Isis, diversi da altri terroristi: tra Arabia Saudita, Usa..

di Giancarlo Tartaglia
Pubblicato il 21 Novembre 2015 7:16 | Ultimo aggiornamento: 20 Novembre 2015 17:33
Isis, diversi da altri terroristi: tra Arabia Saudita, Usa..

Isis, diversi da altri terroristi: tra Arabia Saudita, Usa..

ROMA – Dopo lo sgomento, l’indignazione, la rabbia e la solidarietà internazionale per i bestiali atti terroristici di Parigi dovrebbe essere arrivato il momento della riflessione e del tentativo di comprendere i termini reali della situazione e quali debbano essere le prospettive di azione. Il primo dato di riflessione, dal quale sarà bene partire, è che il terrorismo dell’estremismo islamico ha assunto oggi una dimensione ben diversa da quella del passato. Al terrorismo sotterraneo dei Bin Laden, costretto a nascondersi, è subentrata la nascita di uno stato islamico territorialmente ben individuato che si allarga tra l’Iraq, la Siria e l’Afghanistan.

Uno Stato che ha, quindi, potestà territoriale e strutture nazionali, che assicura l’ordine pubblico e garantisce i servizi sociali, ma che è anche uno Stato aggressivo che intende cancellare i confini disegnati con gli accordi Sykes-Picot nel 1916, che dettero vita agli stati nazionali del Medio Oriente, e ricostruire il grande califfato islamico. A questa prima riflessione se ne deve aggiungere un’altra, che lo Stato islamico (Is) è dichiaratamente sunnita e in quanto tale antagonista dell’Iran sciita e automaticamente collegato allo stato sunnita dell’Arabia Saudita.

Da queste due riflessioni dobbiamo trarne alcune considerazioni. La prima è che le aggressioni terroristiche nei confronti delle potenze occidentali, ivi compresa la Russia, hanno soltanto uno scopo intimidatorio: da una parte ammonire i governi europei a tenersi lontani dal conflitto del mondo islamico, dall’altra creare nei popoli europei un clima di paura e spingere l’opinione pubblica a influenzare i rispettivi governi verso la deriva del disimpegno.

La seconda riflessione è che nello scacchiere islamico l’Arabia Saudita, storicamente antagonista dell’Iran, è conseguentemente il maggior sostenitore del neo Stato islamico. Ma l’Arabia Saudita è anche il maggior alleato, storicamente, degli Stati Uniti. Per via di questi collegamenti è stato facile per Putin sostenere, senza che nessuno lo smentisse, che molti paesi occidentali, e anche alcuni Stati del G20, hanno relazioni economiche con lo Stato islamico.

Lo Stato islamico si regge grazie alla vendita di contrabbando del petrolio estratto sui territori che controlla, dall’imposizione fiscale sulle popolazioni del califfato, dalla vendita, sempre di contrabbando, dei beni archeologici, dal riscatto dei sequestri di operatori occidentali. Per tutte queste operazioni il tramite e il collegamento con l’Arabia Saudita è stato e resta fondamentale.

Questo ci può far capire come gli Stati Uniti siano molto tiepidi nel loro impegno sullo scacchiere del Medio Oriente. La politica estera di Obama è sempre stata indirizzata sulla frontiera del Pacifico e sui rapporti con il Giappone e la difficile contrapposizione con la Cina. L’Atlantico è stato per Obama un confine da non attraversare: l’Europa doveva risolvere da sola i suoi problemi, anche nel confronto con la Russia di Putin, e il Medio Oriente era da considerare molto lontano dagli interessi americani, fermo restando il rapporto di equilibrio con l’Arabia Saudita.

La presenza in quell’area degli americani, oggi trascinativi per i capelli dagli avvenimenti, continua ad essere vista come un atto dovuto di cui si farebbe volentieri a meno. Se questo è lo scenario, l’obbligo di una risposta a quello che sta avvenendo in Medio Oriente spetta prevalentemente all’Europa: accettare il ricatto dell’Isis e lasciargli mano libera nella sua conquista di tutto il Medio Oriente o intervenire, con la certezza di vedere crescere gli atti terroristici, mettendo a rischio la vita dei propri cittadini?

Di fronte a questo dilemma la risposta dell’Europa dovrebbe essere una, univoca e precisa. Ma, ancora una volta, l’Europa sta dimostrando di non esistere. Il portavoce del Cremlino, Peskov, a margine del recente G20, ha sarcasticamente dichiarato che un accordo tra la Russia e l’Occidente è impossibile, “perché non esiste un’idea di Occidente” e perché “ogni paese ha la propria posizione e il proprio atteggiamento verso i diversi segmenti del problema della lotta al terrorismo”. Come dargli torto? Alle prime motivate e giustificate reazioni belliche della Francia, cosi duramente colpita, sono seguite le precauzioni degli altri paesi europei, comprese quelle del Governo italiano, ognuno rivendicando la propria indipendenza e la propria sovranità.

Questo è il risultato: un altro duro colpo alla costruzione di una Europa unita, che ancora una volta si dimostra essere soltanto un’espressione geografica ai margini della storia. Se non si inverte questo processo, se non si riprende con urgenza il percorso dell’unità politica del Continente, che passa in primo luogo per la costruzione di un esercito europeo unico e di una politica estera comune, sarà matematicamente impossibile esercitare un qualsiasi ruolo decisivo nel Medio Oriente. O comprendiamo questo o ci condanniamo a chiacchiere inutili, a solidarietà a parole, a manifestazioni di cordoglio, in attesa dei prossimi attentati.