Da Ratzinger a Bergoglio, Chiesa fra dogma e comunicazione

di Franco Manzitti
Pubblicato il 25 Marzo 2013 6:51 | Ultimo aggiornamento: 25 Marzo 2013 1:39

 

papi bergoglio ratzinger

Francesco e Benedetto xvi: comunicazione dopo il dogma

I poveri, il popolo cui chiedere di pregare per lui, le scarpe vecchie e non le babbucce rosse, i paramenti preziosi rifiutati, il vescovo vicario di Roma al suo fianco dopo l’ habemus papam, la rottura delle liturgie, lo stare in piedi e non seduto sul trono e poi, soprattutto quel nome, dirompente nella sua semplicità, Francesco. Francesco solo e senza numeri, non Francesco I, che voleva dire Papa, pontefice, santo padre, santità padre santo.

Solo Francesco, vescovo di Roma. E poi ancora quella distanza serena ma ferma dai toni gloriosi e trionfanti del cerimoniale liturgico, la mano che ferma il premuroso monsignor Guido Marini, genovese, nei suoi suggerimenti liturgici, quella distanza anche da San Pietro immensa e un po’ lontana dalla sua voce e quindi la discesa tra la folla, le mani strette ai singoli fedeli oltre la transenna, sfidando la sicurezza, il pulmino invece della limousine con sopra scritto SCV, Città del vaticano.
Ecco questo il linguaggio semplice di papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, il suo modo di comunicare che potrebbe significare un passaggio decisivo, una svolta nella Chiesa cattolica romana nel tempo incredibile, imprevisto, dei due papi coincidenti Benedetto XVI Emerito a Castel Gandolfo, Francesco venuto dalla fine del mondo, argentino con le scarpe vecchie e consumate ma con un sorriso tanto diverso.

Don Marino Poggi, direttore della Charitas di Genova, prete riservato e prudente, ma profondo, una specie di bussola silenziosa nella chiesa genovese, quella di Siri e dei quattro cardinali in Conclave, già missionario a Cuba dove fece suonare le prime campane cattoliche nel regno di Fidel Castro, può aiutare a capire quella semplicità e quali sono i cambiamenti che l’arrivo di Francesco sta provocando, in un mondo nel quale la Chiesa cerca di realizzare la sua grande aspirazione quella di farsi ascoltare da chi è stato disponibile con sempre maggior difficoltà.

Quanta fatica dal Concilio Vaticano II di Papa Giovanni per raggiungere quell’obbiettivo dei cattolici: ottenere che il mondo secolarizzato, relativizzato, deideologizzato, consumistizzato, ascoltasse il messaggio del Vangelo. Questo era il primo scopo del rivoluzionario Concilio vaticano II, questo obiettivo più di quello tante volte sbandierato di cambiare la Chiesa, riformarne la struttura, la liturgia, introdurre riforme rivoluzionarie….

E questo è il cammino che cerca di percorrere oggi la Chiesa di Francesco, secondo i primi segnali che Bergoglio sta seminando nell’avvio del suo pontificato.

Don Marino spiega dolcemente, come è nel suo stile, il respiro diverso dei papi che stanno segnando la storia di questi tempi moderni.

“Il papato di Ratzinger stato grande dottrinalmente, Benedetto ha chiarito in modo altissimo i dogmi, dimostrando una capacità teologica profonda e intellettualmente fortissima. Il suo libro del 1967, Introduzione al Cristianesimo, una delle sue prime opere, scritto ben dopo il Concilio al quale aveva partecipato come assistente, resterà fra i tre quattro libri teologici più importanti di questi secoli”, spiega il direttore della Charitas.

Ma quel messaggio dogmatico, così chiaro sulla fede, sui suoi fondamenti, sui principi cristiani, ha avuto difficoltà ad essere comunicato.

Questa difficoltà di “comunicazione”, di trasmettere, quindi di entrare in connessione con quel mondo moderno, c’è stata anche nel lungo “regno” di Papa Woytila, Giovanni Paolo II, un Papa che pure si è imposto con grande forza mediatica nel mondo, su ogni scenario terreno.

Giovanni Paolo II è stato presente in ogni angolo della terra, ha evangelizzato dove nessuno aveva neppure pensato. E allora?

“Woytila operava emotivamente, muoveva grandi folle, scuoteva con la sua presenza”, spiega don Marino, rievocando quella corda, appunto emotiva, dell’azione messa in campo dal papa polacco.

Poi, dopo Wojtila e Ratzinger, dall’altro capo della terra è arrivato Francesco, Jorge Bergoglio, che ha subito incominciato a parlare della Chiesa nella sua semplicità, cercando di superare gli ostacoli della modernità che è incapace di accogliere i segnali della Chiesa.

Spiega don Marino: “Il linguaggio della semplicità serve a superare questi ostacoli, sempre frapposti ai messaggi della Chiesa e non certo solo a quelli codificati come insuperabili dottrinalmente, il matrimonio gay, il celibato dei preti, il fine vita eccetera. Ratzinger aveva ben individuato questi ostacoli della modernità intesa come modo di essere. La modernità di per se stessa non è autosufficiente, non regge da sola e quindi ha bisogno di essere “spiegata”.

Cosa aveva capito bene Benedetto XVI? Che la vera opposizione alla comprensione del messaggio della Chiesa, al di là delle emergenze, degli scandali sessuali o finanziari, della raffigurazione di un potere molto più terreno che petrino, era “la mancanza di relazione”.

Tradotto semplicisticamente vuol dire che il Papa Emerito aveva misurato la difficoltà della sua Chiesa di comunicare, di “connettersi” con il mondo moderno, capace solo di disconnettersi di fronte a quelle emergenze, a quegli scandali a quelle presunte lotte di potere.

Qual è allora il “miracolo” di questa nuovo Papa, che entra in scena e dalle prime mosse sembra avere subito capito con quale lingua ci si può far ascoltare, non solo dal proprio popolo, ma anche dal mondo?

“Per parlare con chi è povero, e poi bisognerà spiegare bene che cosa vuol dire in senso largo “essere povero”, bisogna impoverirsi”, spiega don Marino. “Chi è ricco non ha tempo, non ha voglia di “impoverirsi” e quindi di mettersi nelle condizioni di ascoltare”.

Già ma bastano poche parole, pochi gesti per creare una audience attenta e anche una audience “nuova” di coloro che sostengono di non credere, di non praticare la fede cristiana, ma che sono stati subito conquistati da Francesco.

Pregate per me, prima che io preghi per voi, ha detto Francesco dall’alto della loggia del suo annuncio, inchinandosi. E cosi si è impoverito.

Giovedì Santo non celebrerà le funzioni sacre della Settimana Santa in san Pietro, tra incensi, organi trionfanti e paramenti di lusso, ma andrà a dire Messa e lavare i piedi in un carcere minorile di Roma e lascerà la grande chiesa vaticana a un cardinale. Non è anche questo “impoverirsi?”

Si è definito subito vescovo di Roma e già si immagina o si favoleggia che sceglierà il Laterano, come possibile sede principale della sua azione pastorale, se non addirittura come residenza papale, tornando indietro nei secoli. E non è questo un “impoverirsi”, recuperando i tempi precedenti a quelli di Atenagora, il Papa che scelse Roma come sede papale perché sapeva che lì c’era un “primato”, il primato del potere romano.

Grandi gesti, grandi messaggi che vanno in una direzione, ma che dimostrano anche quanto complicata sia la missione del papa Francesco, che già dal suo nome ha mostrato, quell’impoverimento, il santo che si spoglia, che si semplifica, che parla direttamente al creato, agli uccellini, ma anche ai lupi e alla luna, Sorella Luna, Fratello Sole. E non è un caso che Bergoglio dica subito, in una delle sue prime omelie: bisogna difendere “il creato”, non quello che hanno fatto e disfatto gi uomini ma quello che ha creato Dio.

Non sarà semplice, imboccata questa strada, affrontare i temi urgenti dell’epoca moderna, dove i lupo possono avere ben altro ruolo e sbranare Francesco.

Dice don Marino: “Ora il papa deve far capire chi è veramente il povero. Perché i poveri non sono solo quelli che noi definiamo così, quasi codificati dalla indigenza materiale, dalla fame, dalla miseria, dalla mancanza di ogni sussidio. Lo dice il Vangelo che i poveri sono quelli liberi da difesa e, quindi, capaci di ascoltare. La gran parte dei poveri è fuori dai nostri schemi. Il povero vero è quello al quale parli, magari dopo che hai fatto l’elemosina e al quale hai fatto, comunque, un gesto di carità. Se gli parli, se ascolta, se costruite un dialogo, allora ecco che la comunicazione diventa efficace.”

Cosa vuol dire tutto questo? Che la Chiesa sta entrando in un’altra fase storica del suo ruolo nel mondo, che questo tempo indica un cambiamento epocale: smessi i suoi abiti pomposi, la sua “politica” di potenza anche umana e terrena ora il successore di Pietro deve cambiare la sua posizione, i suoi interlocutori, la sua mission, direbbero i moderni secolarizzati?

“Questa domanda di nuovo era già ben presente fino dal Concilio di papa Giovanni XXIII e in Paolo VI, papa Montini. Si erano ben accorti che la Chiesa rischiava non tanto di diventare minoritaria nel mondo moderno, ma ancor più di non essere ascoltata”, spiega don Marino Poggi.

Se il miracolo di Francesco arrivato dall’altro mondo con il suo accento, con il rifiuto di tanti gesti rituali, si sta veramente compiendo, il suo immediato futuro è anche paradossalmente nei “padroni” della comunicazione, nel sistema mediatico che mangia, consuma, logora, si dimentica, stanca, risponde a logiche sue. Oggi c’è l’emozione, la novità, ci sono i “contropiedi” del nuovo Papa, che prega in fondo alla chiesa, che non sta mai sul trono. E domani? “La chiesa non è in ostaggio dei consumatori”  e il suo compito è di suscitare una attesa vera, non semplicemente quella di un anello che non è d’oro, del luogo dove Francesco vive, come celebra la liturgia. La Chiesa deve scuotere delle domande, deve mettersi al centro”, spiega Poggi.

Per questi motivi chi è ostile, dentro alla Chiesa stessa, a questo modo di procedere si può anche inquietare e mettersi all’opposizione. Come posso entrare in un mondo che mi è estraneo e ostile, che pensa di subire quasi un attentato alla sua libertà, al suo benessere? Ecco, dal di dentro della Chiesa che incomincia a usare un’altra comunicazione, in quale modo possono nascere l’opposizione, i freni anche se il Papa e i suoi preti sembrano usare una lingua più comprensibile perché la grande emergenza economica rende più comprensibile chi parla di povertà, di bisogni, di emergenze sociali di fronte alle quali siamo così disarmati.

Don Marino non vuole scendere su questo terreno, della possibile maggiore sintonia nella società piegata dalla sofferenza dei tempi moderni. E come dargli torto? La povertà, il bisogno, le difficoltà sono il campo aperto, sempre più aperto sul quale cammina da sempre chi vuole trasmettere il messaggio di Cristo, che dice “beati gli ultimi che saranno i primi” e che spezza il pane con i più miseri, che soccorre i poveri in ogni era del tempo.

“Il Papa deve arrivare al cuore, non è lì a sfruttare la situazione più agevole per essere ascoltato, ora che tutti piangono e soffrono. Non a caso Francesco ha detto: bisogna custodire il creato……..”

A don Marino, un sacerdote missionario, che è stato anche a Cuba, inviato dal cardinale allora arcivescovo di Genova, Dionigi Tettamanzi, per aprire una chiesa, verrebbe da chiedere se oggi questo linguaggio più semplice ha laggiù, e in generale nel Terzo Mondo, un terreno più fertile e quindi più agevole per la semina.

Ma don Marino Poggi è stato sempre silenzioso su quella sua esperienza in terra di Cuba, dalla quale deve avere portato indietro veri tesori di spirito. “Se nella semplicità riesci a comunicare una verità stai costruendo l’uomo, la sua verità e questo vale tanto in un regime assolutista (come quello castrista) come in un regime capitalista. Le pecore ci sono sia in un sistema che nell’altro: ecco la funzione di un messaggio semplice che la Chiesa può riuscire a far ascoltare. L’alternativa è il vuoto nel quale quel gregge, quei greggi possono essere lasciati a Cuba, come nel resto del mondo opulento. Un esempio per capire questo vuoto?

Il mondo dello sport, del calcio miliardario, che nessuna crisi epocale, nessuna spending revwieu, nessun taglio lineare, verticale, nessun patatrac continua a sfiorare: l’immane sperequazione che marchia quel mondo è intoccabile perchè riempie il vuoto delle giornate con le partite a tutte le ore, in tutti i continenti, svuota gli stadi e riempie le tasche delle televisioni e quindi degli attori dello show.

Chi ha il coraggio di toccare quel mondo organizzato per riempire il vuoto delle vite consumistiche, che svuota gli stadi e intanto a chi importa che siano deserti se le casse si riempiono con i diritti televisivi? Chi ha il coraggio di denunciare, di parlare? Di comunicare qualcosa di diverso sul tema?

Eccola la strada di Francesco, quella che ha intrapreso, incominciando a dire semplicemente”Buona sera”, quando si è affacciato dalla Loggia e si è trovato davanti quella folla immensa.

Dice don Marino: “Se la Chiesa ha paura del rifiuto alla sua parola non entra nei cuori. Il consenso facile è sempre una trappola e non a caso oggi che siamo alla vigilia della Pasqua, della sua liturgia essenziale e drammatica culminata nella crocifissione del Cristo, cosa dobbiamo ricordare? Che Gesù predicava: venite a me quando sarò in alto e alludeva alla Croce. Voleva dire che solo l’amore fraterno salva le persone. Non bisogna avere paura, né cercare consenso. La Chiesa sta risvegliandosi. Con il nome di Francesco”.