In Europa aria di “guerra”. A lezione da Tucidite per fermare la spirale

di Gustavo Piga
Pubblicato il 9 agosto 2012 14:59 | Ultimo aggiornamento: 9 agosto 2012 15:00

La storia si ripete, anche se le circostanze cambiano. Le motivazioni umane, economiche e psicologiche, che portano al conflitto, sono l’ossatura attorno alla quale si dipanano le vicende oggi, come si sono evolute nei millenni, fin dalla notte dei tempi. Uno degli storici più antichi, il greco Tucidite (460-397 AC), raccontando la “guerra del Peloponneso”, il micidiale e trentennale conflitto (431-494 AC) tra Sparta e Atene, ne traccia le origini tanto a fenomeni di paura e sfiducia che a avidità ed onore. Secondo Daron Acemoglu, economista del MIT, e il suo collega, Alexander Wolitzk dell’Università di Stanford,

“la Guerra divenne inevitabile  perché da ambedue i fronti [quello ateniese e quello spartano] la si vide come sbocco inevitabile e non si voleva cedere il vantaggio della prima mossa all’avversario … La spirale viziosa: se il gruppo A intraprende azioni che appaiono aggressive, il Gruppo B ne deduce che A sarà con buona probabilità aggressivo, e diverrà a sua volta aggressivo. A meno che il gruppo A non riesca a capire pienamente che B è aggressivo in reazione a sue azioni, agirà convinto che B è aggressivo ed il conflitto avvierà una spirale viziosa”.

Nel loro articolo sui cicli di sfiducia, tra società e tra nazioni, scrivono ancora: “L’ubiquità di conflitti a spirale nel corso della Storia conferma questa visione … Un esempio tipico è la dominazione etnica … il timore di essere dominati e soppressi da altre etnie è una motivazione forte per l’acquisizione di potere come fine … e suggerisce che è tale timore di essere dominati etnicamente la causa prima delle violenze che seguirono al ritiro delle potenze coloniali dai territori.”

Mi ricorda tutto ciò che il momento di cessione graduale (o meno graduale) di poteri tra Paesi costituisce un momento in cui cicli di sfiducia possono attivarsi rapidamente e portare a conflitti gravi e duraturi.

Ma, argomentano gli autori, sono spirali che spesso finiscono. Sudafrica, Irlanda del Nord, Europa sono esempi in cui queste spirali cessano e spariscono: “la sfiducia e la contrapposizione storica tra francesi e tedeschi ha lasciato il posto a relazioni diplomatiche e commercio vibranti”.

Gli autori studiano le ragioni della fine di queste spirali. E trovano una spiegazione nel loro ripetersi all’interno di generazioni che si succedono senza avere memoria di quando queste spirali si avviarono né dunque del loro perché: “quando due gruppi A e B entrano in una fase di mutua aggressività, col passare del tempo cresce la probabilità percepita che tale spirale sia stata avviata per errore. Ciò fa sì che l’atteggiamento aggressivo della controparte diventa poco informativo su chi è che abbiamo di fronte. E una volta che ciò accade, uno dei due gruppi proverà a comportarsi in maniera cooperativa e, a meno che l’altro gruppo sia effettivamente aggressivo, un periodo di cooperazione si riavvierà, fino alla prossima spirale”.

Anche noi siamo in un infelice momento storico in cui se ne potrebbe riaccendere uno spentosi qualche tempo fa. Ed il modello dei due economisti è purtroppo utile anche in questo caso a capire cosa potrebbe avvenire.

Due popoli che cooperano da tempo vedono succedersi nuove generazioni che hanno perso la memoria di quando e perché quella cooperazione si avviò. Un evento contingente, per esempio una forte crisi economica e sbilanci creditizi da una parte e dall’altra parte, fanno tutt’ad un tratto percepire ad uno dei due popoli (quale non importa), chiamiamolo A, come potenzialmente aggressivo l’atteggiamento dell’altro, B. A diventa, per difendersi, più aggressivo anch’esso, mettendo in allarme ulteriore B, che diviene più aggressivo, confermando la sensazione iniziale di A. Parte la spirale e sarà difficile fermarla.

Come fermarla?

Dialogo e comunicazione veri ed ampi, non limitati a stanze chiuse, vanno avviati, e compromessi firmati dopo essere stati ben spiegati ai membri delle due popolazioni. Altrimenti, toccherà a nuove generazioni, forse tra 50 o 60 anni e che non avranno più memoria di cosa avviò quel conflitto nel 2012, ridarsi fiducia e riavviare l’Europa.