Lezione Vendola: errori della destra e fine del dalemismo

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 25 Gennaio 2010 10:22 | Ultimo aggiornamento: 30 Settembre 2010 18:09

Il trionfo di Nichi Vendola alle primarie in Puglia segna la sconfitta più bruciante dal 2000, quando si dimise da presidente del Consiglio, di Massimo D’Alema. Un leader, questi, ostinato e arrogante che, costruttore di fallimenti politici meticolosamente pianificati, ritiene di saperne sempre più degli altri e non si piega né alla ragione, né all’evidenza.

Era ragionevole che Vendola tornasse ad essere il candidato di tutta la sinistra anche per come si era comportato di fronte allo scandalo che aveva travolto la Regione sulla disinvolta gestione della sanità. Era evidente che il “governatore” godeva di un largo seguito popolare, ben oltre i confini della sua parte politica.

Ma per un disegno che sarebbe dovuto diventare una strategia da esportare fuori dalla Puglia, D’Alema non ha sentito ragioni e si è intestardito fino ad imporre la sua volontà, come un colonialista che non si avvede che il suo tempo è inesorabilmente trascorso.

Vendola ha vinto contro il povero Boccia, agnello sacrificale per la seconda volta di una prepotenza politica stupida e cieca, e, con ogni probabilità si avvia ad infliggere una sonora batosta anche al centrodestra, con o senza l’Udc, poiché anche in questo schieramento spesso si finisce per scartare chi potrebbe avere possibilità di vittoria in favore di uomini d’apparato, certamente capaci, ma con poco appeal elettorale.

L’avversario di Vendola dovrebbe essere Rocco Palese, consigliere regionale uscente, dotato di buona fama, ma politicamente debole dal momento che il partitone del Cavaliere l’avrebbe scelto soltanto per disperazione, dopo aver bruciato una considerevole rosa di nomi, a cominciare dal magistrato Stefano Dambruoso il quale, se fosse stato messo in pista sei mesi fa, il tempo necessario per farsi conoscere, avrebbe potuto conquistare la “sua” regione.

Non è andata così per i veti e gli intrighi degli oligarchi locali i quali, a conti fatti, sembrano votati alla disfatta consapevole. Ricordiamo ancora il centrodestra esultare quando cinque anni fa Vendola vinse le primarie ritenendo che il candidato espressione di Rifondazione comunista non avrebbe mai fatto breccia nel cuore dei pugliesi.

Li vediamo oggi osteggiare la sola candidatura competitiva, quella di Adriana Poli Bortone, per impicci locali che poco hanno a che fare con la politica. Trascurando che se dovesse scendere in campo l’ex-sindaco di Lecce anche l’Udc sarebbe con lei. In Puglia Casini, piaccia o meno, è determinante e se dovesse correre da solo farebbe male al centrosinistra, ma ancora di più al centrodestra.

I giochi, comunque, non sono del tutto conclusi. Se Berlusconi non vuole perdere in partenza deve cambiare cavallo. Glielo suggeriscono i pochi saggi che ha intorno. Certo, se prevarranno le idiosincrasie, la partita già difficile può considerarsi finita. Sull’onda del successo insperato, Vendola ha tappato la bocca al Pd; potrebbe chiuderla anche al Pdl soltanto per colpa della classe dirigente di questo partito che sembra ripercorrere antiche strade piuttosto che aprirsi al nuovo.

Comunque vada a finire, la parabola politica di D’Alema è in rapida discesa. Il suo antico giovane contestatore quando era segretario nazionale della Federazione giovanile comunista l’ha messo con le spalle al muro. L’ex-premier voleva costruire una squadra competitiva, messa insieme come al solito nelle stanze chiuse dei burocrati, si è accorto che la politica nasce e si sviluppa tra la gente, per le strade, dove affiorano bisogni e illusioni, dove le richieste si fanno sentire.

D’Alema non è  Togliatti e neppure la sua caricatura. Il “Migliore” decideva da solo, ma non prima di aver ascoltato i dirigenti del suo partito ed essersi fatto un’idea. D’Alema sembra sentirsi sciolto da qualsiasi vincolo perciò non ne ha mai vinta una delle battaglie che ha fatto. Oggi è arrivato al capolinea. Crediamo che nessuno sia più disposto a mettergli in mano una cambiale in bianco.

Neppure Bersani che tutto gli deve. Anche il segretario del Pd riconoscerà, finalmente, che il dalemismo è da archiviare. Cosa resterà al “partito nuovo”?