Comunali, crolla Grillo ma in crisi è tutto il sistema dei partiti

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 30 Maggio 2013 14:41 | Ultimo aggiornamento: 30 Maggio 2013 14:41
Comunali, crolla Grillo ma in crisi è tutto il sistema dei partiti

Beppe Grillo

ROMA – La valutazione minimalista che è stata fatta dei risultati delle elezioni amministrative ha nascosto un dato inoppugnabile ed allarmante che soltanto la dirompente affermazione del Movimento 5 Stelle alle politiche aveva in parte lasciato in sospeso. Mi riferisco alla crisi profonda del sistema dei partiti attraverso il quale si articola la nostra democrazia. Esaminando nello specifico le conseguenze dei risultati ottenuti dalle forze politiche, viene fuori che la disaffezione dei cittadini/elettori è più che giustificata costretti come sono ad assistere, impotenti per giunta, alla penosa pochade esse che quotidianamente mettono in scena facendo finta di trovare motivi di contrapposizione che dovrebbero legittimarle agli occhi dell’opinione pubblica.

È questa la “valenza politica” che più o meno tutti, osservatori compresi, oltre agli interessati, tentano maldestramente di negare guardando ai risultati delle amministrative. Ogni consultazione è politica per definizione. E così bisogna “leggere” anche l’ultima.

Della caduta di Grillo si è detto molto, forse anche troppo. Vale soltanto la pena di aggiungere che le inquietudini che si registrano nel Movimento preludono all’inevitabile implosione dovuta all’approssimazione con cui è stata messa in piedi una struttura programmaticamente protestataria, antisistema, personalistica ed autoritaria che non può reggere di fronte alla richiesta di cambiamento se rifiuta aprioristicamente la politica dialogo, del confronto e del necessario ed indispensabile talvolta compromesso, rinchiudendosi in un assurdo “apartheid” inespugnabile nel quale si stanno producendo risentimenti e rancori che non tarderanno a devastare il Movimento: per quanto ci pare di capire, tra qualche giorno si manifesteranno fuoriuscite clamorose dai gruppi parlamentari a testimonianza che la spinta propulsiva del grillismo è in via di esaurimento.

Dalle parti delle Lega, come già era evidente dopo le politiche di febbraio, l’aria è ancora più pesante. Perfino nel Veneto, roccaforte per antonomasia del Carroccio, le perdite sono state pesantissime. Ci si chiede se la “pulizia” di Maroni non abbia apportato più danni che benefici e se la poltrona di presidente della Regione Lombardia valeva il dissanguamento elettorale. Si ha l’impressione che anche la Lega abbia iniziato la sua irreversibile discesa verso l’irrilevanza o la marginalizzazione. E per quanto continui ad aggrapparsi all’utopia di una macroregione, i suoi dirigenti sanno benissimo che per l’attuazione di un tale disegno mancano i presupposti politici oltre che quelli numerici. Infatti se l’elettorato leghista avesse creduto davvero in una tale realizzazione, non avrebbe fatto mancare i voti al Carroccio. La verità è che anche i “barbari sognanti” si sono stancati e la più che ventennale lotta secessionista o federalista non ha partorito assolutamente nulla.

Sul Pd sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Canta vittoria sempre dopo aver avversato ciò su cui avrebbe dovuto puntare ed investire. Il “caso Marino” è emblematico al riguardo. Il quasi-sindaco di Roma, vincitore a dispetto dell’apparato, delle primarie, “inventato” e sostenuto da uno dei pochi uomini di valore politico tra i post-comunisti, Goffredo Bettini, ha pensato bene di smarcarsi dal lazzaretto dei Democratici e, per ora, ha vinto la sua battaglia. L’ha vinta proprio perché accanto a lui non s’è fatto vedere nessuno degli “impresentabili”, quelli della nomenklatura cioè che si sono fatti deridere da Grillo, che hanno bruciato autorevoli candidature per il Quirinale, che sono stati ammaliati da Rodotà (segnalato da poco più di quattromila frequentatori del web), che leggono twitter piuttosto che libri e giornali. Certo, i successi locali dovrebbero aver galvanizzato il Pd, ma non sembra che quello di Marino abbia acceso entusiasmi come era lecito attendersi. Oltretutto non è poi così sicuro che il chirurgo rappresenti l’anima democrat e non piuttosto un radicalismo opaco e confuso che sta a cavallo del grillismo, occhieggia ai movimenti, si propone come l’anti-nomenklatura tanto da non aver votato la fiducia al governo Letta ed essersi pronunciato a favore di Rodotà. Un alieno nel Pd, insomma, a conferma che il partito di Largo del Nazareno non sa più cosa sia e dispera di saperlo al prossimo congresso d’autunno.

Il Pdl non assorbirà la botta con tanta facilità. Il successo elettorale, se così vogliamo chiamare la perdita secca di sei milioni di voti nel febbraio scorso, è stato (e si rivelerà sempre di più) come un fuoco fatuo. Senza Berlusconi in campo è meno di niente. Ciò dimostra la forza di un leader e l’inconsistenza della sua classe dirigente: un autentico ossimoro politico. Lo abbiamo scritto tante di quelle volte che non vale la pena ripeterlo: il Pdl o si struttura come un partito vero, produce idee ed attiva il confronto al suo interno o è destinato a restare aggrappato al Cavaliere il quale, come dimostra il suo sdegnato silenzio in questi giorni, non ne può più di un soggetto che non ha imparato, dopo vent’anni, a camminare con le sue gambe. Alemanno sa bene che è solo, avrebbe dovuto accorgersene prima invece di fidarsi di chi palesemente non l’ha sostenuto.

Partiti disperati. Che non sembra abbiano alcuna intenzione di trarre insegnamento dalle lezioni severamente impartitegli dall’elettorato. Pensano di riabilitarsi riducendo i cosiddetti “costi della politica”. Si trattasse solo di questo, non ci preoccuperemmo più da tanto. È la crisi della democrazia che non vedono. Chissà se ne prenderanno coscienza la prossima volta quando a votare ci andranno soltanto i candidati ed i loro cari.