Governo, Di Maio è rimasto senza pane. C’è solo il forno del Pd

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 21 aprile 2018 6:50 | Ultimo aggiornamento: 20 aprile 2018 23:23
governo di maio

Governo, Di Maio è rimasto senza pane. C’è solo il forno del Pd

ROMA – “Il primo forno (centrodestra) si è chiuso. Il secondo, Pd, non aprirà mai. Solo brioche in pasticceria” scrive Giuseppe Turani su Uomini & Business.

“I 5 stelle da me in azienda potrebbero pulire i cessi”: questa battuta di Berlusconi chiude di fatto la trattativa fra centrodestra e Di Maio. Anzi, di fatto l’immaginario governo sovranista-populista non esiste più, se mai è esistito. Fine di una storia. Un forno si è chiuso, più per volontà di Berlusconi che di Di Maio o di Salvini (che ancora ci spera).

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A questo punto ai 5 stelle rimane solo una strada: il Pd, il secondo forno. Forno che però non è mai stato aperto e che probabilmente non lo sarà mai. Di Maio, e gli strateghi che stanno alle sue spalle, sperano in una scissione del Pd, ma, anche se avvenisse, non servirebbe a niente. Già così, con il Pd compatto, l’eventuale governo Pd-5 stelle al senato avrebbe un voto solo di maggioranza: quello di Matteo Renzi (la storia a volte si diverte). Se si dovesse andare a una scissione, ovviamente sarebbe peggio.

Ma il governo del secondo forno non si farà per altre ragioni. Il Pd non può, oggettivamente, trovare interessante un Movimento che Berlusconi giudica impresentabile. D’altra parte, i 5 stelle hanno offerto in questi cinquanta giorni ampie prove della loro inaffidabilità su tutto. Non hanno un programma. Anzi: ne hanno uno solo, portare Di Maio a palazzo Chigi, come simbolo della loro vittoria nel paese.

Un po’ poco per farci un governo insieme. Anche perché il Pd, eventualmente, tutto potrebbe fare, ma non da sgabello alle ambizioni sgangherate dello stesso Di Maio.

Ma ci sono anche questioni più serie. I 5 stelle, che nulla sanno di economia, hanno idee tutto sommato da anni ‘60: tanto Stato, soldi a tutti, assistenza a piene mani, forse anche Cassa del Mezzogiorno (travestendo la Cassa Depositi e prestiti).

Si tratta di ricette economiche già fallite, e strafallite, da almeno tre decenni. Oggi, semmai, l’Italia ha bisogno di due cose:

1- Più rigore nei conti pubblici (Fmi e Ocse ci chiedono addirittura di varare una patrimoniale).

2- Riforme che allarghino la concorrenza sul mercato e liberino gli spiriti animali del sistema e che riconducano la burocrazia e la magistratura entro limiti più accettabili.

Si tratta esattamente del contrario rispetto a quello che hanno in testa i 5 stelle, i quali pensano a una paese che possa essere diretto dai server della Casaleggio, con ordini che partono come raffiche. Peccato che niente e nessuno funzioni in questo modo nel mondo.

Il Pd, soprattutto il Pd liberal-democratico del primo Renzi, sa bene tutto ciò. Le sue riforme sono andate tutte nella direzione contraria rispetto alle idee tardo-collettiviste che aveva trovato. E oggi, se vogliamo, è ora di riprendere quel cammino (interrotto dal flop del referendum), non di marciare nella direzione contraria.

Ma, si dice, i 5 stelle hanno tanta di quella voglia di governo (un po’ di posti in Rai e negli enti) che firmerebbero qualunque programma e forse darebbero anche la presidenza del Consiglio a Renzi.

Vero. Però la bandiera di una sinistra davvero liberal-democratica è troppo importante e preziosa per lasciare che i 5 stelle ci mettano sopra le mani.

In conclusione: che facciano quel che riescono a fare. Cioè niente. E intanto il Pd si chiarisca bene le idee su quello che vuol fare da grande. Anche prima dell’annunciata Leopolda di fine ottobre.

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