Regionali Liguria. Né con Paita, né con Toti: la borghesia genovese si è arresa

di Franco Manzitti
Pubblicato il 7 Maggio 2015 6:07 | Ultimo aggiornamento: 6 Maggio 2015 20:37

GENOVA – La vedovanza della borghesia della finanza, dell’industria, delle navi, dei business mondiali rispetto alla politica ridotta in polvere dei partiti di governo e di opposizione è veramente inconsolabile. Quella che fu una classe sociale, ricca di fermenti, di mobilitazioni e innovazioni nella città ex Superba della Repubblica zeneise ha perso completamente la sintonia con i potentati politici.

A venti giorni dalle elezioni regionali più incerte della recente storia genovese e ligure, l’unico fremito lo provoca nello stagno genovese l’imprevista iscrizione al listino dei nominati, scelti dalla candidata ufficiale del Pd, Raffaella Paita, quarantenne lanciata da Burlando in una lunga corsa al potere, di Enrico Costa della celebre famiglia di ex armatori e imprenditori, un erede in qualche modo del grande Angelo Costa, presidente di Confindustria della ricostruzione e degli anni Sessanta, oltre che figura chiave del capitalismo italiano, leader indiscusso di quella borghesia ipercattolica, sobria, famigliare, rigida ma radicatissima.

Questo Costa, prescelto dalla leader Pd, è anche figlio di una donna-icona del cattolicesimo solidale genovese, quella Bianca Bozzo Costa, oggi scomparsa, fondatrice del Ceis, un centro di solidarietà anti droga e anti disagio, che ha ramificato e ramifica ancora la vocazione assistenziale e benefica più forte della tradizione genovese, sulla scia delle grandi dame-benefattrici, come la Duchessa di Galliera, e a fianco di personaggi della solidarietà di ben altro taglio ma degli stessi slanci, come l’oramai leggendario Don Gallo, il prete da marciapiede scomparso due anni fa e interfaccia della signora Costa sulle barricate del grande disagio giovanile.

Enrico Costa, estratto dalle file oramai ampiamente ripiegate in se stesse dei borghesi genovesi, è anche fratello di Beppe, anche lui nato nel ceppo storico dei Costa commercianti di olio e armatori di navi, oggi il “re” dell’Acquario di Genova e dalla società Costa Edutainement, oramai un colosso italiano nel settore turistico, gestore, tra l’altro, anche dello zoo di Roma, che oggi si chiama Bioparco.

Basta questo nome a infiocchettare la lista dei nominati, neppure quella di coloro che i voti e l’elezione se la devono guadagnare sul campo, per dire che c’è una risposta positiva della borghesia produttiva genovese alle istanze dei politici? Enrico Costa, oltre a occuparsi delle iniziative solidali di famiglia, è pure un imprenditore nel settore delle spedizioni navali.

Non basta, anche perché oltre che ad essere richiesto di nobilitare la lista Pd della signora Paita, il Costa in questione aveva avuto la stessa identica richiesta dal competitor più diretto, Giovanni Toti, candidato presidente per Forza Italia e per quasi tutto il blocco moderato, Lega Nord, Udc e Fratelli d’Italia. La corsa al borghese rappresentante di un ceto oramai quasi invisibile nella casta pubblica genovese e ligure era arrivata a questo punto, di strapparsi il medesimo nome… Anzi di più: per molti mesi lo stesso Costa era stato indicato come il possibile candidato presidente per Forza Italia, prima che le incertezze del fronte destro dello schieramento politico fossero spazzate via dalla decisione di Berlusconi di candidare in Liguria il suo portavoce, Giovanni Toti, il giornalista ex direttore Mediaset.

Lui, l’uomo più desiderato di queste elezioni in Liguria, ha scelto poi il fronte sinistro e una elezione automatica se il Pd arriverà primo, sicuramente giocando sulle probabilità e sui sondaggi incerti ma abbastanza concordi nell’indicare la Paita in testa davanti a Toti e alla candidata dei 5 Stelle, la trentunenne Alice Salvatore.

Chissà se questo Costa è conscio di essere alla fine, la foglia di fico che copre la frattura totale tra quel mondo politico e la sua collocazione di borghese impegnato in una realtà nella quale in qualche modo l’alleanza tra politici, imprenditori nei ruoli chiave della società civile aveva sempre dato i suoi frutti? Appunto dai tempi del grande Angelo Costa, che formava con il politico dell’epoca, il grande Paolo Emilio Taviani, democristiano doc, un asse di potere da gestire e distribuire.

Due Repubbliche dopo e qualche decennio appresso, una città concentrica, costruita di muri perfino fisici tra quartieri, tra classi sociali, dove dominava il Pci più granitico d’Italia insieme a quello emiliano e dove fioriva una borghesia di ferro, forgiata dall’industrializzazione cavouriana e poi anche dal capitalismo di Stato dell’Iri, delle Partecipazioni Statali, ma anche dal dominio armatoriale dei mari, il mondo politico e questa società civile sono separate, inconciliabili in modo che tra i quattrocento candidati alle elezioni regionali, il Costa Enrico di cui sopra è una mosca bianca.

Il distacco tra i candidati presidenti al governo della Liguria e quel mondo in dissolvenza delle borghesie finanziarie, post industriali, armatoriali è totale. Qualche inchino di cortesia, come quelli dell’uomo del giorno, Vittorio Malacalza, neo padrone di Banca Carige, tycoon di grande successo in tanti settori imprenditoriali, contendente di Tronchetti Provera nel controllo della Cassaforte Pirelli, al vecchio potere Pd, appena trasferito da Claudio Burlando, l’uscente, alla sua pulzella in corsa, Raffaella Paita. Qualche incontro formale tra il presidente degli Industriali, Giuseppe Zampini, l’amministratore delegato di Ansaldo Energia e i candidati, tanto per annusarsi a vicenda e nada mas…

Che vi potete aspettare da una città il cui sindaco porta un nome pesantissimo storicamente, quello dei Doria, discendente dopo trentadue generazioni, da un ramo del famoso Ammiraglio Andrea Doria, che fece grande la Repubblica e tenne in pugno i destini europei dal culmine di una città “repubblicana”, nella quale lui impugnava lo scettro del Doge, il massimo dell’aristocrazia del potere?

Che vi potete aspettare ora che questo sindaco Marco Doria, eletto tre anni fa, attaccando da sinistra il feudo immarcescibile del Pd regnante in città da un trentennio, naviga con il suo galeone semiaffondato in una città in declino, dove il suo ruolo è oggi di decidere come salvare le aziende pubbliche vicine al crac, l’Amiu, la pulizia urbana, l’Amt i trasporti pubblici, dove viene quotidianamente crocifisso perché non decide come traslocare il mercato abusivo degli immigrati nordafricani, che invadono con i loro commerci, il loro suk, il cuore della città, il palazzo san Giorgio sede dell’Autorità portuale e simbolo di quella storia, che il suo avo scandiva dai ponti di comando cittadini e navali, sconfiggendo le flotte nemiche, stampando moneta, finanziando i potenti del mondo. Mentre lui, il Doria del 2015, si fa assediare a Palazzo Tursi, sede del Comune, dai commercianti inviperiti perché vuole spostare il suk di quattrocento metri, in un altro quartiere.

Come se oggi Putin e Obama guardassero alla Superba per farsi finanziare spedizioni e investimenti in giro per il mondo, mentre invece la controparte della sindacatura genovese ridotta a brandelli dalla storia e dalla politica è diventata adesso una delegazione di cittadini incazzati che assediano il palazzo.

Che vi potete aspettare mentre sta per concludersi una campagna elettorale tra le più povere di contenuti e di personaggi che si ricordi? Sono infuriate le polemiche tra i partiti e sopratutto dentro i partiti, in particolare nel Pd che ha visto Primarie insanguinate da guerre intestine, da scissioni violente come quelle del mostro sacro, Sergio Cofferati, uscito dal partito dopo cinquanta anni proprio per lo scandalo delle Primarie da lui perse e di Luca Pastorino, parlamentare e sindaco di Bogliasco, che ha strappato la tessera Pd per candidarsi contro la Paita, vittoriosa in quelle Primarie. E che dire della Destra, che ha incenerito un candidato già decollato come Edoardo Rixi, leghista giovane e rampante, per consentire a Berlusconi e Salvini di scambiarsi le figurine tra Liguria e Veneto, sacrificando questo sciagurato Rixi all’alleanza in Veneto per far vincere Luca Zaia, contrastato dal Tosi.

In questa situazione che appeal potevano avere gli otto candidati in corsa per quel mondo ex felpato, un po’ sussiegoso e abbastanza chiuso dei moderati borghesi, diventati oramai una società civile delusa, abbandonata, appunto vedova delle attenzione dei partiti.

Come farsi incantare dalla candidata numero uno, la Raffaella Paita, scelta dal suo capo Burlando, passata attraverso quelle Primarie così chiaccherate, lei spezzina, un po’ rampante poi ripiegata, come attutita nel piglio e perfino nel look non più rampante da tacco 12, dalle disavventure del Pd e da quelle del suo ruolo di assessore alla Protezione Civile, impallinata un mese e dieci giorni prima del voto dall’immancabile avviso di garanzia spedito dalla Procura della Repubblica per non avere dato l’allerta nella alluvione dello scorso 8 ottobre, un morto e una devastazione nel cuore della città?

Come farsi abbindolare da Giovanni Toti, paracadutato in Liguria da Roma e da Milano con quell’aria da impunito con residenza a Sarzana, passaporto ligure pronto all’uso, ma ignoranza totale sulle emergenze della Regione, anche simpatico e loquace, con in canna solo il proiettile di una presunta novità e un cambio dopo il lungo e sfinito regime burlandiano?

Come farsi tentare da Luca Pastorino, deputato un po’ periferico che impersona di colpo tutto l’antirenzismo giacente in un Pd con le radici tanto profonde nel vecchio Pci, con le pulsioni di uno scazzo aspro verso Burlando, il capo traditore che alla fine sceglie la sua bella assessora e snobba tutta la nomenklatura locale, quando si tratta di scegliere la successione?

Come cadere in altre tentazioni, magari molto osè, come quella possibile per la giovanissima Alice Salvatore, la grillina con il look da “tempo delle mele”, acerba come le albicocche di un’estate in ritardo?

Non era difficile immaginare che quegli ambienti un po’ ristretti di vedute, anche un po’ chiusi nei lori circoli off limits, ospitati, tra maggiordomi in polpe e passiere un po’ consunte, nei palazzi fantastici del cuore genovese, negli scagni sempre più rarefatti di business e occasioni, lungo le calate di un porto ancora leader, ma sempre più separato dalla città, non si esaltassero per le scelte della politica.

Almeno Burlando lo conoscevano da tempo, sapevano che pesce era quell’ingegnere dell’Elsag con lunga e bruciante carriera politica, giovane assessore, giovane segretario Pci al tempo della Bolognina, giovane ministro del primo governo Prodi che fece la legge del doppio registro navale, belin che colpo…, poi deputato nazionale, poi dieci anni da Governatore…

Ecco perché si sentono un po’ vedovi e non sanno come consolarsi, osservando elezioni così distanti, dondolandosi tra la tentazione di non andarci proprio a votare e quella di stare a vedere come va a finire.