Genova. Alluvione. Tar non bloccò i lavori, fondi dispersi a caccia di consensi?

di Umberto La Rocca
Pubblicato il 17 Ottobre 2014 13:08 | Ultimo aggiornamento: 17 Ottobre 2014 13:08
Genova. Alluvione. Tar non bloccò i lavori, fondi dispersi a caccia di consensi?

Alluvione a Genova. Di ora in ora emergono sempre più nette le responsabilità dei politici

GENOVA – La bandiera della buona politica, quella che non si nasconde dietro il dito dell’ipocrisia, l’ha raccolta il giovane segretario del Partito democratico di GenovaAlessandro Terrile, che ha detto:

“Dalla nuova alluvione che ha colpito la città noi ci sentiamo pienamente coinvolti, non accettiamo lo scaricabarile delle responsabilità”.

E ha chiesto al suo partito, al gruppo dirigente che da dieci anni guida la Liguria, alla maggioranza di sinistra in Comune di riflettere su quello che si poteva fare e non è stato fatto per evitare la tragedia.
C’è da dubitare che il suo appello sarà raccolto.
Lo spettacolo inverecondo che è andato in scena in questi giorni ha rispolverato il logoro canovaccio che la cattiva politica tira fuori quando qualcosa va storto e nel quale i verbi sono declinati soltanto al futuro. I risarcimenti arriveranno rapidamente, le procedure saranno più snelle, ha assicurato l’assessore Renzo Guccinelli ai commercianti inferociti che assediavano il palazzo della Regione.
Non gli hanno creduto. E come dar loro torto? Dei denari promessi per l’alluvione precedente, quella del 2011, hanno cominciato a vedere qualcosa dopo due anni e mezzo. I risarcimenti non sarebbero potuti già in passato arrivare prima? Le procedure non avrebbero potuto già in passato essere più snelle? Silenzio condito di altro silenzio.
Non parlo, ora è il momento di lavorare, ha risposto ai cronisti Raffaella Paita, assessore e candidato alla presidenza della Regione che ha evitato accuratamente di farsi vedere in giro per paura che qualche schizzo di fango sporcasse la sua immagine. Il momento di lavorare era prima. Quando si poteva e si doveva fare di tutto per prevenire il disastro.
Adesso, sostiene Claudio Burlando, sarà necessario rivedere la ripartizione dei fondi europei e assegnarne un po’ di più alla manutenzione del territorio e alla prevenzione.
Adesso mi prenderò io la responsabilità di far proseguire i lavori per mettere in sicurezza il torrente Bisagno anche in presenza dei ricorsi delle imprese escluse dall’appalto.
Perché adesso? Perché non prima visto che la sentenza del Tar non imponeva alcuna sospensione? Si doveva piangere un altro morto, il settimo dopo le sei povere vittime dell’alluvione del 2011, perché il presidente della Regione si decidesse a fare quello per cui lo paghiamo e a rischiare un minimo del suo per non far rischiare la vita ai cittadini che rappresenta e che dovrebbe servire?
Ma diamo pure per buono che chi il coraggio non ce l’ha non se lo possa dare, non sarebbe stato il caso di criticare pubblicamente e magari far pressione affinchè venisse modificato un bando di gara fatto con i piedi e che gli stessi componenti della commissione che doveva assegnare i lavori avevano giudicato ambiguo e fonte di sicuri ricorsi?
O denunciare una situazione di stallo gravissima che metteva in pericolo, ancora una volta, la città? Per rimettere in moto le cose sarebbe stato sufficiente un decimo dell’indignazione con la quale solitamente i politici respingono le critiche, anche le più fondate. Invece, niente.
Nessuna iniziativa allora, nessun ripensamento oggi. Perché il passato non esiste o, come nel mondo di Orwell, lo si ridisegna a proprio beneficio cancellando la propria mancanza di coraggio, di visione, di senso della collettività e gettando le colpe sulle spalle di altri, siano quelle del presidente del Tar o addirittura quella di Adriano Sansa sindaco di Genova vent’anni fa.
Così facendo però, ci si preclude la possibilità di porsi le vere domande, di dare risposte che potrebbero se non evitare altre catastrofi perlomeno limitarne i danni, di restituire ai cittadini fiducia e alla politica una parte della credibilità perduta.
E cioè: siamo sicuri che i ricorsi siano la malvagia ritorsione di imprese uscite perdenti dalle gare di appalto e non trovino invece giustificazione nella crescente incompetenza e approssimazione con la quale vengono scritti i bandi?
O ancora: l’Arpal, l’agenzia regionale che monitora le condizioni climatiche, è all’altezza del compito, può contare su personale sufficiente e selezionato in base alle capacità? O, domanda delle domande, i gruppi dirigenti che guidano la Regione Liguria e la città di Genova da almeno dieci anni hanno davvero avuto come priorità la tutela del territorio e la prevenzione delle calamità naturali?
E se così fosse, come è possibile che non siano bastati tre anni per redigere i piani specifici di emergenza per le zone alluvionate nel 2011 e a più alto rischio?
E non è che per caso nei bilanci regionali si sia preferito dirottare risorse verso altri capitoli, meno urgenti?
E che, per finire davvero, invece di concentrare i fondi europei su opere necessarie come la messa in sicurezza definitiva di Fereggiano e Bisagno, si sia deciso di disperderli su centinaia e centinaia di progetti spesso insignificanti, scelta improvvida sul lungo periodo ma assai redditizia in termini di consenso elettorale e, diciamolo chiaro, di clientele?
L’unica risposta che queste domande hanno avuto finora è: guardiamo al futuro. E pazienza se per centinaia di cittadini, dopo l’alluvione, quel futuro si annuncia tutt’altro che roseo e se un uomo, travolto dall’acqua e dal fango quel futuro non lo vedrà più.
Le elezioni regionali incombono e nella strenua lotta che questa classe dirigente in declino ha ingaggiato per perpetuare se stessa, come in guerra, si sa, gli effetti collaterali sono inevitabili. Fatevene, se potete, una ragione.