, che aggiunge minaccioso: “Non sarà tollerato un minuto di ritardo.”

Ma che cosa potrebbero dire di diverso oggi che il treno della demolizione&ricostruzione deve correre, correre, senza fermarsi? Guai a mettere in discussione l’operazione che Genova, l’Italia, il mondo guardano con attenzione e con la quale ci giochiamo l’immagine dell’efficienza italiana.

“Il treno deve correre senza incertezze, senza modificazioni di progranmi – dice ai suoi collaboratori il sindaco-commissario – se insinuiamo il dubbio qualche vagone potrebbe rallentare e non si può.”

E allora vai con l’ottimismo di bandiera e non solo. “ I ritardi iniziali per la presenza di amianto li abbiamo già recuperati “ _ sostengono nella struttura commissariale, dove stanno molto attenti alla difesa ambientale, affidata a un subcommissario, Luciano Grasso, un superdirigente molto quotato della Sanità ligure. Così tutta l’operazione sta sospesa tra gli accertamenti che l’Arpal, l’agenzia regionale dell’ambiente, compie continuamente sui reperti del ponte, quelli in piedi e quelli già calati dall’alto, tra le soluzioni che le ditte demolitrici studiano notte e giorno per accelerare i tempi, tra le azioni della magistratura, che deve gestire i sequestri del materiale da sottoporre a continue perizie e dare il tempo ai tecnici di studiare tutto per accertare le responsabilità del crollo e, infine, tra la volontà di non perdere tempo, gli imperativi categorici del cronoprogramma.

Il 31 marzo avrebbero dovuto incominciare i lavori di costruzione, paralleli a quelli della demolizione, che Fincantieri, Italferr e Salini Impregilo si sono impegnati a finire in un anno esatto. Le fonti ufficiali confermano l’inizio dei cantieri, ma se scruti dall’alto di Coronata è difficile distinguere quali sono i primi passi “storici” del nuovo ponte, che nasce mentre smontano quello vecchio e accumulano le sue macerie.

Non si capisce dove si sta installando il cantiere che necessariamente deve sondare il terreno delle nuove pile, deve tastare il territorio super occupato della Valpolcevera, lo spazio di insediamento, le fondamenta per reggere la grande impalcatura.

In teoria il disegno “magico” di Renzo Piano ripercorre il percorso del vecchio Morandi. Ma non è proprio così. Ci sarebbe uno scostamento di almeno dieci metri tra il vecchio e il nuovo percorso per evitare l’interferenza con il sottosuolo, dove passano tubazioni, oleodotti, altre linee di collegamento di servizi essenziali per la Vallepolcevera e per la città. E poi c’è una modifica sostanziale nella “curvatura” del ponte Piano, la leggera deviazione, che si incontrava già nel Morandi per ridurre proprio il raggio della curva e adeguarlo alle nuove norme del codice della strada, che impongono meno velocità. Sul nuovo ponte non si potrà correre fino a 80-90 all’ora come sul vecchio.

Il progetto ha già avuto alcuni visti importanti, come quello del Ministero dell’Ambiente e come l’altro del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici. Hanno approvato modifiche quali l’altezza dei piloni e il loro numero. L’altezza dal suolo è passata da 50 a 25-30 metri. Il numero si è ridotto dagli iniziali 43, un omaggio ai caduti, a 18.

Ci sono discussioni ancora aperte, come la larghezza delle corsie, che i progettisti vorrebbero tenere ampie, nell’ipotesi che in futuro si possa passare a tre per adeguare il ponte al “nuovo traffico” delle gallerie di accesso. E o non è un ponte che deve durare 1000 anni, come ha quasi urlato Renzo Piano? E chi può escludere che in futuro le gallerie non aumentino di volume?

E da quei a mille anni come sarà il traffico nel nodo di Genova, oggi strangolato dal buco del ponte, ma domani rilanciato non solo dalla nuova costruzione, ma dal Terzo Valico ferroviario, magari dalla Gronda-tangenziale, di cui non si parla più?

Insomma, con in testa tutte queste variabile e sopratutto l’immagine del ponte nuovo, osservare da Coronata e quasi un’operazione di fede religiosa, manco si fosse non qui, all’ ombra dei monumentali ricoveri per poveri e anziani, oggi per migranti, fatti edificare dai nobili Duchi di Galliera ,ma piuttosto lassù, quattrocento metri più in alto, in cima al Santuario della Guardia.

Ti sembra impossibile che quelle date vengano rispettate, che basti un anno per vedere sfrecciare le auto sul nuovo ponte, là dove ora vedi il brulichio dei cantieri, i pezzi inframezzati di quello in smontaggio, gli stralli che sfidano a cento metri di altezza il vento potente di tramontana che scende

da Nord e raggela la valle, rallentando pure le operazioni di smontaggio, con i bollettini meteo seguiti minuto per minuto, come se si stesse preparando un allunaggio e non il calo a terra di quelle travi del ponte.

Ma è, comunque, una lotta contro il tempo, che la città spezzata un po’ meno di otto mesi fa vive oramai come una seconda vita, rispetto alla sua quotidianità fisiologicamente cambiata da quel 14 agosto del 201 ore 11,36.

Gli sfollati aspettano l’ultima chance di rientro nelle loro case, delle quali i demolitori stanno prendendo le misure. Sperano di riuscire a portare via ancora qualcosa della loro vita abbandonata da otto mesi. “Vorrei recuperare ancora la testata del mio letto, che avevo fatto costruire spendendo tanti soldi_ ti dice Gherardo Ghirardini, 86 anni, uno dei più anziani sfollati da via del Campasso 39. Ci aveva abitato, in quella casa a 100 metri dal ponte, per 67 anni fino a quella tragica mattina, ogni pezzo della sua vita aveva avuto come sfondo il ponte. Nelle foto di famiglia, sul poggiolo o dalle finestre di casa, il ponte c’è sempre stato come un compagno vivo. “Ho vissuto lì – volevo morire lì- ti dice senza tremare dalla nuova abitazione provvisoria di un figlio, dove sta in attesa del trasloco in una casa che si è comprato con il finanziamento per gli sfollati.

Andrà a abitare in via GB Monti, sulle alture di Sampierdarena, sicuramente in una posizione più comoda, più centrale di quella via del Campasso, che oggi è nell’occhio del ciclone, sotto il ponte da demolire.

“Ma non sappiamo neppure se il nostro palazzo lo demoliranno” – dice piangendo la moglie Agata, che non si rassegna a lasciare il suo posto, la sua strada, il suo cielo con il ponte come confine, ma condannato a morte.

Molti soffrono a otto mesi di distanza dal crack, anche se la situazione è così cambiata e da Coronata tu ti permetti di calcolare i tempi del futuro. Laggiù, sul bordo del mare e del porto, nella via alternativa che lo staff di Bucci ha costruito rapidamente, collegando l’autostrada interrotta con le vie veloci della città, compresa la Sopraelevata, gli abitanti di Lungomare Canepa, allargato a sei corsie, protestano duramente. Ora sotto casa, fuori dalla finestra, hanno una vera autostrada che assorbe tutto il traffico che prima viaggiava sul ponte. Chiedono paratie fono assorbenti, filari di alberi, che separino il fumo e il rumore dalle loro case. Stanno soffocando.

Lentamente la città si sta riprendendo o si sta abituando a questa colossale distorsione, che è non avere più quel ponte sul quale viaggiavano sessantamila mezzi al giorno. Molti hanno cambiato abitudini di vita, molti si sono rassegnati. Si spera nel futuro prossimo e sopratutto si conta il tempo che separa da un ritorno alla normalità difficile da calcolare. Un anno solo, due anni, tre anni come soffiano i pessimisti.

C’è chi rimpiange l’errore di non avere lasciato ricostruire a Autostrade, punendola dopo, con il ritiro della concessione e ricorda che quella società aveva già in mano tutte le carte per rifare un nuovo ponte senza perdere tempo in fori pilota, in esami del territorio che stanno impegnando sia i demolitori che i ricostruttori. E c’è anche chi sostiene che il ponte poteva essere anche restaurato, tenendo e rinforzando quello vecchio.

Si sarebbero risparmiati mesi, se non anni, di tempo. Si ricorda che pochi giorni dopo il crollo, quando la battaglia contro Autostrade si era appena addensata, il suo amministratore delegato, Giovanni Castellucci, aveva dichiarato in una conferenza stampa che si poteva fare un ponte nuovo in otto mesi. “Loro” potevano farlo in otto mesi con le carte e i progetti già in mano.

Vista da questa collina dolce di Coronata quella previsione sembra oggi fantasmagorica in ogni caso. Negli ultimi giorni la tramontana fredda che soffia da Nord ha bloccato i lavori sulla fatidica pila 5, quella che un mese fa doveva essere abbattuta con le microcariche di esplosivo. Oggi il tempo al rallenty della sua demolizione è previsto in 15 giorni. Da questo terrazzo di Coronata la processione dei fotografi e dei cineoperatori, che hanno qua la miglior visione totale del ponte e della valle, continua quasi incessantemente. Secondo i pessimisti durerà parecchio tempo, forse anni, perché lo spettacolo della demolizione e poi quello della ricostruzione non calano di interesse. Dio solo e la Madonna della Guardia, lassù sul monte, in fondo alla valle, sanno per quanto tempo ancora.