Giustizia Italia, figura di …con la Russia!

Pubblicato il 28 Agosto 2015 15:16 | Ultimo aggiornamento: 28 Agosto 2015 15:20
Giustizia Italia, figura di ...con la Russia!

Foto d’archivio

Ce ne vuole per trovarsi in imbarazzo con la Russia in materia di giustizia. Ce ne vuole per aver motivo di arrossire di fronte a un paese che incarcera a piacere del governo, incrimina e condanna piegando il codice come fosse elastico puro. Ce ne vuole a farsi criticare da un paese che “gode” di un sistema carcerario tra o più oscuri e pericolosi per chi ci finisce detenuto. Eppure l’Italia ci è riuscita a fare una figuraccia con la Russia.

Accade che un Tribunale italiano abbia decretato che Igor Markov debba “attendere sentenza di merito” in condizione di arresti domiciliari “a patto che indossi il braccialetto elettronico”. Igor Markov è stato arrestato a Sanremo lo scorso 12 agosto, da allora è in cella. Decisione del Tribunale alla mano dovrebbe, potrebbe uscire dal carcere. A patto di indossare il braccialetto elettronico. Ma…non esce e resta in galera. E perché? Perché la giustizia italiana che gli impone l’obbligo di braccialetto però non ha braccialetti da apporgli al polso né in nessun altro luogo del corpo. I braccialetti sono finiti, non ce ne sono più, nessuno ce li ha. La giustizia italiana ha decretato un obbligo che lo Stato italiano rende impossibile assolvere.

Quindi, siccome il braccialetto non c’è il detenuto resta in cella: è questa la logica burocratico formale, l’ingiustizia di fatto a norma di legge e disposizione. Certo, si attende una sentenza della Cassazione che timbri l’ovvio: se ti condanno al braccialetto ma non sono in grado di legartelo al polso il braccialetto il problema è dello Stato, non del detenuto. Ci vuole una sentenza della Cassazione per stabilire che ai domiciliari col braccialetto se lo Stato il braccialetto non ce l’ha diventa ovviamente ai domiciliari senza braccialetto e non in cella fino a che lo Stato di braccialetto non ne trova uno, magari per via di appalto e concorso? Sì, ci vuole una sentenza.

Nel frattempo il detenuto resta dentro. Se non è nessuno, resta dentro e basta, non lo sa appunto nessuno. Igor Markov è un amico e un protetto di Putin, un ucraino che gli attuali governanti di Kiev vogliono riacchiappare e sbattere in galera. Per la Russia è un perseguitato politico, per l’Ucraina un criminale politico. Qualunque cosa sia la giustizia italiana l’aveva preso in custodia, Kiev e Mosca attente guardavano cosa accadeva. L’Italia, la giustizia all’italiana ha sorpreso entrambe: ai domiciliari ma in cella, almeno fino a quando al Viminale non trovano un braccialetto elettronico o meglio i soldi per pagarlo un braccialetto elettronico. Questa non erano mai riusciti a inventarsela, neppure se la sono mai immaginata gli eppur improbabili sistemi giudiziari ucraini e russi. L’Italia Giustizia ha l’indiscusso pregio della assoluta originalità: dove altro un giudice ti obbliga a quel che lo Stato rende impossibile?