Quale fiducia se le tasche sono vuote e le anime rattrappite?

Pubblicato il 24 Dicembre 2011 18:48 | Ultimo aggiornamento: 24 Dicembre 2011 21:08

ROMA – Rassicuro Aldo Cazzullo che sul “Corriere della sera” ci invita a farci un regalo, “un tesoro nascosto nel fondo della crisi italiana”, che noi abbiamo tutta l’intenzione di farcelo. E farcelo anche doppio se possibile. È pur vero che non lo si trova nelle vetrine, né lo si può impacchettare. Eppure sappiamo che c’è, o potrebbe esserci, per quanto nascosto nel profondo della crisi italiana.

Questo regalo, più scintillante di qualunque altro, comunque non è in vendita e potremmo reperirlo soltanto nella nostra coscienza se ricorressero alcune condizioni: è la fiducia in noi stessi. L’esimio editorialista del giornale di via Solferino sa bene che questo sentimento, pur nascendo spontaneamente, ha bisogno di cure, di essere coltivato, amato, accarezzato. Quando lo si trascura o, ancor peggio, lo si calpesta è difficile che riprenda rigoglioso a crescere. È più facile che avvizzisca fino a morire. Fuor di metafora, in questo tristissimo Natale, mentre stanno per germogliare malauguratamente innumerevoli fiori malsani rispetto a quelli che pur con ardimentosa fantasia era lecito attendersi soltanto un mese fa, come è possibile che ci facciamo un regalo tanto bello e prezioso qual è la riconquista della fiducia in noi stessi se neppure un segno di rinascita – civile, culturale, sociale prima che economico e politico – è dato cogliere nelle nostre vicinanze?

Non per indossare a tutti i costi i panni del catastrofista – vocazione che non mi appartiene – ma soltanto per rivendicare un po’ di oggettivo realismo mi ostino a ritenere che questa volta non basta riconoscere come il nostro Paese abbia sempre dato il meglio di sé nei momenti difficili per riprendere quella fiducia che ci hanno rubato. Chi? L’elenco è lungo. E non non mi fermerei dentro i confini nazionali nel cercare i responsabili della devastazione in cui siamo immersi.

Ma quale fiducia si può avere o almeno recuperare quando i nostri destini vengono decisi altrove? Messi impropriamente nelle mani altrui si disfano senza poter opporre resistenza alcuna. E quando pure ci si prova, bisogna constatare che lo sforzo è inane. Fiducia? È stato mandato via un governo legittimamente eletto, si sono negate elezioni altrettanto legittime sotto l’urto dell’aggressione dei mercati alla nostra economia, si è sostanzialmente dichiarato lo “Stato d’eccezione” che nella sostanza ha legittimato l’ “invenzione” di un nuovo esecutivo quando quello in carica non si era ancora dimesso, è stata varata una manovra economico-finanziaria in tempi brevissimi quale neppure un governo autocratico sarebbe riuscito a fare con il consenso dei quattro quinti delle forze parlamentari, è stata poi approvata in pochissimi giorni e l’Italia è sotto attacco peggio di prima.

Chi sono, dunque, i suoi nemici? Il detestato Caimano, i poteri occulti che si annidano negli anfratti istituzionali della Repubblica, qualche potenza intenzionata a comprarsi il nostro Paese con un tozzo di pane? Via, siamo seri. C’è una parola che è stata espunta dal vocabolario politico italiano da tempo, ma che oggi ritorna prepotente: sovranità. Ecco: con il senno di poi non possiamo fare altro che ammettere onestamente come dalla fine impropria dello Stato nazione, dalla cessione ad organismi burocratico-amministrativi le cui attività soprattutto economiche e finanziarie sono sottratte a qualsivoglia controllo democratico (popolare e parlamentare) dipendano in gran parte i nostri guai.

Possiamo avere fiducia in noi stessi, nel nostro avvenire, in quello dei nostri figli quando tutto ciò che riteniamo di fare – al dunque di decidere, funzione primaria della politica – non possiamo farlo per il semplice motivo di aver delegato ad altri prerogative che erano e dovevano restare soltanto nostre? Non è un caso se l’Europa che immaginavamo, subito dopo la guerra, come una vera e propria nazione – tanto che la prima organizzazione comunitaria che venne creata, con il concorso decisivo dell’Italia e di altri quattro Stati fu il Consiglio d’Europa nel 1949, consesso eminentemente politico e volto alla difesa dei diritti umani e dei popoli – progressivamente è divenuta una comunità economica, poi d’affari, quindi bancaria con tanti saluti all’Europa dei popoli, a quella delle patrie e delle culture.

La sua tumulazione avverrà a marzo quando verranno firmati i trattati che prevedono la trasformazione della consociazione continentale in un organismo intergovernativo: poco più di un condomino che, ad un livello più modesto di quello attuale, dovrà prendere decisioni economiche e finanziarie per conto di alcune centinaia di milioni di europei gravati da problemi diversi ed uniti da un solo comune denominatore: la povertà.

Saranno soprattutto i soci della cosiddetta eurozona a pagare il conto più salato: una moneta senza Stato è quasi un ossimoro politico; dopo dieci anni di dissennata euforia sembra che nodi stiano venendo al pettine. Fiducia? Certo, vorremmo averne tanta. Ma se le tasche sono più vuote e le anime si sono rattrappite e non perché è scaduto il tempo dell’edonismo, ma per la ragione che si è esaurito quello dell’indipendenza dei singoli e del loro diritto al futuro che non riescono più a programmare, è impossibile farci quello che sarebbe anche per noi il regalo più bello. La fiducia, appunto.