Regionali Liguria, – 90 giorni: Raffaella Paita, casta primari nuovo scoglio

di Franco Manzitti
Pubblicato il 20 febbraio 2015 13:02 | Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2015 18:43
Regionali Liguria, - 90 giorni: Raffaella Paita, casta dei primari nuovo scoglio

Regionali Liguria, – 90 giorni: Raffaella Paita, casta dei primari nuovo scoglio

GENOVA – Regionali Liguria, – 90 giorni: Raffaella Paita, casta dei primari nuovo scoglio. A novanta giorni esatti dalle elezioni regionali in Liguria una sola domanda scuote il clima avvelenato di una contesa molto al ribasso: riuscirà la nostra Raffaella Paita, vincitrice delle primarie-scandalo del Pd contro Segio Cofferati, a conquistare il supremo seggio di Governatrice, malgrado tutto?

Passerà indenne, la ragazza di la Spezia, delfina del presidente uscente Claudio Burlando, assessora alle Infrastrutture e alla Protezione e ai Rifiuti Urbani, vulgo discariche, nel cerchio di fuoco delle indagini giudiziarie che passano al micoscopio le maledette primarie che l’hanno incoronata candidata?

Arriverà al voto, questa ambiziosa signora, moglie del presidente dell’Autorità Portuale di Genova, lo spezzino (anche lui) Luigi Merlo, avendo sconfitto una latente e ondivaga concorrenza interna, dopo avere bruciato di oltre tremila voti il temibile “cinese”, Sergio Cofferati?

E una volta diventata il campione della Sinistra non avrà sorprese dal centro destra, che oggi appare come nelle odi manzoniane un esercito in rotta, diviso, sconfitto dopo le iniziali baldanze e non sa ancora chi schierare nell’agone? Quelle vallate manzoniane i “destri” liguri non le avevano neppure salite, altro che discenderle!

Nell’anno della travolgente cavalcata, la giovane Raffaella, fino a ieri sempre con il suoi tacco 12 e il look aggressivo, sembrava inarrestabile. Candidata in fuga dopo la nomina del suo protettore, il presidente Burlando, non aveva ostacoli, sopratutto dopo essere saltata con il suo mentore sull’ultimo predellino della carrozza di Renzi.

Irruente, ambiziosa, non genovese, quindi indifferente ai maniman e al vecchio apparato del fu Pci ancora detentore di un potere forte e esteso nella città policentrica di Genova, ma per estensione anche nelle province dell’impero burlandiano, aveva battezzato “Galattica” la grande kermesse del suo lancio in autunno, ospitata al Museo del Mare e organizzata in dodici tavoli tematici per spiattellare i problemi della Liguria in recessione spinta, in spaventoso decremento occupazionale, demografico, industriale, perfino nei servizi e sopratutto nella infrastrutture, la condanna a morte di una regione “separata” isolata, irraggiungibile.

Altro che Galattica, in meno di quattro mesi quel programma da conquista del sistema solare è diventato un programmino con il titolo anagrammato in uno slogan rapidamente corretto e un po’ infelice nel gioco di parole: Genova veloce, dove il va si ripete due volte, quasi a rassicurarsi, Geno-va va veloce!

E lei, la Lella, ha modificato perfino il suo look e il suo approccio. Dalla cavalcata sfrenata sul tacco 12, occhiali scuri, taglio di capelli aggressivo, toilettes rampanti da far girare la testa al popolo Pd, in particolare a quello più periferico, che si vedeva piombare in paese la super assessora, spesso se non sempre con il suo presidente un passo indietro o di lato, alla scarpa bassa, al taglio di capelli da squaw indiana, tipo “Alzata con pugno” del mitico film “Balla con i lupi”, alla ricucitura di fino, quasi silenziosa, in un territorio che, malgrado la sua vittoria primaria, appare strappato e dove emergono nel Pd divisioni abissali, scontri insospettabili, differenze anche ideologiche, fughe a sinistra e anche verso destre inimmaginabili.

Cosa è successo in poco tempo da spingere la supercandidata, certa del suo lancio, a modificare perfino esteticamente la sua cavalcata?

E’ successo di tutto, a incominciare dalle alluvioni di ottobre e novembre che hanno messo in ginocchio Genova e la Liguria e fatto vacillare Paita, che è anche assessora alla Protezione Civile: una specie di maledizione al femminile. Tre anni fa la tragica alluvione del novembre 2011 aveva spazzato via Marta Vincenzi, la signora sindaco, così diversa dalla Lella spezzina, non solo per generazione, ma anche per stile, formazione politica e look.

Unico comune denominatore tra le due donne postcomuniste liguri la determinazione e la assoluta sicurezza in se stesse, una certa prosopopea e una imposizione senza tentennamenti della propria immagine, sempre e dovunque. Compaio ergo sum.

E dopo l’acqua, le bombe dal cielo, le distruzioni del territorio, le esondazioni, i danni incommensurabili e la fragilità smascherata di un territorio che la sinistra sta governando ininterrottamente da dieci anni, sono arrivate le Primarie con la sfida più inaspettata che Burlando e la sua delfina potessero preventivare: niente meno il “Cinese”, l’eurodeputato Sergio Cofferati, disceso in campo da ex gran capo Cgil, sindaco di Bologna, leader della sinistra Ds, genovese di importazione, essendo arrivato in Liguria nel 2001 per vicende private e famigliari.

Una sfida corta, neppure un mese e mezzo prima del fatidico 11 gennaio del voto che ancora oggi brucia la miccia di una esplosione a ripetizione dentro al Pd. “La vostra storia è finita in Liguria bisogna cambiare”, aveva sentenziato il Coffe, alludendo all’accoppiata Burlando-Paita, al diritto di discendenza in base al quale lei, chiome al vento, stava cavalcando verso la sua elezione.

La storia delle Primarie, del loro inquinamento, delle code di marocchini e cinesi ai seggi “aperti”, del mercato di voti ignobile e sfacciato, dell’accordo politico con un pezzo di destra ligure e di postfascisti, è nota come il verdetto della Commissione di Garanzia che aveva annullato il voto di 53 seggi, come le due inchieste delle Procure di Genova e Savona che indagano “a orologeria” su presunti misfatti.

Come è noto la clamorosa iniziativa di Sergio Cofferati, che quel verdetto non ha accettato dal primo secondo dopo il risultato, è di avere affidato, con mossa inedita, l’incarico a uno studio legale di indagare a tappeto sul voto inquinato per spiattellare politicamente il risultato di un’indagine sicuramente privata, ma comunque esplosiva e parallela a quelle di magistratura, Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza..

Ma queste primarie la signora Paita-Merlo le ha vinte con oltre tremila voti di vantaggio e forte di questo successo viaggia verso l’appuntamento del 17 maggio, con il nuovo look e la nuova strategia.

E dopo le Primarie e le alluvioni e i connessi scandali è arrivato anche un altro strappo a sinistra più a sinistra di quello di Cofferati, uscito dal Pd. Si è creato un movimento di Sinistra-Sinistra che sta cercando un candidato forte per rosicchiare un fianco dello schieramento Paita-Burlando e per radunarlo questo schieramento si è scatenato anche un prete- agitatore, don Paolo Farinella, titolare di una infuocata rubrica su “Repubblica”, che ha suonato le trombe del giudizio, chiamando in chiesa la diaspora anti Pd. Il problema è che questa rivolta non riesce a trovare un leader forte e sfoglia margherite di candidati che poi rifiutano l’investitura e la conseguente benedizione del reverendo ribelle.

Per sintonizzarsi meglio con un Pd lacerato o forse addirittura più stracciato che mai in rivoli di correnti, singole differenze tra gruppi e bassi opportunismi, intanto Raffaella Paita ha incominciato a girare i circoli genovesi del Pd stesso: vuole ascoltare e poi spiegare il suo programma. Fatica molto diversa dalle vecchie cavalcate sulla scia di Burlando e del suo innaffiamento del territorio con i contributi regionali per conquistare i consensi dei sindaci, dei piccoli territori della Liguria “come è e dov’è”.

Fatica di pazienza e ascolto, sotto la spada di Damocle delle sentenze Primarie. Ma per ora non una fatica soddisfacente, perché gli incontri sono difficili e non molto frequentati. Questo è un segnale pericoloso per la candidata, che deve conquistare la variegata città capoluogo, dove il Pd ha mille facce: da quelle dure e pure dei quartieri post operai e simil portuali del Ponente e di Di Negro e San Teodoro, alle spalle delle banchine, a quelle soft definite perfino “sezioni cachemire” nelle zone alte di Castelletto dove, non a caso, il circolo Pd si chiama “Maniman”, termine genovese intraducibile, ma vicino al concetto di una riserva molto dubbiosa….

E infine la Paita new look deve affrontare gli sconquassi del terremoto che oramai corre con faglie sempre più larghe nei vertici stessi del partito, dividendo e separando gente che lotta e fa politica fianco a fianco da una vita. Il casus belli dell’ultima ora è una legge del duo Burlando-Paita, che concede ai primari liguri in una ristretta cerchia di esercitare la libera professione fuori dall’ospedale. Legge appena approvata e sconquasso totale.

L’assessore alla Sanità, vicepresidente della Giunta, Claudio Montaldo sua spalla da dieci anni e “fratello” di Burlando da una vita, ha votato contro, l’assessore alla Sanità in pectore, il postdemocristiano Pippo Rossetti, ha votato contro, tre quarti del partito si è rivoltato come un sol uomo contro un provvedimento che previlegerebbe la casta dei Primari a discapito degli altri medici, del sistema sanitario intero e dei malati sopratutto.

E così questa vicenda, sulla quale anche i re-travicelli del Pd, cioè i giovani segretari regionale e provinciale, Giovanni Lunardon e Vincenzo Terrile si sono schierati contro, è diventata una vera pietra dello scandalo, la prova di come il duo del comando ligure intenda organizzare il suo consenso. Risultato finale: Burlando e Paita, isolati nel fortino in un caos generale.

Riuscirà la nostra eroina a scavalcare anche questa barriera, che si è frapposta alla sua corsa, diventata un galoppo, poi un trotto, ora una specie di scalata a mani nude, verso la poltrona regionale?

L’unico conforto, per ora, è il disfacimento della concorrenza a Destra, dove ancora non si profila una candidatura vera e l’arretramento del Movimento 5 Stelle, che sembra orientato a candidare una trentenne, molto carina e determinata, ma molto, molto acerba. Si chiama Alice. Appunto Alice nel Paese delle Meraviglie. Forse che Maurizio Crozza, titolare e show man, il guru comico della politica in dissolvenza, non è genovese?