Meno ferie, più lavoro? No Polillo, anche se…

di Gustavo Piga
Pubblicato il 19 Giugno 2012 14:07 | Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio 2020 10:24

ROMA – Il mio vicino di treno ride un po’ sconvolto leggendo sul giornale della proposta del Sottosegretario Gianfranco Polillo. “Ma siamo alla frutta!”, dice. Eppure non mi trova d’accordo. Polillo chiede di ridurre le vacanze per aumentare la produttività, l’offerta aggregata di lavoro e il prodotto interno lordo. A fronte delle migliaia di follie che ho sentito in questi mesi (la prima di tutti la riforma del mercato del lavoro che rende più facili i licenziamenti in recessione) devo dire che mi ha messo in difficoltà Polillo.

Per vari motivi. Il primo dei quali perché mi ha obbligato a rileggermi svariata letteratura su offerta di lavoro, reddito e tempo libero di signori economisti per capire quanto ne sappiamo di questi temi così rilevanti. Il secondo dei quali perché almeno, almeno, ha avuto il merito di concentrarsi con forza sul denominatore e non sul numeratore dei vari rapporti numerici su cui la Commissione Europea (che mi ricorda sempre più ogni giorno che passa il cane di Asterix, dal nome di Idefix) si inviluppa. E cioè non su debito o deficit ma sul PIL. Viva la faccia. Il terzo per un motivo ovvio. Perché non c’è dubbio che in un certo senso l’economia è dalla sua: non c’è dubbio che il PIL aumenterà se la sua proposta fosse adottata. Per definizione, lo insegniamo al primo anno, si lavora di più, si produce di più. E dunque diminuirebbe in prima battuta il rapporto debito-PIL ed il deficit-PIL, anche perché ci sarebbero più entrate fiscali derivanti dal maggiore reddito.

La palla è dunque nel campo degli anti-polilliani, a poco vale accusarlo: dobbiamo trovare dei contro-argomenti. Scusate se è poco, in mezzo al deserto di proposte che si reggono in piedi in questo periodo, è uno stimolo non male. Ecco quelli che ho trovato io. Non li metto in ordine di importanza. Ne avrete altri voi. Io intanto butto giù i miei così vediamo di discuterne.

Primo, deboluccio. Ma va detto. La soluzione sa tanto di dirigistico (della serie “so meglio io di voi cosa ci vuole per l’Italia”). Sotto due dimensioni. La prima è che di per sé questa proposta non rimette in moto la capacità del sistema di generare sviluppo e benessere da sé, cosa di cui avremmo tanto bisogno. La seconda è che non incompatibile con un autoritarismo di stile sovietico. In un certo senso potremmo anche abolire il sonno ed il tempo libero, perché no.

E qui arrivo al secondo punto, un po’ più forte. Il tempo libero è benessere. Ci sono anche molte statistiche a comprovarlo. Vi si rinuncia solo se il corrispettivo è maggiore della sua perdita. La prima ora di sonno ha un valore così grande che nessuna impresa sarebbe disposta a darci quel salario che richiediamo per privarcene. Troppo bassa la nostra produttività (anche perché saremmo proprio addormentati!) per che il gioco valga la candela. Le società di mercato tipicamente sono composte da individui che liberamente lavorano e creano istituti per non lavorare (come le vacanza obbligatorie) in tal modo di raggiungere il livello ottimale di lavoro e tempo libero.

Le ore lavorate nei paesi più ricchi: dal 1970 sono in costante diminuzione (dati Ocse)

Polillo ci sta chiedendo forse di peggiorare il nostro benessere? Forse no. Forse Polillo pensa che le nostre istituzioni (i sindacati?) non rappresentino il nostro volere e che ci siano persone che vogliano lavorare di più che non riescono a farlo. In effetti in questi casi permettere di diminuire il tempo libero per quelle persone sarebbe utile per la società. Ovviamente nel tempo le società hanno modificato le loro istituzioni, modificando anche le vacanze a disposizione dei lavoratori, mostrando appunto che i gusti sul tempo libero si evolvono.

Ho due obiezioni su questo punto. Molte delle persone che vogliono lavorare di più riescono a farlo, portandosi il lavoro in vacanza. Secondo, se c’è una cosa che sappiamo è che quando le persone diventano più ricche vogliono lavorare di meno e consumare non solo più fettuccine ma anche più tempo libero. Così non ci dobbiamo sorprendere se nel tempo le ore lavorate da parte delle persone sono scese in tutti i paesi che diventano più ricchi e se italiani, francesi e tedeschi lavorano meno dei greci.

Insomma, allo stesso tempo che la produttività e i salari reali sono cresciuti, se guardiamo alla dinamica dal 1970 ad oggi, le persone lavorano di meno. Che il numero di ore lavorate complessivamente non sia sceso è dovuto al fatto che questi maggiori salari abbiano fatto entrare nel mercato del lavoro nuovi attori (specie le donne). Quindi va rovesciata forse la catena logica: piuttosto che andare dal numero di ore lavorate alla produttività, come fa Polillo, bisognerebbe dire che la maggiore produttività (e i connessi maggiori salari che le imprese possono dare) porta più gente a decidere di lavorare (mentre coloro che già lavorano decidono di lavorare sempre meno). E dunque stimolare politiche della produttività per stimolare maggiore lavoro e non viceversa.

Forse Polillo pensa che siamo più greci che non francesi e tedeschi. Comunque notate che non siamo tanto peggio di questi ultimi due. E che quindi (secondo Polillo?) i sindacati difendono un tenore di tempo libero che non ci meritiamo più. Che abbiamo fatto, durante la recessione, le cicale. In realtà, se guardiamo dal 1990 ad oggi, e non dal 1970, i dati ci dicono che – specie in parallelo col rallentamento della nostra economia – abbiamo smesso di prendere più tempo libero e smesso di lavorare di meno.

Giulio Zanella, bravo ricercatore di Bologna, ha messo in evidenza (Rivista di Politica Economica) che dai dati Istat emerge come chi lavorava nel 1989 lavora nel 2009 più di 1 ora in più a settimana e perde 2 ore a settimana in più per spostamenti rispetto al 1989. Queste 3 ore circa le ruba non tanto al tempo libero quanto … al sonno (il grafico dopo fa vedere che in effetti, i francesi dormono di più, speriamo anche nei quarti di finale).

In realtà lavorare di più, ma non per i motivi che dice Polillo, può fare bene. Per esempio perché il luogo di lavoro è diventato più piacevole di quanto non lo fosse 40 anni fa. E se lavoriamo di più in un contesto che ci piace probabilmente diventiamo più produttivi, come una squadra di calcio che si allena di più con un allenatore che rende gli allenamenti piacevoli permettendo anche di vincere più partite. Ma se così fosse non ci sarebbe bisogno di un decreto, state tranquilli ci pensano da soli i lavoratori ad allungarsi la settimana lavorativa.

In realtà, magari lo farebbero di più (lavorare) non se obbligati da Polillo ma se cambiassero le condizioni al contorno. Per esempio se diminuisse la tassazione sul lavoro. Ecco, questa è una riforma che Polillo potrebbe proporre. È probabile tuttavia che anche in questo caso questa maggiore offerta di lavoro non avverrebbe con la riduzione per decreto delle vacanze: sia perché molta parte del maggiore lavoro verrebbe da gente che in questo momento non lavora perché considera troppo basso il salario offerto (molte donne che restano a casa) e che quindi già fa… tante vacanze, sia perché le vacanze obbligatorie (come ebbi già modo di segnalare citando il Nobel Stiglitz) hanno un ruolo centrale nel permettere alle famiglie di stare insieme negli stessi giorni e di smettere di iper-lavorare per mantenere (troppo) alti i consumi o per incapacità di staccare dal lavoro se non per ordine.

Il maggiore salario netto, specie quando applicato a mestieri che richiedono istruzione, spingerebbe poi tanti giovani a modificare radicalmente il loro percorso scolastico, portandoli a laurearsi e modificare radicalmente anche il loro percorso di vita professionale. C’è un altro modo per generare più lavoro domandato: riducendo il costo del lavoro per le imprese (dal lato dell’offerta) o aumentando la domanda aggregata in questa fase di ciclo economico negativo. Con maggiore spesa pubblica. Il che porterebbe tantissimi nostri giovani in vacanza finalmente al lavoro come desiderano loro. E come meritano. Basta che Polillo firmi il nostro appello e poi lo porti a Monti. Ci sta?