Scioperi, Francia paralizzata, Ferrovie a oltranza per 3 mesi, Macron si gioca tutto

di Giampiero Martinotti
Pubblicato il 3 aprile 2018 10:55 | Ultimo aggiornamento: 3 aprile 2018 11:09
Francia paralizzata dagli scioperi

Manifestanti in Francia

PARIGI – Scioperi, la Francia è paralizzata.

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 Martedì 3 aprile segna l’inizio dello scontro. Ferrovieri, piloti, netturbini, settore energetico: è un martedì nero di scioperi in Francia. Oggi, è previsto appena un Tgv (Treno ad alta velocità) su otto ed è caos totale per i pendolari che devono andare a lavoro con le linee regionali. Alla stazione di Parigi Gare de Lyon scene di panico e gente sui binari per la folla straripante ammassata sulle banchine già dalle prime ore del mattino. Una rete paralizzata, con un impatto immediato sul traffico automobilistico e 425 km di ingorghi intorno alla capitale contro una media di 325 km.

« Tutti i governi si sono piegati di fronte ai ferrovieri ».

 I sindacalisti più radicali non hanno dubbi : come in passato, basti ricordare la capitolazione di Alain Juppé nel 1995 dopo quasi un mese di scioperi a oltranza, anche stavolta gli cheminots finiranno per spuntarla.

Emmanuel Macron non la pensa così. Il capo dello Stato, almeno sulla carta, sembra deciso ad abbattere l’ultima grande corporazione francese, l’unica categoria che ha sempre resistito a tutte le riforme. E che ci è riuscita grazie alla capacità di paralizzare i trasporti del Paese. Il conflitto che si è aperto la sera di Pasquetta è quasi da manuale: da una parte, un presidente della Repubblica giovane e nuovo, che finora è riuscito a imporre le sue riforme senza eccessive difficoltà; dall’altro, un movimento sindacale che arranca e sembra vecchio, ma ancora capace di graffiare e di mobilitare come un sol uomo l’aristocrazia operaia dei macchinisti.

   La riforma della Sncf, la società ferroviaria, è il vero banco di prova di Macron, l’urto decisivo contro le resistenze alla sua volontà di trasformare la Francia. Finora, il presidente ha dovuto mettere la sordina al suo volontarismo europeista. Le interminabili trattative per la formazione di un governo tedesco, l’emergenza in Italia di una maggioranza euroscettica, le resistenze dei paesi del nord, guidati dall’Olanda, contro una riforma dell’eurozona, lo hanno costretto alla prudenza. Niente di simile, invece, sul fronte interno, dove ha avuto le mani libere.

   Nel giro di pochi mesi, Macron è riuscito a far passare una parte sostanziosa del suo programma, dalla riforma del mercato del lavoro a quella della formazione professionale, dalla revisione delle agenzie del lavoro ai numerosi provvedimenti in materia scolastica (il ministro della Pubblica istruzione è il membro del governo più popolare). Tutte misure annunciate in campagna elettorale, che l’opinione pubblica ha di fatto accettato, malgrado i malumori sindacali e qualche sciopero. Come se il Paese avesse deciso di lasciarlo fare, di stare a vedere: se non altro, il capo dello Stato ha fatto votare solo leggi proposte prima della sua elezione. A differenza di molti suoi predecessori, non ha tradito le promesse. E va veloce, sapendo bene che i francesi non hanno l’abitudine di lasciare molto tempo ai neo-eletti.

   Lo scoglio della riforma ferroviaria è tuttavia ben più consistente, malgrado rientrasse nel programma elettorale di Macron. La preparazione a una lenta apertura alla concorrenza è un boccone indigesto per la categoria, i cui diritti acquisiti (conquiste o privilegi, a seconda dei punti di vista) sono considerati intoccabili. Eppure, gli attuali dipendenti non dovrebbero soffrire troppo: il loro statuto di funzionari pubblici e le loro regole pensionistiche non saranno toccate, perlomeno sulla carta. E se alcuni di loro andranno a lavorare con società ferroviarie private, conserveranno tutti i loro vantaggi attuali. Ma i futuri assunti saranno lavoratori dipendenti come gli altri. E in un paese in cui il lavoro di ferroviere spesso si trasmette di padre in figlio, la riforma è esplosiva. Da qui lo sciopero a scacchiera: 36 giorni per tre mesi, in ragione di due giorni di astensione ogni tre giorni di lavoro. Nessuno dubita che il fronte sarà compatto per una o due settimane. Sul seguito, nessuno si sbilancia troppo.

   Macron conta molto sull’opinione pubblica. Durante il mese di aprile si snodano, frazionate regionalmente, le vacanze scolastiche di primavera e molte famiglie avranno difficoltà a spostarsi. L’industria del turismo ha già lanciato le inevitabili grida di dolore. La speranza, insomma, è che i francesi continuino, come adesso, ad essere in maggioranza contrari allo sciopero, togliendo così ai ferrovieri quel sostegno morale indispensabile alla tenuta sulla lunga distanza, come avvenne nel 1995, quando però scioperarono anche gli autoferrotramvieri.

   La battaglia d’opinione sarà dunque decisiva. Ma il governo dovrà stare attento al malumore che serpeggia in altre categorie, dagli ospedali ai pensionati a Air France. Alcuni sindacati sperano nella « convergenza delle lotte »: per Macron e i suoi, solo l’isolamento degli cheminots può aprire la strada verso la riforma ferroviaria e verso le altre ancora in lista d’attesa.