Europa: sovranisti in ascesa dopo l’illusione Macron-Merkel

di Giampiero Martinotti
Pubblicato il 27 settembre 2018 14:07 | Ultimo aggiornamento: 27 settembre 2018 14:07
Emmanuel Macron e Angela Merkel (foto Ansa)

Emmanuel Macron e Angela Merkel (foto Ansa)

PARIGI – Un anno fa, con un discorso alla Sorbona, Emmanuel Macron mise sul tavolo le sue ambizioni per l’Europa : da un bilancio per l’eurozona alla convergenza fiscale e sociale, dalla difesa comune a una tassa sulle transazioni finanziarie, senza dimenticare l’idea di una integrazione totale dei mercati francese e tedesco come esempio per tutto il continente.

Dodici mesi dopo, le speranze alimentate dal giovane presidente francese sono state ridimensionate : l’Unione europea deve lottare per la propria sopravvivenza, l’idea di un suo rafforzamento sembra rimandata a un futuro indefinito. Macron è un leader azzoppato, la sua popolarità Oltralpe è scesa vertiginosamente, le prime difficoltà economiche lo costringono a rivedere il proprio calendario e a rimettere in discussione l’obiettivo di fare della Francia un paese modello in materia di finanze pubbliche.

Sull’altra sponda del Reno, Angela Merkel non sta meglio. Rieletta un anno fa, due giorni prima del discorso alla Sorbona, ha dovuto faticare sei mesi per riuscire a trovare una fragile maggioranza in cui si affiancano una socialdemocrazia in declino e una Csu bavarese sempre più reazionaria, che cerca di bloccare l’ascesa dell’estrema destra correndo dietro ai suoi argomenti. Il presidente francese aveva puntato le sue carte sulla cancelliera per ricostruire un tandem franco-tedesco capace di trascinare gli altri paesi europei verso nuovi lidi. Oggi, Macron e Merkel assomigliano a due generali pronti a lanciare una grande offensiva e poi costretti a far arretrare le loro linee per non essere travolti dagli eserciti populisti. In dodici mesi è cambiato tutto.

L’elezione di Macron e la sconfitta di Geert Wilders in Olanda, nella primavera 2017, avevano dato l’illusione di un’inversione di rotta dopo il trauma della Brexit e la costante ascesa delle forze euroscettiche. Non è stato così : l’estrema destra è entrata al Bundestag ed è andata al governo in Austria, Viktor Orbán è stato rieletto alla grande in Ungheria, Matteo Salvini è diventato il capo incontrollabile di una coalizione populista in Italia.

Tutto l’edificio europeo è minato dalle fondamenta, la sua coerenza economica è garantita solo dalla Bce, gli interessi nazionali riprendono il sopravvento, la democrazia illiberale di Orbán fa adepti. Tutto ciò sulla scia di un’immigrazione mal controllata, senza alcuna solidarietà continentale. E i problemi si accumulano : la paura dei migranti, che pure sono fortemente diminuiti, è ingigantita dai demagoghi e amplificata dai social ; nelle società si allarga la frattura tra i ceti medio-alti, che sfruttano il dinamismo del mondo globalizzato, e quelli medio-bassi, che ne sono penalizzati ; il divario crescente tra i paesi occidentali e quelli centro-orientali, frutto di un allargamento dell’Ue mal pensato e mal realizzato, suscita incomprensioni e rancori ; una crescita economica squilibrata e con il fiato corto aumenta l’angoscia di paesi in crisi d’identità e spaventati dal futuro.

Macron e Merkel avrebbero voluto rilanciare la costruzione comunitaria, ma alle rispettive difficoltà interne si sono sovrapposti altri ostacoli : accordare le posizioni francese e tedesca, solitamente divergenti soprattutto in materia economica, non è semplice. E anche quando si trova un’intesa minima, come in giugno a Meseberg, imporla agli altri è diventato difficile : il motore franco-tedesco era preponderante in un’Europa a 15, ma non ha più lo stesso peso in quella a 27. Lo si è visto quando i paesi del nord hanno espresso tutte le loro reticenze alle idee di riforma dell’eurozona avanzate da Parigi e Berlino. Le elezioni europee di fine maggio diventano così l’architrave del nostro futuro. Dopo essere saltata in molti paesi, la contrapposizione tra destra e sinistra, tra conservatori e socialdemocrazia non sarà il tema dominante.

A disputarsi la vera posta in gioco, cioè il controllo dell’Europarlamento, saranno euroscettici ed europeisti, sostenitori di un ripiegamento identitario e fautori di una società aperta. Non a caso Macron ha rivendicato la leadership del mondo europeista, presentandosi come l’avversario numero uno di Orbán e Salvini (« Se hanno voluto vedere in me il loro principale oppositore, hanno ragione »).

Sia pur impopolare, il presidente francese è protetto da un sistema politico-istituzionale che gli consente di agire, a differenza di quel che avviene in Germania, dove la Merkel deve fare i conti con una maggioranza parlamentare risicata e litigiosa. Macron sarà di fatto l’ispiratore del fronte europeista, ma il suo sogno di avere liste transnazionali (e magari transpartigiane) è stato bocciato dalle lotte di potere, dagli interessi di partito e dalle gelosie nazionali. Ma se i populisti avranno facile gioco a riunirsi sotto la bandiera generica, ma facilmente identificabile, dell’eurofobia e delle frontiere chiuse, gli europeisti dovranno trovare un tema capace di mobilitare le loro truppe in vista di un voto davvero decisivo. Il presidente francese vuole applicare su scala continentela la stessa ricetta che nel maggio 2017 gli ha consentito di stracciare Marine Le Pen. Per questo ha lanciato il guanto di sfida della battaglia tra « progressisti e nazionalisti » : se i primi la spunteranno, sarà Macron, più di tutti gli altri, a raccoglierne i frutti.