Oltre le Regionali: il Pdl rischia di diventare un partito meridionale

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 20 Marzo 2010 21:35 | Ultimo aggiornamento: 30 Settembre 2010 18:05

Gennaro Malgieri

Nella storia della Repubblica non si è mai svolta una campagna elettorale come questa, che non è stata una vera e propria campagna elettorale.

A sette giorni dal voto è possibile concludere, nonostante i fuochi d’artificio di piazza San Giovanni, che le forze politiche non sono mai entrate in partita, come si dice in gergo calcistico. Quel che rimane di questa bislacca competizione sono le carte bollate, i ricorsi alla magistratura ordinaria e a quella amministrativa, un decreto salva-liste, l’attivismo di alcune procure della Repubblica, la stanca, noiosa ossessiva polemica che vede al centro la Rai, e cosine di contorno.

Per di più la sospensione dei programmi di approfondimento politico sulla televisione pubblica ha dato un colpo mortale ad una competizione alla quale la gente non si è minimamente appassionata. Essa è stata un gioco, insomma, ad uso interno dei partiti.

Qualcuno ne ha approfittato per riposizionarsi a danno di altri; le polemiche non sono mancate tra fazioni; nel centrodestra, in particolare, la guerriglia si è dispiegata al meglio, mentre era lecito attendersi che ci si impegnasse a cercare voti. Nel centrosinistra l’andamento della competizione non è stato migliore, fin dal momento delle candidature: vere e proprie guerre per bande sono in corso in tutte le tredici regioni non per strappare consensi all’avversario, ma per far vincere questa o quella fazione. Uno spettacolo desolante.

I temi della campagna? Inesorabilmente finiti nel dimenticatoio. Nessuno ha badato a portare all’attenzione i problemi dei cittadini, ma soltanto gli insulti delle oligarchie hanno trovato cittadinanza sulle pagine dei giornali i quali, naturalmente, ci hanno messo tutto l’impegno a “silenziare” le questioni regionali per fare spazio a intercettazioni, rivelazioni, litigi.

Naturalmente, in questo clima è accaduto l’inimmaginabile, riassumibile nell’acutizzarsi del conflitto tra i poteri dello Stato: tutti contro tutti, insomma. E poi, con meraviglia prossima alla stupidità, si scopre che c’è tanta voglia di astensione.

Ma ci facciano il piacere, direbbe quel grande politologo napoletano che era il principe Antonio De Curtis, noto come Totò. Quanto più serio era il suo “vota Antonio, vota Antonio” rispetto alla spettacolare modestia di una politichetta che non può certo suscitare passioni.

Se un minimo di responsabilità fosse rimasta alle forze politiche in campo, esse dovrebbero avere il coraggio di denunciare la crisi della politica, la decadenza del sistema, l’insopportabile scadimento morale della vita pubblica e, quantomeno, promettere un’inversione di tendenza.

Mi rendo conto che la pretesa è assurda. Centrodestra e centrosinistra, soggetti di un bipolarismo finto, da Drive In o da Bagaglino, non sono stati capaci di autoriformarsi e di offrire, di conseguenza, alternative in grado di risistemare le istituzioni ed ispirare nuova fiducia ad una società ripiegata su se stessa. Si lamentano che la lunga transizione non sia ancora finita: si sbagliano perché, pur non accorgendosene, essa è tramontata da un pezzo per far posto al nulla.

Questo Paese non vive, galleggia. E continuerà a galleggiare nei prossimi tre anni, in assenza di competizioni elettorali, fino a quando si proporrà per l’ennesima volta la questione Berlusconi. Soprattutto il centrosinistra, ma anche buona parte del centrodestra, sarà alle prese con la “centralità” del Cavaliere dal quale dipenderà ancora la politica italiana, ammettendo, implicitamente, che egli, comunque la si pensi, che risulti simpatico o meno, non è un’anomalia, ma a suo modo il protagonista assoluto con cui bisognerà fare i conti.

E saranno conti sbagliati quelli di chi, aggrappandosi ad un demagogo come Di Pietro, che non conosce la grammatica politica, oltre a quella della lingua italiana, ritiene di mettere Berlusconi fuori gioco per via giudiziaria o prendendolo per stanchezza. In questa campagna elettorale che si avvia mestamente alla fine, il Cavaliere riuscirà a dimostrare che, se anche il suo Pdl non avrà fatto una cavalcata trionfale, lui ne uscirà ancora vincitore, anche un po’ sbatacchiato in termini di voti e regioni acquisite, magari non dal suo partito ma dalla sua coalizione, con il peso determinante della Lega: se anche dovessero essere soltanto tre o quattro, saranno sicuramente le più popolose e le più dinamiche economicamente e socialmente.

Mai come nelle competizioni regionali, le vittorie si “pesano”. Ed il fatturato finale sarà a tutto vantaggio del Cavaliere, anche se molto lontano dai suoi più accesi sogni di gloria.  Avrà un bel polemizzare la sinistra che confermerà la sua egemonia sulla dorsale appenninica e si terrà la Puglia, regalo dal centrodestra.

Si registreranno nel centrodestra, piuttosto, gli scossoni più forti. Il Pdl rischia di diventare un partito regionale, più precisamente del Sud posto che se nel Piemonte, in Lombardia, nel Veneto la Lega se pure non attuerà ovunque il sorpasso ci andrà molto vicina e pretendere di contare di più anche a Roma, cominciando col tenersi stretta il Ministero delle Politiche Agricole.

Un motivo in più per riaccendere polemiche, soltanto rimandate, dopo le iniziative di Fini. Con la speranza, questa volta, che il senso di responsabilità porti la classe dirigente del Pdl a mutare indirizzo nell’inevitabile seduta di autocoscienza che si aprirà dopo il 29 marzo.