Europa del domani, da Draghi agli Usa… ma la Bce non è la Fed

di Gustavo Piga
Pubblicato il 29 Maggio 2012 8:00 | Ultimo aggiornamento: 28 Maggio 2012 21:02

ROMA – Nel suo discorso tenuto alla Lezione Federico Caffè Mario Draghi, come altri personaggi rilevanti appartenenti ad istituzioni di una qualche altrettanto significativa rilevanza hanno fatto in altre occasioni, ha deviato dal sentiero prescritto dalle pagine bianche e ha parlato a braccio, aggiungendo dettagli che tradiscono una voglia di dire di più senza lasciarne troppe tracce ufficiali.

Nel suo discorso Draghi ha detto: “… La crisi economica e finanziaria ha messo in discussione la convinzione miope che un’unione monetaria potesse rimanere solo tale, senza evolversi verso qualcosa di più stretto, più vincolante dove la sovranità nazionale sulla politica economica fa posto alla decisione economica”. Qui Draghi ha fatto una prima interruzione al discorso “ufficiale”: “Tenete presente che molti avevano rilevato questo… il Presidente Ciampi aveva parlato di zoppia, … sin dalla firma del Trattato di Maastricht, ma i tempi erano diversi, le cose andavano meglio, e quindi quegli anni, in cui effettivamente si potevano fare molte cose in più, sia dal punto di vista interno sia dal punto di vista internazionale, son passati senza che si facesse molto. Quindi occorre che la sovranità nazionale sulla politica economica faccia ora posto alla decisione comunitaria”.

Poi Draghi ha proseguito con il discorso preparato: “Occorre che i governi dei Paesi membri dell’euro definiscano in modo congiunto ed irreversibile [grande enfasi su questa parola da parte di Draghi nel video, Ndr] la loro visione di quale sarà la costruzione politica ed economica che sorregge la moneta unica e quali debbano essere le condizioni che vanno soddisfatte perché si possa insieme arrivare a tale meta. Questa è la risposta più efficace alla domanda che si leva da ogni parte: ‘Cosa sarà dell’euro tra 10 anni’?”. A questo punto il presidente della Bce ha inserito un’altra interruzione “a braccio”: “E questa è essenzialmente una decisione di carattere politico. Bisognerebbe in un certo senso tornare indietro ed applicare lo stesso metodo che fu applicato con la costruzione dell’Unione monetaria: nel 1988 uscì il primo rapporto, si delineava una strada, delle date, e delle condizioni che andavano soddisfatte. Questo dette ai mercati una certezza straordinaria, per cui noi beneficiammo di tassi d’interesse immediatamente molto più bassi. Alcuni di voi ricordano quello che successe nel 1992: ci fu il referendum danese che mise in discussione l’intero tragitto verso l’Unione monetaria. Immediatamente i tassi d’interesse salirono, raddoppiarono nel corso di un’estate”.

Insomma cresce con grande velocità il consenso di alcuni personaggi ai vertici europei e nelle pagine dei giornali per un passaggio a una forma di “Stati Uniti di Europa” basata sulla ulteriore cessione di sovranità di politica economica da parte dei singoli stati. Basta leggersi Pisani-Ferry, membro del Consiglio di analisi economica del Primo ministro francese sabato 26 maggio sul Sole 24 Ore che con strabiliante somiglianza con il “fuori onda” di Draghi ricorda come: “In quel periodo [fine anni 80, Ndr] i leader politici, soprattutto il cancelliere tedesco Helmut Kohl e il presidente francese François Mitterrand e il suo successore Jacques Chirac, affrontarono il mare con una nave leggera. Sul fronte economico, trovarono un accordo solo su un’Unione economica e monetaria ridotta all’osso, costruita intorno alla rettitudine monetaria e a una promessa inapplicabile di disciplina fiscale. Sul fronte politico, non trovarono alcun accordo, così che la creazione di un governo europeo morì sul nascere…. Saranno d’accordo nel mettere in comune le entrate fiscali in modo tale che le istituzioni a livello Ue possano verosimilmente farsi carico della stabilità finanziaria? Queste domande sono vitali per il futuro della moneta unica europea. Per quanto contrariati, i leader europei devono rassegnarsi all’idea di dare delle risposte, e senza troppo indugi. L’ironia storica è che un ambiente di crisi sta spingendo gli europei a fare delle scelte che non avrebbero neanche contemplato in tempi più tranquilli. La crisi del debito greco li ha indotti a creare un meccanismo di assistenza. La crisi spagnola potrebbe spingerli a creare un’unione bancaria. E la minaccia dell’uscita della Grecia dall’euro potrebbe indurli a decidere quanto siano disposti ad abbracciare un’unione fiscale radicale. Per molti, i recenti eventi segnano l’inizio della fine per l’ardita creazione degli architetti dell’euro. A seconda di come gli europei risponderanno a queste domande, le crisi odierne potrebbero essere ricordate un giorno come la fine dell’inizio“.

Basta leggersi il tracciato che indica, però in questo caso scetticamente, Martin Wolf dalle colonne del Financial Times quando ricorda che gli Stati Uniti di America dopo la guerra d’Indipendenza, e più precisamente su ordine del suo primo ministro del Tesoro, il padre fondatore Alexander Hamilton, emisero debito federale, sostituendolo al debito degli Stati, scelta da cui emerse “il moderno stato federale, con vincoli sui bilanci dei singoli stati, una banca centrale e un bilancio federale per stabilizzare l’economia”.

Ma, aggiunge Wolf, emerse lentamente, forse meglio dire non rapidamente, un’altra guerra interna di mezzo per avvicinare le diverse culture del Paese ed unificarlo. Lo Stato centrale di fatto emerse fortemente con Roosevelt e così la preponderanza del debito federale su quello statale. Basta guardarsi i dati del debito locale (in rosso nel grafico), statale (blu) e federale (verde) in percentuale del Pel nel XX° secolo per capirlo.

Nella prima metà della vita degli Stati Uniti la Banca Centrale non c’era, il bilancio federale era minimo, ai problemi di finanza pubblica degli Stati si veniva incontro con il default a carico dei mercati o alla rinegoziazine di esso quando possibile. Cosa che non abbiamo fatto con la Grecia, Stato piccolo e poco produttivo come un qualunque Tennessee ma che gli Stati Uniti mai e poi mai avrebbero lasciato andare via in caso di crisi.

Certo, il mondo globalizzato e le sue tecnologie, come fa presente Bauman, hanno accelerato la dimensione dei poteri privati senza vedere nascere una pari crescita del potere politico per tenerli a freno quando necessario. Sarebbe dunque giusto accelerare, come lui suggerisce, la crescita della politica per combattere le distorsioni degli interessi particolari globali a scapito di quelli collettivi. Con uno Stato più globale. Vero. Ma ciò vuol dire dunque passare agli Stati Uniti d’Europa con un processo irreversibile e segnato da rigide tappe come quelle suggerite da Draghi?

Siamo certi che quello che viene proposto da alcuni esperti sarà governato dalla politica? Siamo sicuri che il vino rosso buono del processo democratico, ben invecchiato nelle piccole botti adeguatamente stagionate della storia, come è avvenuto probabilmente nei limiti del possibile negli Stati Uniti nel corso di più di 2 secoli, possa dare gli stessi risultati col legno fresco delle grandi botti europee delle sue fragili e nuove istituzioni indipendenti?

Com ha detto in un articolo recente Harold James, “gli europei oggi si sono legati all’idea pratica di Hamilton, che un debito comune possa portare a minor costo del credito, senza avere lavorato a risolvere la questione delle istituzioni politiche né delle virtù pubbliche comuni, che Hamilton riteneva fossero cruciali” per una Unione che potesse sopravvivere con successo.

L’esempio della supervisione bancaria, da molti ormai continuamente sospinto verso l’accentramento presso la Bce, indica un percorso diverso, dove si creano centri di potere indipendenti con poche garanzie di controllo responsabile. Il parlamento europeo, per dirne una, appare dotato di deboli poteri nel sorvegliare le attuali autorità di supervisione bancaria create pochi mesi fa e già secondo alcuni da chiudere in favore di un ulteriore accentramento.

La Bce non è la Fed. La Fed, che la si critichi o meno, risponde con forza alla politica Usa, anche se è vero che molto spesso la seconda è troppo obbediente alla prima. Ma un bilanciamento esiste. Il timore è che il percorso tracciato da Draghi sia immaturo e ci destini o al fallimento delle istituzioni europee o al prevaricamento da parte di queste di essenziali bastioni democratici della convivenza civile.

Che non si butti con l’acqua sporca il bambino, insomma. Prima di chiederci cosa sarà dell’euro tra 10 anni, chiediamoci cosa sarà delle persone che vivono nell’area dell’euro nei prossimi dieci anni. Se la risposta alla seconda domanda sarà intelligente, con le giuste politiche volte ad aiutare la crescita e lenire le sofferenza dei deboli, la crescente coesione europea permetterà, nei tempi giusti, il sogno europeo radicato nella democrazia e nel rispetto dei valori essenziali dell’uomo.