Hong Kong tra riforma e rivolta

di Marco Marazzi *
Pubblicato il 20 Novembre 2019 10:24 | Ultimo aggiornamento: 20 Novembre 2019 11:13
Hong Kong, la battaglia del Politecnico può diventare un tentativo di "riforma" della Cina

Hong Kong, i manifestanti nel Politecnico (foto Ansa)

ROMA – L’idea di studenti asserragliati dentro un’università, armati di quello che possono, alcuni addirittura minorenni, assediati dalle forze di polizia che vogliono arrestarli risveglia in noi occidentali un richiamo forte ed irresistibile: si pensa alla primavera di Praga, oppure al nostro 68, al Maggio francese, alla battaglia di Valle Giulia, alle occupazioni universitarie degli anni ’70, per poi arrivare anche più tragicamente alla Pechino del 4 giugno 1989, e proseguire con gli studenti birmani e poi quelli iraniani. Dovunque, nel mondo occidentale e non, le università sono sempre stati centri di elaborazione politica e a volte focolai di rivolta.

Ma se le modalità risultano spesso simili, le motivazioni ed il contesto (e così anche i rischi per chi vi partecipa) non sempre lo sono. E’ invece importante capirli anche per evitare di prendere posizioni che peggiorano la situazione per chi poi alla fine in qualche modo ci rimetterà con la libertà personale, se non con la vita, mentre il resto del mondo magari si occuperà di qualche altra emergenza.

Della situazione ad Hong Kong, città dove ho vissuto e che continuo a frequentare per lavoro da più di 20 anni, ho già scritto nell’agosto di quest’ anno (si veda Strade del 16 agosto); la mia analisi, condivisa da altri esperti era che dietro la lotta contro la legge sull’estradizione vi fosse anche un’insoddisfazione per le enormi disuguaglianze economiche che in una delle città più ricche al mondo colpiscono soprattutto ma non solo le nuove generazioni e un senso generale di impotenza. Come sa chiunque abbia vissuto le rivoluzioni del 1989 in Europa orientale, non si riesce a portare un quarto della popolazione per strada come successo ad Hong Kong all’inizio dell’estate senza un fondo di insoddisfazione anche per la propria condizione economica.

Inizialmente, queste motivazioni riscontravano anche simpatia nella Cina continentale: tutti i cinesi sanno che il loro sistema giudiziario può essere soggetto ad abusi vista la possibile ingerenza dell’esecutivo nei casi “sensibili”, e quindi anche se non espressamente solidarizzavano con chi, vivendo invece in un pieno stato di diritto, non volesse vedersi estradato verso un sistema giudiziario imprevedibile. E così, tutti i giovani cinesi delle grandi città come Pechino e Shanghai sono alle prese con prezzi folli degli immobili e stipendi inadeguati che non gli consentono di sperare di poter acquistare un appartamento, problema che a Hong Kong è molto sentito e moltiplicato per dieci vista l’esiguità dell’offerta residenziale dovute alle dimensioni del territorio. Questa empatia implicita di almeno una parte della enorme popolazione cinese era importante, anche se non risolutiva.

Da allora, però, è opinione di quasi tutti gli osservatori che si sia andato oltre: le rivendicazioni di chi è rimasto a protestare sembrano orientarsi sempre più, specie per l’ala “radicale”, verso una soluzione drastica: la secessione o perlomeno l’indipendenza totale da Pechino, cioè uno status che va ben oltre l’autonomia già esistente (che dovrebbe durare almeno fino al 2047). Questo “shift” si è verificato intorno a settembre, dopo cioè il ritiro definitivo della proposta di legge sull’estradizione da parte della ormai screditata ma apparentemente irremovibile Carrie Lam.

L’ostentamento di bandiere USA durante le manifestazioni, gli attacchi, sebbene isolati, a cittadini cinesi facilmente identificabili perché parlano mandarino invece che cantonese, hanno convinto gran parte della popolazione della Cina continentale – paradossalmente anche i più riformisti – che sia in atto un tentativo, sobillato da potenze straniere, di separare Hong Kong dalla “madrepatria”, e quindi mettere in pericolo l’integrità territoriale cinese. Tentativo che troverebbe un terreno fertile in una popolazione che almeno per metà non si è mai sentita “cinese” e che invece vuole rimarcare la propria “alterità” rispetto alla Cina continentale. Alterità forse solo culturale visto che dal punto di vista etnico la gran parte della popolazione di Hong Kong è “Han” come il 90% di quella della Cina continentale e che la lingua parlata ad Hong Kong è la stessa che si parla nel Guangdong. E che l’economia ed il benessere di Hong Kong dipendono quasi interamente dal suo essere parte, ma con notevole autonomia, della “grande Cina”.

Come nota giustamente la recente ottima monografia di Limes sul tema, la “linea rossa dei cinesi è l’unità nazionale. L’opinione pubblica continentale ha solidarizzato con gli hongkonghesi fino a quando questi ultimi hanno rispettato la linea rossa”, cioè quel “UN paese due sistemi” concordato con gli inglesi al momento della “restituzione” del porto profumato alla Cina. Quel porto la cui sottrazione alla Cina dopo le guerre dell’oppio ha segnato una tappa nei “100 anni di umiliazione” che ogni bambino cinese impara a scuola come una pagina di vergogna nazionale.

Il nazionalismo cinese, del tutto inesistente fino all’incontro con l’Occidente si dice sia nato proprio come reazione a quella “umiliazione”. Ed ecco perché Hong Kong, potenzialmente anche più di Taiwan, è un punto estremamente sensibile, una linea rossa invalicabile. Il governo cinese ha capito immediatamente questo mutamento di opinione anche tra le frange più tradizionalmente riformiste della popolazione cinese e quindi avrà mano libera e supporto incondizionato da parte dei suoi cittadini per qualsiasi soluzione. Una situazione molto diversa da quella del giugno 1989 che rende qualsiasi parallelismo impossibile.

Se la battaglia di Hong Kong continuerà ad essere vista come una lotta per la secessione o “contro” la Cina continentale invece che una lotta per riformare quanto non funziona nel territorio e poi nel resto della Cina, la fine purtroppo è già scritta.

* Marco Marazzi, presidente Esternational, esperto di mercati asiatici, autore di “Intervista sulla Cina. Come convivere con la nuova superpotenza globale” Gangemi Editori.