Toti ras di Liguria contro Salvini il Selvaggio per un centro post Berlusconi

di Franco Manzitti
Pubblicato il 18 Ottobre 2020 14:19 | Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre 2020 7:31
Giovanni Toti (nella foto) ras di Liguria contro Salvini il Selvaggio per un centro post Berlusconi

Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti durante la trasmissione di Rai1 “Porta a Porta” Speciale Referendum, condotta da Bruno Vespa, Roma, 23 novembre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Diventerà la Liguria, ex roccaforte rossa oggi dominata dal centro destra, l’ombelico del centro moderato, postsovranista con un pizzico di liberal, erede più o meno legittimo di Forza Italia?

Giovanni Toti ci prova. Eccome. È il presidente rieletto, con un boom di consensi al suo partito “personale”, intitolato “Cambiamo”. Primo in classifica alle Regionali con il 22 per cento contro il 17,4 della Lega e il 10,5 dei rimontanti Fratelli d’Italia.

Ci aveva già provato prima del catastrofico “Papeete” leghista e supersalviniano. Che aveva cambiato il suo piano, lanciato nel mitico summit del Brancaccio, di creare una formazione di centro-centro.

Il progetto gli si era sgonfiato in mano come un palloncino, nel Ferragosto 2019. Mentre Salvini naufragava in mutande su quella spiaggia adriatica con la sua richiesta di “pieni poteri”. Lui sarebbe stato il “braccio moderato” di quella potente ledership. E già contava seguaci e adepti da Nord a Sud.

Ma ora la Liguria gli ha sorriso con la vittoria del centro- destra, rinforzata dalla sua affermazione personale. E così Giovanni Toti, 51 anni, nato a Massa Carrara, ex delfino di Berlusconi, poi direttore Mediaset, poi presidente della Liguria per un colpo di teatro del 2015, quando inopinatamente sconfisse la sinistra egemone da decenni, si riinfila di nuovo nei panni dell’erede del Cavaliere e esporta la sua partita sul piano nazionale.

Il giorno dopo la vittoria alle Regionali, un trionfo con un distacco nei confronti del centro sinistra di quasi 20 punti, il presidente bis ha osato sfidare subito Matteo Salvini. Con il quale faceva bisbocce dopo le sue precedenti vittorie. Intimandogli di uscire dal suo guscio sovranista e di cercare di assumere i toni, il linguaggio e il passo di un leader nazionale che parla a tutta la destra.

Quasi una anticipazione di quello che il leghista avrebbe fatto dieci giorni dopo con le sue aperture liberal.

Un’uscita,questa del Toti trionfante, non certo digerita bene lì per lì dall’apparato leghista. E in particolare da Edoardo Rixi, onorevole, ex vice ministro e soprattutto luogotenente in Liguria di Salvini.

Ma Toti aveva rincarato la dose, rimproverando gli alleati in Liguria di non avere esultato abbastanza per la vittoria della Destra. Risposta “piccata” del luogotenente: “Se Toti si trova lì, lo deve a noi, che lo abbiamo fatto eleggere cinque anni fa e di nuovo oggi”.

Riposta piccata più che giustificata. Quel Rixi, cinque anni fa, aveva lasciato il suo posto di candidato presidente al delfino del Berlusca. Regalandogli non solo la Liguria. Ma una carriera ben diversa da quella di giornalista di una testata Mediaset.

Insomma una specie, se non di divorzio, di separazione in casa. Che avrà i suoi seguiti nelle due “anime” forti dell’alleanza destrorsa in Liguria. Nella quale Fratelli d’Italia sta rimontando potentemente, malgrado l’assenza di figure di spicco nel suo personale politico.

Ma non c’è stata solo la “censura” a Salvini nel dopo vittoria di Toti, che da un punto di vista mediatico ha una esposizione fortissima. Come presidente di Regione, soprattutto in tempi di pandemia e di contrasti tra potere centrale e potere locale. E anche come leader di questo centro-centro che è il suo sogno, sulla scia dei resti di Forza Italia.

Il “nostro” ha organizzato un incontro folgorante con Mara Carfagna, ancora nel gruppo di Forza Italia, vice presidente della Camera e a Roma. Questa volta non a teatro, ma in un ristorante. I due “piccioncini” hanno incontrato un pugno di parlamentari. Ai quali l’idea del centro moderato, erede della fatiscente Forza Italia, piace molto.

Il Berlusca dalla sua lunga convalescenza post Covid non ha suonato le trombe, ma non ha neppure censurato del tutto.

Chi ha, invece, subito alzato gli steccati è stato il numero due di Forza Italia, Antonio Tajani, il vice presidente del partito, post presidente del Parlamento Europeo. Che ha ingiunto a Toti di occuparsi della sua Regione, come dire “non allargarti troppo”. Ma si sa che la successione del Cavaliere è sempre stata una partita con molti contendenti. Designati, cancellati, spodestati, una manfrina che va in scena da tempo immemorabile.

Per risalire bisogna andare indietro, ai tempi di Angelino Alfano, il più predestinato, infine scalzato e sparito dai radar politici.

Invece Toti non scompare e anzi, appunto, ci riprova. Con una pervicacia che solo la seconda ondata della pandemia, molto alta nella sua Liguria, una delle Regioni con il più alto tasso di contagio in rapporto alla popolazione, potrebbe frenare.

La scia che si lascia dietro il leader ligure è quella traccia moderata della quale tutti parlano. Ma senza avere atteggiamenti conseguenti, da Salvini, improvvisamente liberal a Berlusconi. Con i suoi annunci di fantomatici ritorni in campo.

Toti non lo confesserà mai, ma nella sua rotta che parte della Liguria c’è sicuramente la traccia politica che indefessamente lascia nel suo percorso Claudio Scajola. L’ex ministro, sette volte caduto nella polvere e sette volte risalito. Che oggi fa il sindaco civico, per la terza volta, della sua Imperia e predica questo centrismo moderato e dalle radici berlusconiane da sempre. Spizzicando nella sua ricetta il suo passato antico di delfino democristiano della Prima Repubblica. Figlioccio di cresima del grande Paolo Emilio Taviani, il leader ligure scomparso oramai da quasi venti anni.

Scajola e Toti si sono scontrati anche fieramente. L’uno il vecchio collaboratore, più volte impallinato, del Cavaliere. L’altro il portavoce che aveva strappato con il capo ma mai del tutto. L’uno oramai ridotto alla sua nobile énclave imperiese. L’altro sfrecciante verso un orizzonte più largo della Liguria.

Ma la loro filosofia ora è la stessa. Scajola ha sempre spinto contro i sovranismi e le beceraggini della cavalcante Destra salviniana. In privato chiama Salvini “il selvaggio”.

Toti ci è arrivato, dopo avere spesso mangiato le troffie al pesto al tavolo con Salvini, nell’epoca delle sue super vittorie. Festeggiate nel buen ritiro del “Capitano”, a Recco in provincia di Genova. E passando attraverso a tutte le traversie della Liguria. Dove un certo pragmatismo necessitato dalle sciagure, come le alluvioni e la caduta del ponte Morandi, gli ha inoculato probabilmente le praticità efficienti di un certo establishment genovese. Oltre alle durezze efficienti del sindaco Marco Bucci, scelto dalla Lega, ma apolitico al cento per cento.

Ma ora tutta questa voglia di centro per Toti ritorna a giocare le sue partite decisive proprio in Liguria. Un po’ perché le restrizioni della pandemia obbligano i governatori a stare in casa. E un po’ perché a Genova le decisioni per formare la nuova giunta regionale sono diventate una vera battaglia dentro al centro destra. Con scontri duri, che si spiegano non solo con la larghezza della vittoria. Ma anche con i nuovi equilibri che Toti vuole distribuire nell’assetto del futuro governo ligure.

Quanti leghisti in giunta, quanti assessori del suo Movimento “Cambiamo”, che ha sbancato le urne. Quanti posti a “Fratelli d’Italia” che è salita dal 4 al 10, 4 per cento. E un posto sì o no a Forza Italia, che è al lumicino del 5,4 per cento. Ma un po’ è risalita, ed è , sopratutto, la vecchia anima di quel centro-centro?

Ecco perché le scelte liguri saranno un segnale anche per il progetto generale di Giovanni Toti. Il quale gioca su tanti tavoli, qualcuno dice forse troppi. Presidente della Liguria. Possibile presidente della Conferenza delle Regioni, dopo l’emiliano Bonnacini. Leader del Movimento “Cambiamo”, col suo programma moderato-centrista. E, ad abundantiam, possibile assessore della Sanità in Liguria, dove vuole tenersi anche queste delicate deleghe insieme alla presidenza.