Governo giallo-verde. Giovanni Valentini chiede: Ma qual è l’alternativa? La risposta è…

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 7 febbraio 2019 10:06 | Ultimo aggiornamento: 7 febbraio 2019 10:06

 

Governo giallo-verde. Giovanni Valentini (nella foto) chiede: Ma qual è l'alternativa?

Governo giallo-verde. Giovanni Valentini chiede: Ma qual è l’alternativa? La risposta è…

Se è vero che una moderna democrazia, rapida ed efficiente, si fonda sulla governabilità e questa si basa a sua volta su una maggioranza di governo omogenea e coesa, allora bisognerebbe concludere che l’Italia in questo momento è un Paese ingovernabile. Nel senso che la maggioranza parlamentare composta dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, ancorché forte nei numeri sulla carta, è in realtà debole e precaria nella sua composizione. E sono gli stessi partners del cosiddetto “governo del cambiamento” a dimostrarlo ogni giorno di più, litigando fra di loro su questioni grandi e piccole: dalla Tav, la linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, fino al Tap, il gasdotto trans-adriatico che sbarcherà sulla costa pugliese; dall’emergenza immigrazione all’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per sequestro di persona, in merito al caso dei 177 migranti trattenuti ad agosto sulla nave Diciotti nel porto di Catania.

Diciamolo francamente: non è un bello spettacolo. All’interno, questo happening quotidiano alimenta tensione, disorientamento, incertezza nella popolazione. All’esterno, tra i governi stranieri e sui mercati finanziari, trasmette l’immagine di un Paese instabile e inaffidabile. E la combinazione di questi due fattori, produce una miscela esplosiva che, oltre all’immagine, minaccia di compromettere anche la credibilità dell’Italia sul piano internazionale, accrescendo ulteriormente il rischio dell’isolamento rispetto al resto dell’Europa e al mondo intero: il caso del Venezuela, con il nostro governo che non ha ancora riconosciuto Jean Guidó presidente a differenza di quanto hanno fatto altre 19 nazioni europee e di quanto ha auspicato lo stesso presidente Mattarella, ne è una rappresentazione eloquente.

Non sappiamo ancora se M5S e Lega siano arrivati davvero alla resa dei conti o meno. Nessuno può dire se alla fine prevarrà quello che è stato definito il voto di scambio, o il “ricatto reciproco”, sulla Tav e sull’autorizzazione a procedere contro Salvini, generando così l’ennesimo compromesso al ribasso. Oppure, se la pressione crescente della competizione elettorale in vista delle europee farà scattare un cortocircuito fra i due “soci”.

Fatto sta che, pur ipotizzando la tenuta di questo Governo fino al prossimo voto di maggio, al momento appare improbabile la sua sopravvivenza oltre quella scadenza. Non solo perché la rivalità latente fra Di Maio e Salvini è arrivata ormai al calor bianco, grazie anche al contributo straordinario di Alessandro Di Battista che ha invitato recentemente l’alleato leghista a “non rompere i coglioni” (testuale) sulla Tav, con un linguaggio non proprio amichevole. Ma soprattutto perché in questo clima tende a degenerare come un bubbone quel vizio d’origine, quel peccato originale, che rappresenta la tara congenita di questa maggioranza: e cioè la sua palese e inguaribile eterogeneità, al limite della reciproca incompatibilità.

Due forze politiche che si sono aspramente contrapposte nell’ultima campagna elettorale, una per così dire anti-sistema come il Movimento 5 Stelle e l’altra invece come la Lega organica a quel sistema, tanto da essersi presentata al voto nella coalizione di centrodestra dopo aver governato per circa vent’anni con Silvio Berlusconi, sono agli antipodi del mappamondo politico italiano. Non a caso rappresentano, più o meno legittimamente, una gli interessi del Nord e l’altra quelli del Sud, come dimostra con la forza dell’evidenza propagandistica la campagna del Carroccio per la cosiddetta “autonomia differenziata” che implica una “secessione dei ricchi” a danno dei più poveri e il pericolo di un ulteriore allargamento del divario economico e sociale fra le “due Italie”.

Ma quale può essere, dunque, l’alternativa al governo giallo-verde? Che cosa c’è dietro l’angolo, come chiedeva Maurizio Costanzo con un ritornello televisivo ai suoi ospiti? A meno di rispondere ironicamente che dietro l’angolo c’è un altro angolo, bisogna ricordarsi di una verità storica che le ultime elezioni politiche avevano già certificato: vale a dire l’assetto tripolare che ha assunto la vita politica italiana, con la sua articolazione fra centrodestra, centrosinistra e Cinquestelle, per quanto il Pd sia uscito con le ossa rotte dalle urne un anno fa.

Da qui, almeno per ora, non si scappa. Può anche darsi che alle prossime elezioni nazionali il centrodestra, sotto l’impulso mediatico ed emotivo impresso da Salvini, raggiunga la soglia del 40% dei voti e riesca quindi a governare da solo. Ma governerebbe contro il 60% del Paese e comunque, di fronte alle incognite politiche ed economiche che incombono all’orizzonte, non avrebbe certamente vita facile. Altrimenti, è arduo immaginare oggi una riedizione riveduta e corretta del “governo del cambiamento”, alla luce dei suoi modesti e deludenti risultati, tanto più dopo un’eventuale caduta di quello attuale e una rottura fra i partners della sua eterogena maggioranza.

Si apre allora uno spazio d’azione per il “nuovo Pd” che uscirà dal congresso, se sarà capace di assumere un ruolo da protagonista e non di comprimario o di comparsa. A condizione, cioè, che sia in grado di esprimere una leadership forte e autorevole, di elaborare un programma efficace e convincente, di proporre una strategia delle alleanze chiara e trasparente. Ma il presupposto indispensabile è che il Partito democratico ritrovi innanzitutto un’identità e ridefinisca una cultura di governo, per offrire al Paese un’alternativa al populismo, al sovranismo e alla regressione economico-sociale. A quel punto, magari da posizioni più equilibrate e paritarie, forse si potrà anche aprire quel confronto con i Cinquestelle che non fu possibile neppure avviare all’indomani dell’ultima infuocata campagna elettorale.

Per paradosso, sono proprio le convulsioni del governo giallo-verde a rivalutare oggi il Partito democratico. E non solo retroattivamente, ma anche in funzione di una prospettiva futura. Una forza centrale, riformista e progressista, che freni le spinte e controspinte degli “opposti estremismi” può risultare determinante, anche indipendentemente dalla sua maggiore o minore consistenza elettorale, per trainare la “nave che (non) va” fuori dalle secche in cui s’è arenata.