Guerra a Isis non deve essere rinuncia a libertà di stampa

di Giuseppe Giulietti
Pubblicato il 30 Novembre 2015 7:08 | Ultimo aggiornamento: 29 Novembre 2015 13:17
Guerra a Isis non deve essere rinuncia a libertà di stampa

Recep Erdogan, presidente della Turchia. Giulietti avverte: la guerra a Isis non deve essere rinuncia alla libertà di stampa

Due giornalisti turchi attendono in carcere l’eventuale condanna all’ergastolo per aver pubblicato un’inchiesta sull’ipotizzzato traffico d’armi tra il loro e paese e le milizie di Isis presenti in Siria, per altro un sospetto coltivato da mezzo mondo e riportato ampiamente dalla stampa internazionale.

Decine e decine di cronisti sono in attesa di processo in quanto sospettati di aver favorito i terroristi riportando notizie ” Sgradite” al governo.

Del resto, da anni, la Turchia è il paese con il maggior numero di giornalisti ed editori in carcere.

Di tanto in tanto Erdogan procede a colpire la rete, Twitter e chiunque osi sfidare il suo progetto di costruire un regime intollerante ad ogni forma di diversità e di dialettica politica, civile e religiosa.

Nei giorni scorsi hanno smesso di trasmettere 13 emittenti considerate voci delle opposizioni  in particolare di quella curda.

Nelle ultime ore è stato ammazzato a colpi di pistola, nelle strade di Diyarbakir, l’avvocato Thair Elci, uno dei leader del movimento per il riconoscimento e la salvaguardia dei diritti civli e politici.

Tutto questo sta accadendo davanti ai nostri occhi, a poche ore di volo dall’Italia, con il silenzio complice dell’Unione Europea.

Conosciamo bene le motivazioni di tanta reticenza, relative alla collocazione geopolitica della Turchia, alla necessità di non regalare il paese all’estremismo radicale, anzi di portarlo sempre più nell’orbita dell’Unione Europea.

Non si tratta di motivazioni banali e questa discussione affonda le sue ragioni nei secoli e nel filo che ha spesso legato la storia della Turchia a quella dell’Occidente.

Così come non va dimenticato che esistono forze che operano davvero per la disgregazione della Turchia e per aprire le porte all’Isis e ai suoi alleati.

Per ragioni diverse le destre radicali europee, tra queste la Lega, hanno sempre ostacolato la trattativa sull’ingresso della Turchia in Europa.

Chi non condivide questo ostracismo non può tuttavia limitarsi a chiudere gli occhi e le orecchie, e  fingere di non vedere e di non sentire quello che sta accadendo.

La necessità di non ” regalare” la Turchia non può diventare, per esempio, un via libera alle operazioni di repressione contro quei curdi che, quasi da soli, sono impegnati nello scontro da terra contro il boia che ha provocato la strage di Parigi.

La scelta di Erdogan come interlocutore ed alleato non può portare a mettere tra parentesi i diritti civili e di libertà e, tra questi, la libertà di espressione e di informazione.

Per altro, proprio su questi temi, si è più volte incagliato il negoziato che avrebbe dovuto  aprire le porte dell’Europa alla Turchia.

Chi non vuole rompere il ponte che ancora collega questa due realtà, Italia in testa, ha il dovere etico, civile e politico di richiamare Erdogan al rispetto dei trattati internazionali e delle regole che ispirano o meglio dovrebbero ispirare  l’Europa comunitaria.

Mai come in questo momento le regole della diplomazia e dell’opportunità politica rischiano di sfociare nell’opportunismo e nella complice impotenza; in questo caso non certo per colpa dei Salvini di ogni colore e dialetto.