Governo Berlusconi e Lega Nord: su Milanese sarà resa dei conti

di Giuseppe Giulietti
Pubblicato il 14 Settembre 2011 20:50 | Ultimo aggiornamento: 14 Settembre 2011 20:51

foto Lapresse

Dove sono finiti i “bei tempi” nei quali la Lega obbediva senza fiatare all’unico capo riconosciuto, Umberto Bossi?

Questa volta l’ex capo supremo ha dovuto minacciare di espellere dal partito quei sindaci che avevano già annunciato la loro partecipazione ai cortei di protesta contro la manovra economica del governo.

Il sindaco di Varese, Fontana, un fedelissimo di Maroni ha risposto “Obbedisco”, ma si è subito dovuto dimettere dall’incarico di vice presidente dell’Anci, associazione nazionale dei comuni.

Dal punto di vista politico Bossi ha ragione quando invita i suoi sindaci a non sfilare contro un governo sostenuto dalle medesime camicie verdi.

Comunque vada siamo ai titoli di coda; del resto la stessa scena si era già vista, durante gli ultimi giorni del governo Prodi, quando esponenti e addirittura ministri scendevano in piazza per contestare il governo, del quale pure facevano parte, nonostante i dinieghi e le smentite il finale di partita era già segnato, allora ed oggi.

Nessun governo e nessuna formazione poltica può reggersi solo e soltanto sulla disciplina e l’obbedienza, vale per tutti, ormai anche per la Lega.

Il dissenso che si è aperto tra le camicie verdi è di quelli profondi, riguarda le ragioni fondative medesime del movimento: la legalità, ai limiti del giustizialismo più estremo ed esasperato, e la territorialità.

Qualsiasi sindaco, di qualsiasi colore, sa che la manovra segnerà la fine del federalismo, del trasferimento progressivo delle risorse verso la periferia, della tanto sbandierata autonomia politica e finanziaria. Forse non sarà neppure un male, ma chi glielo spiega adesso ai crociati in camicia verde, ai quali era stato assicurato il contrario?

Sul principio di legalità i seguaci di Bossi hanno già ingoiato di tutto, ma adesso dovrebbero anche ingoiare un voto contro l’arresto del deputato Milanese che, stando alle carte, sembra assai più inguaiato del suo collega Papa, per il quale, invece, i leghisti votarono a favore dell’arresto.

Il possibile punto di rottura, anche se tutti lo negano e lo negheranno, ci sarà proprio mercoledì prossimo, quando la Camera dei deputati dovrà pronunciarsi proprio sull’arresto del collaboratore del ministro Tremonti.

Quel voto, che probabilmente sarà segreto, diventerà, a torto o a ragione, la cartina di tornasole di tutti i livori, delle rese dei conti nella maggioranza e nella Lega, a meno che, prima di mercoledì, il Dio Po, o qualcuno di sua fiducia, non decida di staccare la spina al governo. Magari potrebbero farlo proprio gli amici di quel sindaco di Varese, costretto oggi alle umilianti dimissioni dall’Anci, ma che presto potrebbe festeggiare ben altre dimissioni!