Polanski non è Dreyfus. Perché non querela Valentine Monnier?

di Giampiero Martinotti
Pubblicato il 14 Novembre 2019 9:12 | Ultimo aggiornamento: 14 Novembre 2019 9:12
Polanski non è Dreyfus. Perché non querela Valentine Monnier?

Polanski non è Dreyfus. Perché non querela Valentine Monnier? (Foto Ansa)

ROMA – Quaranta donne che impediscono la prima di un film non sono una notizia.

Lo diventano quando quelle manifestanti pongono un problema a tutta la società: si può celebrare un artista accusato da più di dieci donne di esser stato uno stupratore? Il caso di Roman Polanski e del suo ultimo film, premio speciale della giuria a Venezia, divide la Francia, imbarazza il mondo cinematografico, suscita dubbi e interrogativi nei media.

Certo, la separazione tra uomo e artista è data quasi per scontata.

Ma se tutti consideriamo Céline come un grande scrittore, cosa diremmo se fosse ancora vivo e vomitasse oggi i suoi orrori contro gli ebrei?

Dal 13 novembre è nelle sale francesi J’accuse (in arrivo in Italia con il titolo L’Ufficiale e la Spia).

Il film ripercorre il caso Dreyfus, l’ufficiale condannato per spionaggio solo perché ebreo. Un bel film, dicono tutti. Peccato, però, che a pochi giorni dall’uscita nella sale si riaprano le polemiche.

Valentine Monnier, 62 anni, accusa il regista di averla picchiata e violentata nel suo chalet di Gstaad, in Svizzera, 44 anni fa.

Un racconto confermato, secondo le verifiche del Parisien, da alcune testimonianze. Tutto è prescritto, ovviamente, ma la Monnier non è la prima ad accusare Polanski.

Molti ricorderanno il caso di Samantha Geimer, nel 1977 : a tredici anni sarebbe stata drogata e violentata dall’artista franco-polacco. Una vicenda in parte messa a tacere con un forte indennizo finanziario versato alla donna, ma penalmente ancora aperta: un giudice si è sempre rifiutato di chiudere la pratica, nonostante la Geimer stessa abbia chiesto l’archiviazione.

Proprio per questa vicenda, il cineasta non esce più dalla Francia o dalla Polonia per paura di essere estradato.

A quel caso ne sono seguiti altri : almeno undici donne, dal 2010 in poi, hanno accusato Polanski.

Quasi tutte erano minorenni all’epoca dei fatti evocati. Ma non c’è stato mai un processo per via della prescrizione.

Valentine Monnier è solo l’ultima e ha detto di aver deciso di parlare dopo che Polanski si era paragonato al capitano
Dreyfus. Inutile dire che l’avvocato del regista ha smentito tutto.

In passato, il mondo del cinema ha difeso Polanski. Oggi, c’è molta più circospezione. Anche perché un’attrice famosa e stimata, Adèle Haenel, ha accusato pochi giorni fa il regista Christophe Ruggia di averla molestata (e qualcosa di più) quando aveva fra i 12 e i 15 anni.

In un’intervista di un’ora sul sito Mediapart, la Haenel ha impressionato per il suo coraggio e la sua volontà di aiutare le donne a rompere il silenzio sulle violenze subìte.

In questo contesto, tardo frutto del movimento americano #metoo, il dibattito è diventato appassionato. Tutte le iniziative pubblicitarie per l’uscita del film sono state annullate, gli sponsor sono imbarazzati, politici e intellettuali divisi. Marlène Schiappa, ministro per le Pari opportunità, è stata chiara: “Credo e sostengo tutte le donne che dicono di essere state vittime di violenze sessiste e sessuali. Non comprerò un biglietto per quel film, ma non impedisco a nessuno di farlo”.

Stampa e intellettuali si chiedono se si debba, o no, separare l’uomo dall’artista, se è possibile apprezzare le opere di chi è accusato di reati disgustosi.

Storicamente, lo si è fatto. Ma una femminista ha fatto notare che se si trattasse di un panettiere, nessuno si sognerebbe mai di dire: “Ha violentato tante ragazzine, ma il suo pane è buono”.

Altri hanno difeso a spada tratta Polanski: il cineasta non va confuso con l’uomo. Ma è stato lo stesso regista a mettere questi ultimi in difficoltà.

In un’intervista pubblicitaria, il suo scrittore e amico Pascal Bruckner gli chiede se dopo essere stato perseguitato come ebreo da nazisti e stalinisti, riuscirà a sopravvivere “al maccartismo femminista”.

Un paragone fuori luogo che Polanski non contesta, anzi: “Nella storia trovo talvolta cose che io stesso ho conosciuto. Posso vedere la stessa determinazione a negare i fatti e condannarmi per cose che non ho fatto”.

Il regista si è in parte corretto qualche giorno dopo, ma in queste parole è chiaro che l’artista Polanski si è identificato con l’uomo Polanski, il regista ha messo le sue vicende personali in relazione diretta con l’affare Dreyfus.

E’ possibile trovare una via d’uscita? I fatti sono prescritti. Eppure, una strada ci sarebbe: Polanski, che ha sempre proclamato la sua innocenza, potrebbe querelare per diffamazione la sua ultima accusatrice. Per farlo, dovrebbe avere il coraggio di sostenere un processo pubblico, cosa che finora non ha mai avuto.