Gabbiani come avvoltoi, safari a Roma, Piramide, come in Namibia (video)

di Antonella Del Sordo
Pubblicato il 27 Agosto 2019 14:15 | Ultimo aggiornamento: 27 Agosto 2019 14:16
Gabbiani come avvoltoi, safari a Roma, Piramide, come in Namibia (video)

Due gabbiani a Roma (foto ANSA)

È mattina. La città si è appena svegliata. È domenica. La prima di rientro dall’esodo estivo. La prima dopo l’apertura ufficiale della crisi di Governo. Nei palazzi del potere si  discutono le nuove alleanze politiche per cercare ancora una volta il “caronte” di turno che traghetti  il paese fuori da questo pantano. 

Il traffico riprende timido, la città è ancora vivibile e così pensi che sia un momento buono per fare un giro a piedi con Lara e Nina – le figlie della tua amica – e goderti insieme a loro la città, prima che si ripopoli completamente e torni a diventare la metropoli, disorganizzata, inquinata, incazzata, che tutti noi, romani e forestieri, conosciamo. 

Una metropoli in cui il traffico, appena riprendono i ritmi lavorativi giornalieri, ti divora. Una metropoli in cui i mezzi di trasporto pubblici hanno macchine obsolete (quando non vanno in autocombustione come è successo ai mezzi dell’Atac) e le tratte della metropolitana coprono le zone a singhiozzo. 

Una metropoli dove molti abitanti sono costretti a muoversi in macchina e parcheggiare in terza fila perché la capienza dei parcheggi, a Roma, è sufficiente a malapena per una popolazione che si muove ancora con le carrozze.

Le prepari per uscire e mentre prometti loro una giornata indimenticabile inizi a raccontargli di quanto grande e potente sia stata Roma. Quanta storia, quanta cultura e quanta bellezza si nasconda dentro ogni singola pietra posata tra il primo secolo a.c. e il secolo IV d.c.

Scendi a Testaccio e pochi metri dopo il portone di casa, all’altezza della piramide Cestia che risale addirittura al 12 a.c. , si apre uno scenario da terzo mondo. Sembra di essere in uno di quei paesi del Terzo Mondo dove ancora la gente mangia, beve e butta a terra, mentre percorre le strada a piedi o seduta sui tuc tuc, gli avanzi del cibo e delle bevande con tutto il loro involucro.

Lì, nella piazzetta davanti alla piramide e davanti alla linea della metro, un gabbiano sta sbranando una carogna di cui, in pochi minuti, rimarrà solo una carcassa. Intorno tutto secco, neanche un filo d’erba. Solo bottiglie usate e rifiuti di ogni genere abbandonati. Piccioni, migliaia di piccioni e altrettanti gabbiani. 

Nell’aria si respira un odore acre e intenso come quello di certi souk dell’Oriente. 

Lara e Nina  rimangono ferme immobili e mi chiedono cosa fanno quegli uccelli che hanno visto nei documentari dei safari.  Gli avvoltoi, hanno scambiato i gabbiani per avvoltoi!

Mi viene da piangere.

Non so cosa rispondere ma so cosa posso fare: riportarle di corsa a casa per evitare che prendano il colera e chiamare in fretta il comune per segnalare l’emergenza. 

“Signora – mi risponde il primo dipendente di turno – Roma è tutta una emergenza.  Prendiamo comunque la segnalazione. “

 Scrivo alla sindachessa Virginia Raggi su Twitter e invoco anche le sue dimissioni. Poi ci rifletto e mi rendo conto che ho puntato il bersaglio sbagliato, sicuramente il più debole perché l’emergenza di Roma è frutto di errori che si sono stratificati nel tempo, Amministrazione dopo Amministrazione. 

I nostri politici sono impegnati da troppi anni a mantenere in vita  governi  che non durano neanche due anni, figuriamoci se sono in grado di occuparsi di come viene amministrata  Roma.

Così, come il Paese naviga e rotola a vista, così anche  Roma va avanti per forza di inerzia, senza una programmazione di lungo periodo – invero neanche di breve – che investa infrastrutture, viabilità e verde. 

E la mancanza di programmazione è da attribuire a tutto l’apparato politico e amministrativo che negli anni si è occupato di Roma.

Se Roma quindi oggi non è più caput mundi, non è sicuramente solo colpa di Virginia Raggi sindaco dell’ultima ora grillina.