Tra De Magistris e Di Pietro

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 9 Febbraio 2010 10:14 | Ultimo aggiornamento: 30 Settembre 2010 17:35

Antonio Di Pietro

Non è neanche arrivato e già pretende di essere riconosciuto come un leader. Luigi De Magistris, già sostituto procuratore della Repubblica ed oggi eurodeputato dell’Italia dei valori, è il grande sconfitto del partito dipietrista dal cui congresso immaginava che sarebbe stato consacrato come astro nascente del giustizialismo italiano. La responsabilità, a dire il vero, non è tutta sua, ma di chi glielo aveva fatto credere. Le solite tricoteuses abituate a spargere incensi intorno all’icona di De Magistris “vendicatore”, sembrerebbe, di tutte le ingiustizie.

C’era cascato anche Di Pietro, ma ha fatto in tempo ad innestare la marcia indietro. Il leader dell’Idv, che pure aveva contribuito a “costruire” il mito del giovane politico napoletano, quando ha capito che il suo pupillo studiava per scalzarlo è corso ai ripari e, con una delle sue piroette, lo ha messo fuori gioco. Gli ha detto, in soldoni, che se voleva crescere in Campania c’era per lui il posto da candidato alla presidenza della Regione per il suo partito che avrebbe fatto la corsa in solitaria. Se la sentiva? No che non se la sentiva.

De Magistris è di quelli che fino a quando c’è da prendere applausi senza pagare biglietti è sempre in prima fila, ma se c’è da rischiare qualcosa, se ne sta alla larga. E così Di Pietro, gli ha fatto capire che non aveva altra scelta se non quella di appoggiare il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, candidato del Partito democratico. Per quanto inquisito, e dunque sgradito al duro e puro De Magistris oltre che alle ricordate tricoteuses, De Luca la faccia di presentarsi al popolo dell’Idv l’ha avuta rischiando insulti e forse una gragnuola di pomodori: questo si chiama coraggio politico. Che poi per conquistare gli astanti abbia fatto ricorso alla retorica manettara e volgare che eccita tanto quella platea, è stato il pegno che ha dovuto pagare.

Infatti ha conquistato l’uditorio dipietrista quando ha detto che in Campania la partita o la vince lui o la camorra dei Casalesi. Praticamente chi non lo voterà, secondo questa logica sarà oggettivamente colluso con il clan più feroce della regione. Un po’ troppo perfino per Di Pietro. Troppo poco, crediamo, per De Magistris il quale, sdegnato e scontroso, ha fatto sapere che non lo appoggerà comunque appellandosi ai principi giacobini del movimento per i quali chi è sotto processo non può ricoprire cariche pubbliche. E dov’è finita l’eccezione che conferma la regola? Deve essere scomparsa nel ventre di Napoli, tra vicoli ed angiporti.

Adesso, si dice, De Magistris sembra che attenda un riconoscimento all’altezza della sua fama. Dopo otto mesi l’Europarlamento gli va già stretto, è poca cosa per uno come lui che difficilmente si adatterà a fare il peone consapevole di essere nato leone. E l’ avere, come ha ricordato con poca eleganza dal podio congressuale, venti anni meno del suo capo evidentemente gli dà il diritto di pretendere ciò che neppure un’assise democratica (si fa per dire) è disposta a concedergli: il partito. E già: che cosa se ne fa un De Magistris di una candidatura prestigiosa, di mille comparsate ad Annozero, di amici influenti presso procure e tribunali se poi non riesce a mettere le mani sul partito al quale non è ancora iscritto? Bizzarrie della politica italiana. Di questi tempi si può aspirare a diventare leader di un movimento ancor prima di avervi aderito.

De Magistris, dunque, è rimasto spiazzato. L’abbraccio tra Di Pietro e Bersani lo condanna alla marginalità. La scelta realistica in favore di De Luca lo sconfessa. L’Idv continuerà ad esibirlo come un portafortuna, ma le sue quotazioni sono in evidente ribasso.

Deve rassegnarsi, se vuole restare in politica. E sopportare con il sorriso sulle labbra il dominio assoluto di Di Pietro il quale mentre stava per cadere è riuscito a rialzarsi aggrappandosi al solo appiglio che aveva: sconfessare il dipietrismo e mettersi sotto l’ombrello del Pd. Non è detto che basti per mettersi in salvo visto quello che sta piovendogli sul capo, ma si fa così quando grandina.

De Magistris è giovane (ha vent’anni di meno del suo mentore, appunto) e non sente arrivare i temporali. Possiamo dargli questa attenuante a lui che le ha sempre rifiutate a tutti coloro che sono incappati nel suo furore di giustiziere?