Risse a sinistra? Silenzi a destra? A voi il Monti bis

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 27 agosto 2012 10:38 | Ultimo aggiornamento: 27 agosto 2012 10:38

Volano gli stracci tra i partiti politici. Tornano in auge insulti feroci come da tempo non se ne sentivano. Fascista e comunista sono i più gettonati. Tra Bersani, Grillo e Di Pietro è guerra aperta. Sui blog contrapposti si leggono idiozie da guerra fredda che fanno rabbrividire. Ma pure il ricordo (che considero legittimo) di Togliatti sulle pagine dell'”Unità” dà la stura a risentimenti infantili tra i democrat cui si accompagnano definizioni discutibili da parte degli avversari di centrodestra. Il tutto mentre l’Italia e l’Europa affondano. Proprio così: affondano. L’intemerata tedesca contro la Bce ed il progetto salva-Stati ne è la prova più evidente. Non so come l’eurozona affronterà l’autunno; e non so neppure se ci sarà ancora un’eurozona: tutto lascia supporre una catastrofe che si abbatterà sui popoli che hanno subito la costruzione di un’Europa senza fondamenta.

In questo contesto che definire drammatico mi sembra eufemistico, i partitanti italiani cosa fanno? Litigano sul nulla; si accapigliano su una legge elettorale che con ogni probabilità sarà peggiore di quella che comunemente è stata definita una “porcata”; si sbattono per mettere assieme improbabili alleanze, ma non una parola dicono sui possibili programmi per uscire dalla crisi. Dobbiamo stupirci di tanta dabbenaggine? E perché mai? Quando non si ha nulla da dire è inevitabile che ci si avviti sulle fantasmagorie dialettiche, perlopiù volgari. Guardate un po’, se vi va, alla polemica tutta ideologica che sta contrapponendo Repubblica al Fatto quotidiano, culminata – udite, udite! – nella disputa tra chi è più a destra o più a sinistra. Se si considera che il tutto nasce dalle differenti interpretazioni della questione sulla presunta trattativa Stato-mafia e dal coinvolgimento del Quirinale sulle intercettazioni disposte dalla Procura di Palermo con conseguente apertura del conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale da parte della presidenza della Repubblica, non si può che concludere che la politica è come se fosse impazzita.

Ci vorrebbero un Longanesi o un Flaiano per descrivere il “manicomio Italia” dove peraltro qualcuno – in perfetta buonafede – immagina che pur nelle attuali deprecabili circostanze spazio per una ripresa ce ne sia. Mi fa piacere che lo si creda, ma il mio innato pessimismo della ragione mi fa dubitare di coloro che vedono la luce in fondo al tunnel. E per una semplice ragione. Chi dovrebbe adoperarsi allo scopo mi sembra, come accennavo, in tutt’altre faccende affaccendato. E per di più ritiene che il “lavoro sporco” di Monti e dei suoi tecnici non sia ancora terminato, dunque meglio dedicarsi ad altro in vista di elezioni che non cambieranno molto le condizioni del Paese.

Prendete il leader del Pdl. Si dice che stia studiando un corposo dossier nel quale dovrebbe trovare il talismano della felicità, ovvero il nuovo nome del partito che dovrebbe fargli vincere le elezioni o, quantomeno, non fargliele perdere di brutto. I bene informati sussurrano che la scelta dovrebbe ricadere su “Grand’Italia”: non mi pare geniale ed assomiglia tanto al nome delle molte pizzerie che popolano il Belpaese. Quanto ai contenuti, da Villa Certosa nulla perviene e Berlusconi neppure ritiene, al momento almeno, di sciogliere definitivamente la riserva sulla sua candidatura a premier, né di convocare gli organismi dirigenti del partito allo scopo di elaborare una strategia in vista delle elezioni. Quel poco che i pidiellini conoscono lo apprendono dai giornali, ricchi di indiscrezioni, ma poveri di informazioni a meno di non voler considerare tali le inutili interviste a questo o a quell’esponente berlusconiano che pur di non lasciare desolatamente vuoto il taccuino dell’inviato sotto il sole, ripete quel che tutti sanno e cioè che non si sa appunto niente della fine che farà il Pdl.

Tutto, come sempre, è nelle mani del Cavaliere, compresa la riforma elettorale spacciata per imminente, ma della quale non si intuiscono neppure i contorni, mentre lo scopo è chiaro: verrà varato un provvedimento che garantirà il pareggio sostanziale, cioè a dire la dissoluzione perfetta della politica in modo da poter conferire a Monti un altro incarico tanto per vedere l’effetto che fa. Incarico che questa volta potrebbe perfino essere facilitato dalla possibile sconfitta elettorale della signora Merkel la quale, nonostante lo spread alto dei Paesi “amici”, non è riuscita nell’ultimo anno a far drizzare i consensi del suo partito, la Cdu, sceso ai minimi storici nelle roccaforti tradizionali.

E mentre l’Europa, come dicevo, affonda e noi ci preoccupiamo per i nostri precari destini, a Berlusconi fa da contrappunto l’ineffabile Bersani il quale, ritenendosi probabilmente la reincarnazione di Togliatti, Longo e Berlinguer, s’industria come può per mettere in piedi uno straccio di coalizione perdendo però ogni giorno qualche pezzo, come dimostra la querelle di domenica divampata dentro e fuori il suo partito. Lui dovrebbe guidare una sorta di invincibile armata (visto come è ridotto il centrodestra), ma è difficile che riesca nell’impresa, soprattutto se si dovesse votare tra febbraio e aprile: i suoi sodali stanno organizzando per benino le primarie e non è detto che non lo lascino solo a smacchiare i giaguari: Renzi, tanto per dire, affila le armi ed annuncia che, cascasse il mondo, ci sarà, come ci saranno la Serracchiani ed una pletora di pretendenti che finiranno comunque per delegittimare il segretario in carica. Tra tanto contendere nel Pd qualcuno forse pensa ai problemi del Paese? Ma ci facciano il piacere.

E, giacché ci ci siamo, ce lo facciano pure Casini, Fini, Passera, Montezemolo, le “cose” bianche, bianconere o rosee. Non se ne può più di alchimie elettoralistiche vuote, insignificanti, gonfie di aria malsana e di presunzione. Ci piacerebbe ascoltare qualcuno che proponesse qualcosa per uscire se non dalla crisi quantomeno dal pantano. Ma nelle cliniche partitocratiche dove tutti sembrano aver trovato ricovero, il massimo che riescono a produrre sono vascelli di carta galleggianti nell’afa agostana.

L’autunno è alle porte. Si annunciano i primi temporali che dovrebbero segnare la fine dell’insopportabile estate. Cadranno le foglie e con esse anche molte illusioni. Gli statisti dediti all’inciucio troveranno ancora una volta sulla loro strada Monti e Napolitano. Non cambierà lo scenario. O forse sì. Marchionne lo vedremo sempre di meno in Italia, di acciaio se ne produrrà pochino, il mercato edilizio ristagnerà e l’agricoltura boccheggerà complice la siccità di quest’anno. Neppure la cultura potrà dirsi al riparo: altre devastazioni visiteranno la nostra memoria storica, mentre i ricercatori cercheranno di fuggire all’estero e parte dell’immenso patrimonio librario marcirà in qualche magazzino. Come accadrà a quello raccolto in una vita dall’avvocato Gerardo Marotta per il cui Istituto di studi filosofici di Napoli nessuno ha trovato una sistemazione più adeguata di anonimi capannoni siti in quel di Casoria dove trecentomila volumi diventeranno, con ogni probabilità (pur facendo gli scongiuri) cibo per topi o forse ghiotta merce per ladri che poi a caro prezzo venderanno agli antiquari rarità come le prime edizioni delle opere di Giambattista Vico e di Giordano Bruno.

La politica può attendere, insomma. Ma il tempo per l’Italia è inesorabilmente scaduto.