Franceschini convertito per salvare Bersani da Renzi

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 7 Aprile 2013 7:44 | Ultimo aggiornamento: 6 Aprile 2013 23:47
dario franceschini

Dario Franceschini (Foto LaPresse)

Ci sono voluti quaranta giorni, ma alla fine Dario Franceschini ce l’ha fatta. Ha riconosciuto che un governo senza il Pdl non è possibile. La riflessione è stata certamente ben ponderata e la conclusione oggettivamente travagliata e convinta. Franceschini poteva risparmiarsi tanta pensosa fatica dando uno sguardo, per esempio, a blitzquotidiano.it, dove le analisi, i commenti e soprattutto le cifre sciorinate per giorni, inequivocabilmente facevano capire che il cosiddetto “governissimo” era la sola possibilità per evitare le elezioni anticipate.

Franceschini, invece, ha sposato la linea del segretario del Pd Pierluigi Bersani fin dall’apertura delle urne, non rendendosi conto, al pari di tutta la classe dirigente del Pd, che la sterile rivendicazione di un governo senza il Pdl, nel nome di quella “superiorità morale” rivendicata dai democrat, avrebbe condannato loro all’impotenza ed allo scherno inseguendo i i grillini che li sbeffeggiavano, ed il Paese allo stallo le cui conseguenze già s’intravvedono, ma saranno chiare soltanto quando la pochade per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica sarà finita.

Tra qualche settimana, infatti, capiremo quanto abbiamo perso in termini economici dall’assenza di un governo nel pieno delle sue funzioni per un periodo così lungo. Non lasciamoci incantare: non sono quaranta i giorni di vuoto di potere, ma quattro mesi, da quando Monti si dimise e rimase in carica per gestire l’ordinaria amministrazione, mentre conduceva la sua campagna elettorale.

Altro che “ordinaria amministrazione”: in questo tempo, davvero cruciale, c’era bisogno di ben altro ed invece ci siamo trovati nel bel mezzo di un caos politico-istituzionale del quale i mercati (verso i quali personalmente non nutro alcuna simpatia, mentre tanti di sinistra, convertiti al liberismo radicale, addirittura li venerano) si stanno incaricando di valutarlo adeguatamente per poi far sentire il loro peso. Le agenzie di rating minacciano per poi agire con la prevedibile forza messa in conto dalle forze politiche, ma ancor più dal mondo imprenditoriale.

Bisognava agire subito e mettere il Parlamento in condizioni di funzionare: si è preferito buttare il tempo soltanto perché una modesta classe dirigente, impregnata di arroganza partitocratica, s’era messa in testa di poter fare da sola, disattendendo il responso elettorale. Adesso che Franceschini si è svegliato dovremmo tirare un sospiro di sollievo, considerando che insieme con lui s’è mossa anche l’intendenza (notoriamente al seguito di chi conta). Invece la tardiva uscita dell’esponente del Pd non ci rassicura per niente.

Oltre che tardiva, infatti, è strumentale. Dalla sua intervista si capisce che il furbo ferrarese non è stato fulminato sulla via di Damasco da chissà quale intima percezione del disastro che sta per abbattersi sul Paese, ma dal terrore che gli equilibri interni al suo partito possano mutare e che la nomenklatura subisca rovesci irreversibili.

Non è per caso che Bersani si è acconciato all’idea di incontrare Berlusconi: se i due dovessero trovare un’intesa sul capo dello Stato e su un governo necessariamente a tempo, verrebbe disinnescata la “mina” Matteo Renzi e ciascuno, per la sua parte, potrebbe ancora salvaguardare posizioni che il “rottamatore” metterebbe a repentaglio se scendesse in campo.

Nel centrodestra hanno un bel dire che Renzi darebbe all’Italia una sinistra socialdemocratica. In realtà li sconvolge il pensiero che Renzi guidi il centrosinistra in tempi brevissimi, con la vigente legge elettorale, perché sanno che travolgerebbe tutto e attirerebbe buona parte dell’elettorato dello stesso Pdl e che, dunque, vincerebbe di certo, magari in tandem con Fabrizio Barca sugli scudi della sinistra da qualche settimana, seriamente candidato a prendere la guida del Pd.

E allora ben venga l’accordo Bersani-Berlusconi: questo dice Franceschini e con lui coloro che quaranta giorni dopo la consultazione hanno avuto la visione del vuoto nel quale rischiano di sprofondare. Può darsi che non tutto vada liscio e le elezioni diventino inevitabili. Allora l’endorsement di Franceschini potrebbe non bastare. Né al Pd, né al Pdl, né tantomeno al Paese.

Aver perso tempo prezioso, per dispiegare tatticismi indecenti, farà andare in malora quel poco che si era riuscito a salvare nel terribile anno dei tecnici.