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Pensioni, soldi da restituire. Ma Governo non ci pensa proprio

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 11 Maggio 2015 10:57 | Ultimo aggiornamento: 11 Maggio 2015 10:57
Pensioni, soldi da restituire. Ma Governo non ci pensa proprio

Pensioni, soldi da restituire. Ma Governo non ci pensa proprio

ROMA –  È vero, “chi ha un buon reddito è considerato un nemico del popolo, e quindi lo si può maltrattare”, come ha scritto Giuseppe Turani su Blitzquotidiano. Lo stiamo vedendo in questi giorni di accanimento contro i pensionati. Il governo non ci pensa nemmeno a rispettare la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il decreto della Fornero e si affida ad un algido sottosegretario, che in ragione della sua funzione di difensore dell’errore commesso dall’esecutivo di Monti, leader a cui fa riferimento, si è arrogato il compito di respingere, in nome dei supremi interessi della collettività, gli effetti della pronuncia della Consulta che in un Paese serio dovrebbe essere applicata senza neppure commentarla.

In Italia è tutto così avvilente che non ci scandalizza la temeraria consuetudine del potere politico di scaricare sui più deboli e su coloro che non si possono comunque difendere i propri errori. Guadagnare bene, onestamente, in ossequio alle leggi dello Stato, e, di conseguenza, percepire una pensione adeguata ai versamenti contributivi effettuati per tutta la vita, equivale ad essere una specie di ladro in doppiopetto. Certo, ci sono coloro che sono costretti a stipendi e pensioni da fame, ma perché non ingegnarsi ad aumentare i redditi minimi o perfino miserabili invece di accanirsi su chi, senza aver mai rubato un centesimo ed avere avuto un rapporto con il fisco più che corretto, dovrebbe veder ridotti i suoi emolumenti, ciò su cui ha costruito le aspettative della sua vecchiaia, soltanto perché dei governi a dir poco inetti non riescono a far altro che mettere le mani nelle tasche dei contribuenti per tentare di arginare il debito pubblico ormai fuori controllo?

Non ci si può fidare di uno Stato, con il quale tutti i lavoratori hanno stabilito un patto, che non rispetta i diritti acquisiti in base a leggi che per decenni hanno regolato il suo rapporto con i cittadini. Certo che le leggi si possono cambiare, ma mai con effetto retroattivo e ancor meno con l’inganno della necessità impellente.
Sono da recuperare cifre mirabolanti “perché l’Europa ce lo chiede”? Ed allora si metta mano – tanto per fare un esempio – alla riforma (o addirittura abolizione) delle Regioni, pozzi senza fondo le cui addizionali, insieme con quelle comunali, sono aberranti e, come è stato ampiamente documentato qualche giorno fa dal Corriere della sera, incidono sui redditi degli italiani come quasi nessuno aveva immaginato. Blitz ha avuto il merito di denunciarlo più volte, ma con ben scarsi risultati purtroppo. In tutte le Regioni si è continuato a fare finta di niente: la spesa sanitaria non è diminuita, ma anche le più popolaresche sagre hanno continuato a mungere alle stesse mammelle. Per quale motivo salariati e pensionati devono pagare queste “addizionali” che fin nel nome esplicitano la inadeguatezza delle amministrazioni regionali e comunali a far quadrare i bilanci senza ulteriori aiutini? E le tasse ordinarie che paghiamo, mese per mese e poi la valanga di tributi che tra giugno e novembre siamo ancora obbligati a versare, non bastano proprio a soddisfare tutte le mangiatoie centrali e periferiche?

Inutile lisciare il pelo all’antipolitica per mettersi in pace la coscienza, soprattutto in periodo elettorale. La democrazia costa e se così non fosse meglio sarebbe delegarla a pochi oligarchi che non hanno bisogno di nulla, ma pretenderebbero, giustamente, di servirsi delle istituzioni ai loro fini. Non ce la si farebbe neppure se si chiudessero parlamento ed assemblee elettive: il rigore ha un senso quando è produttivo, non quando crea disagio e povertà.
La contrazione dei consumi si spiega anche con l’accanimento su quella classe media (che di fatto non esiste più) alla quale non è rimasto altro che risparmiare per poter pagare le imposte, mentre cresce la platea dei disoccupati, soprattutto giovani (il 43% secondo l’ultima rilevazione dell’Istat). Di essa fanno parte quei pensionati ben remunerati ai quali quel tale sottosegretario non vorrebbe riconoscere gli adeguamenti stabiliti dalla Consulta. Agli altri, i meno abbienti, quanto verrà restituito? Poco o nulla, considerando ciò che hanno perso nel frattempo come potere d’acquisto.

Insomma, di questi governanti (come di quelli che li hanno preceduti) non ci si può fidare. In nessun settore. Tasse, pensioni, scuola, sanità: si cambia ad ogni stormir di fronde. Nessuno è al riparo. I contribuenti vivono nella costante attesa di mazzate che fanno male; i pensionati di decurtazioni che vengono chiamate “contributi di solidarietà”; professori e studenti di cervellotiche riforme che nessuno capisce se non i burocrati che le partoriscono ed i pochi beneficiari che poi non sanno come gestirle; gli ammalati di una tac alla quale sperano di arrivare prima che sia troppo tardi…