Governo in stallo? Mattarellum e elezioni. Da Di Maio solo pragmatismo spregiudicato

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 13 aprile 2018 11:06 | Ultimo aggiornamento: 13 aprile 2018 11:06
Governo in stallo? Mattarellum e elezioni. Da Di Maio solo pragmatismo spregiudicato

Governo in stallo? Mattarellum e elezioni. Da Di Maio solo pragmatismo spregiudicato

Governo in stallo. Come uscirne? Ripristinare il Mattarellum per tornare alle urne, è la strada per uscire dall’impasse che incombe sul nuovo governo, individuata da Giovanni Valentini in questo articolo pubblicato sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2018.

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Nel gioco al massacro dei veti incrociati che sta paralizzando le consultazioni per la formazione del nuovo governo, la scelta più ragionevole e seria sarebbe quella di ripristinare il Mattarellum – ultima legge elettorale costituzionale – e tornare alle urne quanto prima possibile. In questa situazione di stallo, qualsiasi accordo o alleanza rischierebbe di risultare una soluzione precaria e artificiosa. Posto che non si può escludere dal governo il Movimento 5 Stelle, proclamato primo partito dal responso delle urne, quale grado di governabilità potrebbe mai garantire un “contratto” come quello proposto dal candidato-premier Luigi Di Maio indifferentemente alla Lega o al Pd, cioè agli opposti dello schieramento parlamentare? È chiaro che si tratta di due ipotesi alternative, nel senso che l’una esclude l’altra, formulate all’insegna del pragmatismo più disinvolto e spregiudicato, al di fuori di una prospettiva politica e strategica.

Prima o poi, occorrerà approvare una legge elettorale che favorisca la formazione di maggioranze sufficientemente omogenee, solide e coese. Un sistema in grado cioè di assicurare al contempo la rappresentanza e la governabilità, rispettando da una parte l’articolazione dell’elettorato e dall’altra l’esigenza di un esecutivo stabile, autorevole ed efficiente. Quale meccanismo più praticabile del Mattarellum? La legge elettorale che prende nome dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, fu approvata nel 1993 ed è stata applicata già tre volte, nel ’94, ’96 e 2001, determinando la vittoria sia del centrodestra sia del centrosinistra.

È vero che a quell’epoca il nostro sistema politico aveva un assetto bipolare, mentre alle ultime elezioni del 4 marzo scorso i poli sono diventati tre. Ma ormai il Movimento 5 Stelle sembra aver superato definitivamente il suo stato di estraneità e terzietà che lo relegava nell’isolamento, dichiarandosi disponibile – appunto – ad allearsi con una parte di un polo o dell’altro. E a questo punto, una legge elettorale come il Mattarellum – per il 75% maggioritaria e per il 25% proporzionale, con sbarramento al 4% per la Camera – potrebbe favorire l’aggregazione preventiva di una coalizione in grado di ottenere la maggioranza dei voti e dei seggi parlamentari, per conquistare legittimamente il governo. Basta una leggina di due righe per ripristinare quel testo. Oppure si può sempre varare una nuova riforma, imperniata magari sui collegi uninominali, che assicuri la possibilità di raggiungere risultati analoghi.

Nonostante le polemiche propagandistiche dei Cinquestelle, la verità è che sono stati proprio loro a proporre una legge proporzionale “pura”. Ed è una verità documentata negli atti parlamentari della Camera. Nella seduta n. 677 del 20 settembre 2016, il M5S presentò una mozione di cui la prima firmataria fu Federica Dieni, insieme con sei colleghi parlamentari tra i quali Danilo Toninelli, in cui fra l’altro si legge testualmente: “La legge elettorale per il Parlamento italiano deve essere anzitutto rappresentativa dei cittadini e dunque si deve preferire una formula proporzionale senza alcun premio di maggioranza”.

Abbiamo visto qual è stato l’esito del Rosatellum, fondato su un metodo più proporzionale (64% dei seggi) che maggioritario (36%). Tre poli (centrodestra, M5S e Pd); due “mezzi vincitori” (M5S e Lega); e uno sconfitto (il Pd). Eppure, nella previsione che nessuno avrebbe vinto per poter governare da solo, sapevamo tutti fin dall’inizio che sarebbe stato necessario unire almeno due di questi tre pezzi per formare una maggioranza. Ed è proprio quello che ora sta sotto gli occhi di tutti.

È vero, come dice Matteo Salvini, che la coalizione di centrodestra e il Movimento 5 Stelle raggiungono insieme il 51%. Ma l’aitante leader della Lega non fa neppure in tempo a dirlo che Luigi Di Maio risponde perentoriamente “zero chance di accordo”, escludendo qualsiasi forma di alleanza con Forza Italia. Né il dialogo sembra destinato a procedere meglio sull’altro fronte, con la maggior parte del Pd che per il momento rifiuta le profferte del candidato-premier grillino. Una rappresentazione collettiva, insomma, di quella “trilogia dell’incomunicabilità” messa in scena magistralmente ai suoi tempi dal regista Michelangelo Antonioni.

Di fronte a questa impasse, a meno di improvvisi ripensamenti o colpi di scena, al Capo dello Stato non resta che rimandare alle Camere il governo Gentiloni, ancora in carica formalmente per “il disbrigo degli affari correnti”, in modo da verificare eventuali convergenze programmatiche con i Cinquestelle o con il centrodestra. O in alternativa, affidare il compito a una figura “super partes” di caratura e prestigio istituzionale. Si sa che il presidente Mattarella, preoccupato dei contraccolpi internazionali e degli effetti sui mercati finanziari, è contrario all’ipotesi di elezioni anticipate. Ma, nel caso in cui non si riuscisse a formare nessuna maggioranza, l’obiettivo minimo potrebbe essere quello di approvare una nuova legge elettorale e tornare alle urne entro un anno. Meglio la stabilità indotta da un sistema maggioritario con coalizioni pre-elettorali piuttosto che un’instabilità permanente provocata da un sistema proporzionale con “ammucchiate” precarie o posticce.

      

     

   

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