Dopo Letta chi? La crisi di Pd e Pdl condiziona il Governo futuro

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 24 settembre 2013 13:26 | Ultimo aggiornamento: 24 settembre 2013 13:26

 

Dopo Letta chi? La crisi di Pd e Pdl condiziona il Governo futuro

Dopo Enrico Letta, Letta o chi?

Sembra, a dare ascolto ai sondaggisti, che neppure il marchio di Forza Italia funzioni. Non ha appeal, dicono, e sarà un mezzo flop. Probabilmente non basta un restyling, per ridare smalto ad un partito che si riteneva superato nel 2007. Nuove sintesi all’epoca erano all’orizzonte, poi finite male perché male concepite da parte di tutti coloro che s’ingegnarono nel dare vita ad un “fusionismo” all’amatriciana.

Adesso Forza Italia, che nelle speranze di Berlusconi e di coloro che l’hanno assecondato, dovrebbe riportare il centrodestra agli antichi fasti, ritorna non come il leader l’aveva immaginata, ma come una creatura fragile e dimessa. Operazione oltretutto difficile, improbabile, inevitabilmente deludente dicono coloro che hanno sondato il simbolo vintage. Non scalda i cuori, insomma. Ed il rischio è che mandato in soffitta il Pdl ed una destra alle prese con tentativi di ricomposizione che difficilmente, per come stanno le cose, possono riuscire se non si non si mettono da parte vecchie e nuove idiosincrasie, il centrodestra rischia di non rimettersi in piedi per come sperava all’indomani delle elezioni. Per dirla tutta: lo schieramento è confuso, sbandato, irresoluto. La guida di Berlusconi sarà sempre più precaria e nessuno sa che cosa accadrà dopo l’esecuzione della sentenza.

Dalla parte opposta non stanno certamente meglio. Il Pd vive una crisi che soltanto le vicende politico-giudiziarie del Cavaliere hanno fatto passare in secondo piano negli ultimi mesi. In vista della definizione delle regole e delle modalità di svolgimento delle primarie e dei congressi per l’elezione del nuovo segretario, le fibrillazioni aumentano d’intensità giorno dopo giorno. Stupisce che più che un dibattito politico vero e proprio si consumi tra i dirigenti una querelle dopo l’altra su materie regolamentari scarsamente appassionanti, ma non prive di senso in vista della conquista del potere nel partito. La prova più eloquente è stata platealmente offerta dal Pd sabato scorso quando i timori della vigilia si sono concretizzati nell’Assemblea nazionale che non ha deciso nulla, tutto è saltato per aria sulle regole congressuali, sulle primarie e sulla sovrapposizione della carica di segretario con quella di candidato alla premiership.

Una prova di autolesionismo che è il vero male, tutt’altro che oscuro, del Pd, che con il passare del tempo si accentua in maniera progressiva e gli effetti sulle tensioni, le guerre fratricide che lo dilaniano, la stessa incapacità di ritrovarsi e comportarsi come una forza politica responsabile sono elementi che si scaricano sul Paese che risente del logoramento provocato da oligarchi bramosi di potere.

Le violente accuse tra correnti, come s’è visto, hanno impedito la conclusione ordinata dei lavori dell’Assemblea nazionale ed il Pd è ripiombato nella stessa cupa atmosfera che segnò la settimana dell’elezione del presidente della Repubblica, quando onorevoli traditori gettarono a mare prima Marini, poi Prodi. Credevamo che il punto più basso della parabola discendente del Pd fosse stato toccato allora. Ci illudevamo. Ed infatti, mentre i suoi capi e capetti si delegittimano reciprocamente, gli italiani fanno le spese delle loro devastanti e contradditorie opzioni su questioni tutt’altro che marginali come l’Iva e l’Imu, dimostrando di non avere la benché minima linea politica, ma neppure il senso dell’onore nel rispettare i patti stipulati al momento della formazione dell’esecutivo.

Ossessionato dall’ombra, che in verità si fa sempre più corta, di Matteo Renzi, le fazioni avverse non sanno come fronteggiare il “guastatore” fiorentino che ha fatto i suoi conti senza tener conto di altre ragioni se non quelle che potrebbero giovargli per correre come segretario, presidente del Consiglio e perfino sindaco della sua città se i tempi delle primarie dovessero allungarsi, posto che la data dell’8 dicembre può sempre essere cancellata per sopravvenuti impedimenti tipo la non improbabile crisi di governo. Appesi a Renzi i piddini, dunque, stanno dando uno spettacolo penoso: chi ha sentito volare un’idea nelle ultime riunioni è pregato di alzare la mano.

Niente, comunque, accade per caso. Il partito che avrebbe dovuto mettere insieme i residui del vecchio Pci ed i democratici progressisti di estrazione democristiana è riuscito nella singolare impresa di azzerare le identità degli uni e degli altri senza creare una identità nuova nella quale tutti si potessero riconoscere. Da qui le faide tra vecchi post-comunisti e vecchi post-democristiani culminate nella orribile farsa ricordata dell’aprile scorso quando la politica italiana, per coprire i danni prodotti dal Pd ed in particolare dai “nuovisti” portati in Parlamento da Bersani, fu costretta a richiamare in servizio Napolitano. Il disprezzo da cui vennero coperti evidentemente non bastò. L’esperienza delle larghe intese ha messo in evidenza il peggio evidenziando doppiezze, idiosincrasie, vere e proprie incapacità ad elevarsi dalla palude partitocratica facendo prevalere le loro insanabili contraddizioni interne.

Tra un centrodestra che non si ritrova ed un centrosinistra che sembra sbiadire anche di fronte alle difficoltà del primo, Letta ha giurato fedeltà, un po’ pateticamente bisogna ammettere, a chiunque diventerà segretario del Pd. Lodevole dal punto di vista dell’eleganza politica, ma siccome nessuno gli aveva chiesto di farlo, ci sembra del tutto superfluo e perfino dannoso: c’è chi pensa che sia sia voluto cautelare nei confronti di chicchessia in modo da arrivare alla inevitabile crisi con le carte in regola per ritrovarsi in pole per la corsa di Palazzo Chigi. Ma quando accadrà, vista la decozione del sistema dei partiti rappresentato soprattutto dal Pdl e dal Pd, chi avrà le carte in regola per sostenere un programma di governo?