Macron in crisi, i francesi non vogliono più pagare le tasse per non avere nulla

di Giampiero Martinotti
Pubblicato il 3 dicembre 2018 14:09 | Ultimo aggiornamento: 3 dicembre 2018 14:09
Macron in crisi, i francesi non vogliono più pagare le tasse per non avere nulla

Macron in crisi, i francesi non vogliono più pagare le tasse per non avere nulla

PARIGI – Comunque vada a finire, la rivolta dei gilet gialli non può essere considerata come un episodio passeggero. Le sue radici affondano in una triplice crisi, sociale democratica e fiscale, che non riguarda solo la Francia. Macron non ha « dimenticato i poveri », come ha detto il politologo Marc Lazar. Se li erano già dimenticati i suoi predecessori, a partire da François Mitterrand («nella lotta contro la disoccupazione abbiamo provato tutto», disse nel 1993, abbassando le braccia).

E se li sono scordati i leader europei da venti o trent’anni in qua. Tutti si sono accontentati di fornire sussidi vari ai nuovi esclusi, ai precari, ai poveri: assistenzialismo senza speranza. Se la deindustrializzazione è un fenomeno visibile in tutti i paesi occidentali, in Francia ha assunto forme particolarmente acute: il valore aggiunto dell’industria rappresenta solo il 12,6 % del pil, la bilancia commerciale è in deficit da vent’anni (unica eccezione il 2002). Ma la Francia detiene anche il record assoluto per la spesa sociale tra i paesi Ocse (31,5 % del pil), un costo del lavoro elevato, un debito pubblico vicino al 100 %.

Questi pochi numeri devono essere tenuti presenti per capire la crisi sociale di queste settimane. E’ già stato detto e ridetto che le cause all’origine della Brexit e della vittoria di Trump si ritrovano anche in Francia: contrasto tra le aree urbane, che crescono grazie alla globalizzazione, e le aree peri-urbane e rurali, lasciate da parte e considerate ormai marginali; disparità di istruzione fra le due zone che accrescono il dislivello sociale; ceti medio-alti urbani che si preoccupano per il cambiamento climatico o per i diritti di minoranze e migranti, mentre nelle zone abbandonate si pensa al potere d’acquisto, al declassamento sociale, allo spettro della povertà.

Macron è l’esponente della Francia urbana e questo, almeno in parte, spiega perché la rivolta sia esplosa proprio durante il suo mandato e su un tema così caratteristico della contrapposizione tra i due volti del paese: l’aumento delle tasse sul diesel per finanziare la transizione energetica. I cittadini hanno i trasporti pubblici, i rurali devono usare l’auto e hanno macchine vecchie, a diesel, che avevano scelto proprio perché il carburante costava meno. Ai primi, la transizione energetica costa poco o nulla; ai secondi, costa quei pochi euro che per loro sono moltissimi.

La configurazione geografica transalpina svolge un ruolo da non dimenticare: chi vive lontano dai centri urbani non vede sparire solo le proprie ambizioni di ascesa sociale ed economica. Vede anche sparire i legami sociali che costituiscono l’identità di un villaggio, di un gruppo sociale, di una comunità e, alla fine, di un intero paese. Quando si vive isolati, quando si vedono sparire prima il bistrot, poi il bar, poi l’alimentari e alla fine anche l’ufficio postale, tanto che si devono fare 30-40-50 chilometri per raggiungere il più vicino e anonimo centro commerciale, si rischia di perdere anche il senso di appartenenza a una società.

La seconda crisi riguarda la democrazia rappresentativa. Il fenomeno dei gilet gialli è nato al di fuori e al di là di tutti i corpi intermedi: partiti, sindacati, associazioni. Anche se le proteste sono più forti laddove è più alto il voto per l’estrema destra, il movimento non è stato previsto da nessuno ed è sfuggito al controllo di tutti. La Francia profonda non crede più nelle virtù della democrazia, nello Stato come autorità di riferimento cui fare ricorso, nei corpi intermedi come strumento di organizzazione e di confronto con il potere politico.

Le classi dirigenti, intese in senso largo (politici, imprenditori, giornalisti, economisti), sono considerate come lontane dai problemi quotidiani dei cittadini, incapaci di rispondere al malessere dei più sfavoriti, sordi al dramma di chi deve vivere con redditi ai limiti della sussistenza: i gilet gialli non sono i poveri assistiti, contro i quali, del resto, non sono teneri. Sono i ceti medio-bassi, per i quali un euro è un euro, che lottano quotidianamente per non cadere nella povertà.

E qui interviene la terza crisi, quella fiscale. Ha due aspetti. Il primo è ormai classico e riguarda molti paesi europei: il modello di Welfare State costruito nel dopoguerra è oggi incapace di assolvere tutti i suoi compiti. Concepito in un mondo con tassi di crescita elevati e piena occupazione, ha perso i mezzi per garantire tutte le prestazioni che i cittadini si attendono. Per mantenere il suo livello di protezione, ci sono solo due soluzioni: tagli alla spesa o aumento della pressione fiscale.

Tagliare o tassare è difficile, suscita in ogni caso le proteste di chi è colpito, lima il consenso politico e aumenta la disaffezione qualunquista per la gestione della cosa pubblica. Il secondo aspetto della crisi fiscale è ancor più inquietante: un numero crescente di strati della società ritiene illegittimo pagare le tasse. Il consenso a versare allo Stato una parte dei propri guadagni in nome della solidarietà nazionale è sempre meno diffuso. I gilet gialli sono un’espressione di questa rivolta.

Pensano di pagare molto e di non avere abbastanza in cambio, in particolare in materia di servizi pubblici, dai trasporti alla sanità. Considerano quelle tasse, quelle accise, quelle imposte pagate giorno dopo giorno come soldi versati a fondo perduto. Si dicono che i ricchi, o comunque i benestanti, non pagano abbastanza e che i poveri sono assistiti e guadagnano uno stipendio senza lavorare. Non a caso i più moderati di loro hanno chiesto, tra l’altro, l’apertura di ‘Stati generali della fiscalità’.

Crisi sociale, democratica e fiscale, dunque. Dietro la solidità del suo impianto politico-costituzionale, la Francia mostra i limiti e le fragilità della sua società. Per Emmanuel Macron è una prova decisiva: presidente delle città e dei ceti urbani benestanti, deve dimostrare di saper rispondere alle angosce del paese profondo. Prima che sia troppo tardi.