Governo a geometria variabile di empatia nazionale, legge elettorale, elezioni…

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 15 marzo 2018 9:29 | Ultimo aggiornamento: 15 marzo 2018 9:29
Elezioni 2018: Governo a geometria variabile di empatia nazionale, legge elettorale, elezioni...

Governo a geometria variabile di empatia nazionale, legge elettorale, elezioni… (nella foto Ansa, il presidente della Repubblica Mattarella)

ROMA – La situazione di impasse politico nella quale siamo precipitati si potrebbe superare con una ricetta audace: maggioranze ed opposizioni a geometrie variabili ed un governo di empatia nazionale.

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In altri termini si tratterebbe di formare un esecutivo specchio del risultato elettorale ma anche in sintonia con tutto il Paese, e di dare il via ad una legislatura nella quale non esisterebbero una maggioranza ed un’opposizione formalmente riconosciute, ma un alternarsi di maggioranze ed opposizioni che si comporrebberoogni volta davanti ai singoli provvedimenti. Fantapolitica? Forse. Ma vediamo meglio.

Intanto due premesse. La prima. Le elezioni politiche del 2018 ci consegnano un corpo elettorale nel pieno di una metamorfosi, così tanto profonda e radicale che, legittimamente, può essere interpretata come la linea di confine tra passato e futuro.

La storia insegna che queste fasi di passaggio, là dove si aprono, producono sempre nuove tensioni e acutizzano le contrapposizioni. Senza entrare nel merito della cronaca, basta osservare la cartina giallo-blu dell’Italia: parla da sola.

Questi delicati processi di trasformazione necessitano quindi, al fine di scongiurare degenerazioni dagli esiti difficilmente immaginabili ad oggi, di una classe dirigente illuminata che sappia comprenderli ed accompagnarli. Per farlo si dovranno inforcare nuove lenti, non più graduate sul ‘900 ma verso un rinnovato sguardo che sappia vedere cosa realmente serve per governare la complessità: capacità di ricomporre fratture, operare per gli interessi generali del paese, e tanta, tanta, responsabilità.

La seconda. Non può sfuggire la straordinarietà del contesto dentro al quale le vicende politiche del paese si stanno dispiegando: una crisi, non solo economica ma anche sistemica, che picchia duro; una sciagurata legge elettorale, il Rosatellum, responsabile numero uno di questo blocco istituzionale; un diffuso bisogno di cambiamento nel paese che non guarda in faccia nessuno, ed il complicato scenario internazionale nel quale dobbiamo recuperare un ruolo autorevole. Detto questo, andiamo nello specifico.

Siamo oltre l’ordinario e quindi i rimedi non possono che essere eccezionali, transitori ed inclusivi.

Sicuramente la formula delle maggioranze ed opposizioni a geometrie variabili ed un governo di empatia nazionale, non è tra le più semplici, ma allo stesso tempo, sul piano politico, nessuno può tirarsi indietro.

Intanto perché le due premesse di cui sopra pesano come macigni su tutti i partiti, ed a nessuno di questi conviene correre il rischio di essere additati come i colpevoli di un mancato governo o di un ritorno immediato alle urne senza nemmeno aver modificato le regole del gioco, con tutte le conseguenze che ciò provocherebbe, e poi perché, ognuno di loro, difficilmente potrà ignorare alcune variabili del dibattito. Vediamole.

Non può sicuramente tirarsi indietro il Pd: è il partito che ha scritto e fortemente voluto l’attuale legge elettorale, e quindi risulterebbe impropria e poco responsabile una ritirata all’opposizione nel momento in cui tutto il Paese è costretto a pagare il prezzo più alto di una siffatta legge; è ben lontano da essere nelle condizioni ottimali per affrontare una nuova tornata elettorale perché impegnato in un difficile, quanto delicato, dibattito interno che dovrà portare all’individuazione di una nuova leadership, di vero cambiamento, pena la lenta ed inesorabile estinzione; è un grande partito, e per la storia che rappresenta non può, in questo preciso momento storico, rifugiarsi in un isolamento dettato da temperamenti personali, rancori mai sopiti e carriere dal futuro
incerto; una posizione diversa, che guardasse all’interesse generale del paese, al contrario di ciò che pensa l’establishment democratico – che certo non brilla, visto i risultati, in intuizione – aiuterebbe a recuperare credibilità nell’elettorato e a far maturare i germogli di un Partito Democratico da rifondare.

Anche il M5s non può tirarsi indietro: il 32% è un’affermazione che non lo permette, ed una nuova ravvicinata tornata elettorale non darebbe modo di individuare e far sedimentare un leader post Di Maio, visto che quest’ultimo è al suo secondo ed ultimo mandato; è il movimento nel quale si sono riversate gran parte delle sofferenze del paese, ed un rifiuto ad aiutare la formazione di un eventuale governo di empatia nazionale, per il bene comune, costerebbe caro ai pentastellati; il movimento non si può permettere governi nati da meccanismi della vecchia politica, ne sfinire il dibattito alla ricerca di un governo solo a cinque stelle, perché, almeno nel suo caso, il tempo non è denaro ma consenso elettorale, che se ne va.

Idem per il centrodestra: è la coalizione che pur non avendo vinto ha ottenuto più voti di tutti, ed il rimescolamento tra Lega e Forza Italia ha cambiato a tal punto gli equilibri al suo interno che a nessuno dei contendenti converrebbe tornare subito al voto, perché un’eventuale ulteriore snellimento di Forza Italia renderebbe disponibile una decisiva quota di elettorato moderato, non leghista, che potrebbe uscire dal perimetro di centrodestra; è una coalizione che si disintegrerebbe all’urto con un governo dell’inciucio o con un governo non condiviso da tutti i suoi azionisti; Forza Italia e Lega hanno votato il Rosatellum assieme al Pd e quindi anche per loro vale il detto secondo il quale chi rompe non solo paga ma rimane a raccogliere i cocci.

La Costituzione prevede che il Capo dello Stato, dopo le consultazioni, dia incarico di formare il governo o di espletare un mandato esplorativo a chi sembrerebbe avere i requisiti migliori per ottenere, nei due rami del Parlamento, le maggioranze richieste. Leggere in questi giorni le dichiarazioni del Presidente della Repubblica Mattarella, “Sorti dell’Italia comuni, siamo tutti responsabili del futuro”, fa sperare che anche le delegazioni politiche, lungo il percorso che le porterà a salire le scale del Quirinale, faranno proprio questo principio.

Un governo di empatia nazionale, «vicino al popolo», e di fianco ad un parlamento a geometrie variabili che garantirebbe un dibattito serrato, anche duro e aspro, su temi e provvedimenti, non si tratterebbe di larghe intese, di esecutivo istituzionale con tutti dentro, di un governo di scopo, né tantomeno di una formula da prima repubblica, ma semmai del tentativo, tutt’altro che disdicevole, di trovare un’adeguata soluzione.

La via è sicuramente stretta ed accidentata ma i percorsi alternativi impercorribili per tutti quanti. Chi si fosse immaginato una comoda passeggiata di salute si ricrederà, ma del resto, sono gli italiani a chiedere tutto l’impegno possibile per non gettare malamente questa occasione ed essere un paese migliore.

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