Berlusconi voleva affossare Enrico Letta e Napolitano. Ed è stato affossato

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 5 ottobre 2013 6:47 | Ultimo aggiornamento: 4 ottobre 2013 18:57
Berlusconi voleva affossare Enrico Letta e Napolitano. Ed è stato affossato

Berlusconi voleva affossare Enrico Letta e Napolitano. Ed è stato affossato (foto Lapresse)

ROMA – Chi, soltanto qualche mese fa, immaginava per Silvio Berlusconi una fine politica tanto devastante, probabilmente sarebbe stato rinchiuso in un centro di igiene mentale.

Se l’epilogo delle sue molteplici vicende giudiziarie era prevedibile, non lo erano affatto le conseguenze che esse si portavano dietro a cominciare dall’espulsione dal Parlamento, vuoi in applicazione della legge Severino (una legge delega, non lo dimentichiamo, che con grande leggerezza il Pdl votò il 6 dicembre dell’anno passato, sorvolando sul principio che deleghe al governo che implicano la restrizione delle libertà personali non se ne danno), decretata dalla Giunta per le immunità del Senato, vuoi per gli effetti dell’interdizione dai pubblici uffici.

Tutti, infatti, immaginavano che i verdetti dell’Appello prima e della Cassazione poi sarebbero stati tali da non pregiudicare l’agibilità politica del Cavaliere. Il quale, comunque, non si sa bene in base a quale ragionamento ha continuato a ritenere che qualcosa sarebbe accaduto in modo da evitargli la cacciata dall’agone parlamentare. Quando ha realizzato che niente e nessuno poteva garantirgli una sorta di “salvacondotto” ha tentato di mettere in campo il suo appannato carisma e decretare la fine del governo Letta, colpendo nel contempo Napolitano.

È stata la mossa più sbagliata che avrebbe potuto compiere. Frutto del distacco dalla realtà che gli ha pregiudicato una visione oggettiva dello stato in cui versava il suo partito, la cui rappresentanza più ragionevole si è smarcata per tempo dai cosiddetti falchi disobbedendo platealmente al diktat berlusconiano che voleva i ministri pidiellini fuori dal governo ed i parlamentari dimissionari per provocare lo scioglimento anticipato delle Camere. Gli uni e gli altri hanno abbozzato in un primo tempo senza crederci. Quando poi hanno capito che il Cavaliere li avrebbe utilizzati per affondare il partito, l’esecutivo e messo in difficoltà l’Italia di fronte all’Europa, hanno preso in mano la situazione costringendo lui, che aveva annunciato la sfiducia al governo, a fare marcia indietro e ad ammettere la sua personale sconfitta che, per come è maturata, è totale.

Il Pdl non esiste più nella forma monarchica che lui gli aveva dato; i gruppi parlamentari si stanno ristrutturando ed attendono soltanto che vengano cacciati i pasdaran per prenderselo loro o, diversamente, ne fonderanno un altro. Ma ciò che più conta è l’irrilevanza dei berlusconiani i cui voti, legittimamente sono stati considerati “aggiuntivi”, sia da Letta che da Alfano. Il premier, infatti, avrebbe ottenuto la maggioranza anche senza l’apporto in extremis del Cavaliere, una mossa tutt’altro che furba: ha certificato la disperazione del leader e dei suoi seguaci.

Dalla vicenda che si consumata il 2 ottobre, il dato politicamente più significativo che è venuto fuori è stata la insanabile frattura che si è determinata nel Pdl : esso ha perduto la sua connotazione unitaria e, dunque, non è più rilevante dal punto di vista parlamentare. Questa consapevolezza è presente a tutti, a cominciare da Berlusconi il quale sa bene che la navigazione del governo non dipende più da lui. E quando poi sarà fuori dal Senato, cioè dopo il voto dell’Assemblea che non potrà che ratificare la decisione della Giunta, la parte pidiellina che gli è rimasta fedele, sia pur con molti mal di pancia (non tutti hanno apprezzato la retromarcia dell’ultimo momento e si sono defilati al momento del voto), a chi farà riferimento? Davvero qualcuno ritiene che Berlusconi possa fare politica alla stessa maniera di come l’ha fatta fino ad oggi?

Ecco, dunque, che si pone il problema di che cosa ne sarà del Pdl nelle prossime settimane, della rinascente (ma rinascerà?) Forza Italia, del centrodestra più complessivamente e, perché no, della destra stessa sparpagliata in una miriade di sigle tra le quali è difficile raccapezzarsi.

Mentre Cicchitto e Formigoni, sostenuti da Alfano e dall’ala ministerialista del Pdl, stanno pensando alla struttura dei nuovi gruppi parlamentari prevedendo che un “accordo” con quelli che li hanno apostrofati come “”traditori” non sarà possibile, gli altri, i “falchi” che tali non sono più dopo quella che considerano una sconfitta plateale voluta, guarda caso, proprio da Berlusconi, che cosa faranno? Si prenderanno Forza Italia e lasceranno il Pdl ad Alfano che leggerà il partito, destinato a crescere in Parlamento, al Partito popolare europeo? E’ probabile. Come è probabile che al momento non succeda niente in attesa di ciò che accadrà nel Pd dove sommovimenti vari fanno intendere che non tutti hanno digerito la riconferma di Letta.

È perfino ipotizzabile che la cordiale intesa tra Letta ed Alfano sia il preludio di un progetto politico assai più ambizioso che squasserebbe il quadro politico, finalizzato alla costruzione di un nuovo Centri del quale potrebbero far parte dissidenti del Pd di area cattolica o post-democristiana, i fuoriusciti del Pdl quasi tutti ex-giovani militanti della Dc, qualche socialista e naturalmente i centristi di Casini e buona parte dei montiani.

Le prove generali di un tale soggetto, posto che le elezioni politiche si allontanano almeno fino al 2015, potrebbero essere fatte in occasione delle europee della prossima primavera, magari saggiando il terreno con una federazione di gruppi uniti sotto una stessa sigla.

La fine del berlusconismo, comunque, segna il passaggio dalla Seconda Repubblica a qualcosa che inevitabilmente nascerà, ma che al momento nessuno sa dire immaginarlo, né tantomeno definirlo.