Genova, doppia reazione dopo il crollo: sfiducia nello Stato e voto di protesta

di Fabio Colasanti
Pubblicato il 19 agosto 2018 5:27 | Ultimo aggiornamento: 18 agosto 2018 20:40
Genova, doppia reazione del popolo dopo il crollo: sfiducia nello Stato e voto di protesta

Genova, doppia reazione dopo il crollo: sfiducia nello Stato e voto di protesta (foto Ansa)

ROMA – Fabio Colasanti ha pubblicato questo articolo anche su Uomini & Business con il titolo “La sfiducia che arriva da Genova” [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play]:

Il tragico crollo del ponte Morandi a Genova avrà sicuramente un impatto forte sull’opinione pubblica italiana e sulle intenzioni di voto.   Temo che questo impatto non sarà positivo.

Il crollo del ponte non può che rafforzare la sfiducia e il distacco che gran parte della popolazione prova per il governo, per la pubblica amministrazione e per le élite in genere.   Per molti italiani questo disastro è la prova che viviamo da decenni in un paese fermo, senza futuro, senza una visione del suo futuro e perfino incapace di gestire l’esistente.   Incapaci di analizzare le cause complesse di questo blocco (assolutamente vero), molti lo attribuiscono semplicemente alla corruzione, a delle consorterie non ben definite e ad un generico opportunismo di chiunque sia al potere.   Il rifiuto di tante famiglie di accettare i funerali di stato dei loro congiunti è una prova evidente di questa grande sfiducia.

Le reazioni che questo aumento della sfiducia provocano sono molteplici.   Commento le due che mi sembrano più importanti e che mi colpiscono per il loro carattere contraddittorio: da un lato la richiesta di un maggior ruolo per lo stato e dall’altro l’aumento della sfiducia nella politica/amministrazione pubblica.

In questi giorni, molti hanno chiesto un ritorno allo stato: le infrastrutture pubbliche dovrebbero essere gestite dallo stato e non da società private.   La “logica del profitto” impedirebbe a delle società private di gestire bene i servizi pubblici o le infrastrutture.   Eppure le concessioni di questo tipo sono utilizzate da tutti i paesi industrializzati e il nostro stato ha cominciato a attribuire concessioni fin dalla fine dell’Ottocento.

Le concessioni non sono sbagliate di per sé, i vantaggi che offre la specializzazione in certe attività sono una cosa reale e vanno sfruttati.   Le società specializzate in certi settori saranno sicuramente più efficienti dello stato nel gestire alcuni servizi.  Del resto, anche le società private fanno effettuare sempre di più certi servizi da società più specializzate e più efficienti di loro in certi campi.   La riduzione del peso statistico del settore industriale nelle statistiche del PIL è in parte dovuta all’esternalizzazione di molte attività da imprese del settore dell’industria a imprese del settore dei servizi.

I vantaggi per la collettività del dare alcuni servizi pubblici in concessione dipendono però dalle condizioni fissate nel contratto di concessione e dalla capacità del “concedente” (lo stato) di far rispettare queste condizioni.   E qui vengono al pettine i nodi della maniera come le concessioni sono state gestite nel nostro paese.

Prima di tutto, non si capisce perché i contratti di concessione debbano essere segreti.   Si tratta di una materia di interesse pubblico (sono in giuoco fior di miliardi di soldi di contribuenti) e le imprese che non hanno ottenuto la concessione hanno tutto il diritto di sapere quali condizioni sono state richieste alla ditta vincitrice.   Il contratto con la società Autostrade, del 2007, è stato inizialmente “segretato” e reso pubblico, ma non in maniera integrale, solo dal governo Gentiloni.   Cosa sappiamo delle altre concessioni (dalle altre autostrade fino alle concessioni delle spiagge) ?

Un momento importante per l’imposizione di condizioni adeguate per le concessioni è quello delle gare d’appalto.   Purtroppo anche in questo campo le nostre pratiche non sono degli esempi da imitare.  Troppo spesso le gare sono state gestite male o addirittura non sono state fatte.   La Commissione europea ha criticato spesso il nostro paese per il rinnovo senza gara di tante concessioni e, in alcuni casi, ha minacciato l’apertura di procedure di infrazione.   Gli interessi di parte si sono evidentemente manifestati anche in questo caso e hanno giocato la carta malsana (ma sempre efficace su persone poco preparate) del nazionalismo economico: sarebbe stato giusto non fare le gare d’appalto perché queste avrebbero aperto le porte alla partecipazione di ditte straniere !

Ma il punto più importante delle concessioni è la capacità di far rispettare le condizioni.   Oltre a tutto, quando ci sono aspetti di sicurezza pubblica in giuoco lo stato non può mai trincerarsi dietro un presunto trasferimento di responsabilità alla ditta che assume la concessione.   Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha, dal 2014, una Direzione Generale per le Strade e le Autostrade e per la Vigilanza e la Sicurezza nelle Infrastrutture Stradali.   Non so come sia organizzata, ma temo che – visti i limiti che operano su tutte le pubbliche amministrazioni e soprattutto su quelle ministeriali -non abbia le capacità operative per essere sufficientemente efficace nel suo lavoro.  Le imprese private offrono agli ingegneri con le conoscenze necessarie in questo campo stipendi molti più alti di quelli che può offrire il settore pubblico.

Visto che i limiti ad un uso intelligente dello strumento delle concessioni vengono dalle disfunzioni del nostro sistema politico-amministrativo, come si fa a sperare che il trasferimento della gestione di infrastrutture importanti come le autostrade nella pubblica amministrazione possa migliorare le cose ?

La seconda reazione è di tipo puramente politico.  Le responsabilità del crollo di Genova sono state accumulate nel corso di tanti anni.   La convenzione con la società Autostrade è stata firmata il 12 ottobre 2007 (con Antonio Di Pietro ministro dei Trasporti, non certo un amico delle imprese) e da allora abbiamo avuto al potere per un numero di anni più o meno equivalente sia il centro-sinistra che il centro-destra.   Questo porta ad un rigetto di tutti i partiti tradizionali.   Le reazioni alla catastrofe dei ministri attuali sono state indegne di un paese civile, ma sicuramente il governo attuale non può essere ritenuto responsabile del crollo essendo arrivato al potere da pochissimo tempo.

Ho paura che questo accentui le tendenze che abbiamo già visto finora: rafforzamento del voto di pura protesta (soprattutto M5S) e aumento delle astensioni.   Eppure una catastrofe come quella del crollo del ponte Morandi dovrebbe indurre a cercare di far meglio, a cercare di fare appello alle conoscenze migliori che sono a nostra disposizione.   Dovremmo lanciare una commissione di inchiesta – composta non di politici, ma di esperti di chiara fama – che analizzi tutto il nostro sistema delle concessioni e ne proponga una riforma.   Come si può immaginare che un problema cosi complesso possa essere risolto da degli incompetenti come i tre ministri che si sono finora espressi sulla materia?

Nella retorica dei movimenti di protesta, gli alti livelli della pubblica amministrazione sono responsabili degli errori passati tanto quanto i politici (una posizione che ha un certo fondamento), quindi il rigetto della classe politica include anche il rigetto della dirigenza della pubblica amministrazione.   Il governo attuale sta utilizzando le possibilità di ricambio dei dirigenti apicali (“spoils system”) in misura superiore a qualunque altro governo precedente.

Le due tendenze contraddittorie che vediamo tradiscono la semplicità della visione di tanti cittadini.   I problemi attuali non sarebbero dovuti a leggi e regole scritte male o inique – regole e leggi che spesso in altri paesi sono ben diverse – ma sono dovuti alla “cattiveria” o incapacità di alcuni individui che devono essere allontanati.   Se avessimo dirigenti politici e amministrativi più buoni, più onesti tutto andrebbe a posto.   Questo in parte spiega anche perché la politica sia diventata molto più una questione di persone.   Per molti, i problemi sarebbero risolti se i nostri dirigenti o amministratori fossero tutti come Donald Trump, Viktor Orban, Marine Le Pen o Matteo Salvini.

Non è facile spiegare alla casalinga di Vattelappesca come stanno veramente le cose.   Comprendiamo tutti da dove vengono le reazioni che vediamo, ma non sappiamo come canalizzarle verso sbocchi produttivi.    Le crisi sono giustamente viste come occasioni per il ripensamento di tante cose.   Ma non vedo il governo attuale organizzare un qualunque ripensamento che possa portarci ad una situazione migliore.   La prossima scadenza elettorale importante sarà costituita dalle elezioni europee del maggio 2019.  Cosa potranno fare i partiti più seri per evitare un risultato ancora più negativo di quello del 4 marzo scorso?