Italia e Libia amiche valgono un Gheddafi show ma non la vergogna internazionale

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 30 Agosto 2010 21:43 | Ultimo aggiornamento: 30 Agosto 2010 21:43

Si apre il Gheddafi show e le mani di Frattini parlano chiaro

A tutto c’è un limite. Anche all’indecenza. E Muhammar Gheddafi, Guida suprema della Jamahriayya libica, da tempo l’ha superato. Nelle sue ultime quattro “missioni”, che sarebbe meglio definire tournée, a Roma, in due anni, dal 2008 ad oggi, ha dato il meglio di sé che nel nostro piccolo è quanto di peggio un leader possa offrire. Questione di gusti, naturalmente, ma non ci capacitiamo del fatto che un capo di Stato debba visitare un Paese amico atteggiandosi verso di esso con l’arroganza estetica e politica di Gheddafi.

Comprendiamo le ragioni dei reiterati inviti al Colonnello da parte del governo italiano, ma non ci convincono le argomentazioni economiche, finanziarie e politiche con le quali si vorrebbero giustificare le discutibili uscite di un dittatore che se ne viene nella città cuore della Cristianità a predicare il Corano – come se fosse un Imam di indiscussa autorevolezza – a cinquecento ragazzotte pagate per ascoltarlo. Di fronte alle quali lancia addirittura l’invito all’Europa ad “islamizzarsi”. D’accordo che il beduino ha un’alta considerazione di sé, ma a nessun leader arabo musulmano verrebbe mai in mente di rovesciare sul nostro Continente e per di più da Roma un “consiglio” tanto singolare da sembrare pazzesco.

I balbettii seguiti all’improvvida provocazione di Gheddafi sono ancora più offensivi delle sue parole. E a nulla varrebbe fargli osservare che nel suo Paese nessuno si sognerebbe di chiedere un sermone di risarcimento, magari accanto ad una moschea, naturalmente in chiave cristiana e cattolica.

Così come un anno fa si presentò a Roma in divisa di comandante supremo delle forse armate libiche con l’immagine di Omar el Muktar, eroe della Tripolitania impiccato dagli italiani con l’accusa di terrorismo, appuntata sul petto, tanto per far capire che la ferita del colonialismo era ancora aperta e soltanto i cinque miliardi di dollari elargiti dal nostro governo italiano l’hanno in parte rimarginata, in quest’ultima occasione ha voluto dare un’impronta religiosa alla sua vacanza romana e si è profuso nell’apologia del Corano ad uso e consumo delle televisioni del suo Paese.

Di teologia, Gheddafi, come è stato osservato da numerosi studiosi dell’Islam, non sa assolutamente niente. Il suo libretto verde, vademecum della rivoluzione che nel 1969 lo portò al potere, viene costantemente ridicolizzato dagli altri leader musulmani. Per di più nel mondo arabo non è amato anche perché ha costantemente armato gli stragisti ovunque ed in tanti sono restii a credere nella sua conversione. In Europa e negli Stati Uniti si diffida di lui. Ma con lui, però, tutti sono costretti a fare i conti considerando che è pur sempre una mina vagante nel Mediterraneo e che gas, petrolio e fondo sovrano sono i suoi gioielli capace di far valere sul mercato mondiale e su quello italiano in particolare dove coltiva numerosi interessi economici e finanziari: per questo chiunque si scappella davanti a lui. Ma tutto questo può bastare a giustificare la sua “eccentrica” presenza sul nostro territorio facendolo salutare all’arrivo dalla fanfara dei carabinieri e da un picchetto militare che gli rende gli onori mentre non guarda in faccia nessuno, neppure il ministro degli Esteri che lo accoglie, sfilando addobbato come un personaggio circense?

Pur sforzandoci di comprendere realisticamente che taluni sacrifici vanno fatti, ci chiediamo fino a quando dobbiamo sopportare le periodiche umiliazioni che il colonnello c’infligge per quieto vivere. Anche volendo fingere di dimenticare i torti subiti dall’Italia da questo satrapo che governa il suo Paese con pugno di ferro, dove il dissenso è un crimine punito con la pena di morte ed i “campi di accoglienza” per gli africani bloccati in Libia per impedirgli di raggiungere le coste europee sono in realtà dei campi di concentramento, non possiamo dimenticare che qualche decennio fa, con implacabile crudeltà, ha costretto gli italiani di Libia ad abbandonare il Paese dove erano nati portandosi anche i morti disseppelliti tanto per negare alle giovani generazioni libiche che qualche struttura civile i colonialisti italiani, non certo tutti assassini, laggiù l’hanno pure creata. E su quelle strutture è stato possibile costruire un Paese minimamente moderno, certo più avanzato, se non nella tutela dei diritti, certamente nelle pratiche civili di tante altre nazioni africane,

Nonostante tutto, e soltanto per necessità (diciamolo, tanto per non essere ipocriti), i rapporti tra l’Italia e la Libia oggi sono ottimi. Ma la felice circostanza non dovrebbe autorizzare gli show a cui Gheddafi dà vita nei suoi periodici soggiorni romani. Se il protocollo diplomatico con lui serve a poco, bisognerebbe quantomeno pretendere che i suoi comportamenti fossero improntanti al decoro che nessuna ragione di Stato può mettersi sotto i piedi. Qualcuno dovrebbe farglielo notare. E ricordargli che la dignità dei Paesi amici non si conquista con disinvolti metodi, né arruolando cinquecento ninfette per mettere in scena una predicazione seguita da qualche finta “conversione” magari ben remunerata.

Se la fermezza dei governanti italiani s’imponesse, credo che il colonnello, le sue amazzoni, il suo variopinto caravanserraglio (quest’anno arricchito dalla presenza di trenta cavalli berberi) ci rispetterebbero di più e di fronte al mondo acquisteremmo maggiore autorevolezza.