Interessi sul debito pubblico a 100 miliardi. Reddito, flat tax con che lire?

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 28 marzo 2018 13:19 | Ultimo aggiornamento: 28 marzo 2018 13:19
Interessi sul debito pubblico a 100 miliardi. Reddito, flat tax con che lire?

Interessi sul debito pubblico a 100 miliardi. Reddito, flat tax con che lire?

Gli interessi sul debito arriveranno, nel giro di due anni, a 100 miliardi. L’allarme è di Giuseppe Turani, in questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business: una follia.

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Altro che flat tax e reddito di cittadinanza. Ormai siamo alle risse da scuola media o peggio. Di Maio, che non ha vinto le elezioni, che non ha la maggioranza in alcuna Camera e che non trova alleati (se non il centrodestra, che ha preso più voti di lui) insiste con tono ultimativo che il prossimo premier deve essere lui e nessun altro. La richiesta poggia sul niente: se si dovesse arrivare a un’alleanza fra i due, toccherebbe a Salvini, che si porta dietro un 37 per cento, non di Maio che è fermo al 32 per cento.

Ma evidentemente la testa di un grillino è fatta in modo particolare. Salvini ha già detto che per favorire l’intesa è pronto a farsi da parte e a accettare una candidatura terza per il premierato, cioè una persona indicata da Mattarella (come tutti pensano che finirà). Non Di Maio.

Ma c’è una ragione. I grillini hanno  raccolto una montagna di voti, soprattutto al Sud, promettendo il famoso reddito di cittadinanza, che non si potrà mai fare. Ma non importa. Di Maio vuole arrivare a palazzo Chigi per fare “qualcosa” che possa essere contrabbandato come reddito di cittadinanza, tipo un’estensione delle provvidenze già oggi in vigore per disoccupati e disagiati.

Intanto, pensa a che cosa fare del suo Movimento. Sepolta l’ispirazione originaria (uno vale uno, decrescita felice e simili baggianate) oscilla al momento fra due poli diversi. Da un lato è tentato di diventare la nuova Dc, un partitone con dentro tutto e il contrario di tutto, ma comunque perno della politica, ragionevole e pronto a qualsiasi compromesso (meno quelli sulla sua persona). Insomma, vuole fare il De Gasperi del terzo millennio.

Dall’altra parte è anche tentato, udite udite, da Macron. Trova interessante l’idea del presidente francese di fare un partito europeo di nuovo conio che scavalchi e azzeri le vecchie formazioni e divisioni. Ogni tanto lancia messaggi, per ora solo silenziosi e rasoterra, per dire: se si fa, ci stiamo anche noi, che abbiamo già  fatto questa cosa in Italia.

C’è da uscire pazzi: Di Maio sarebbe, secondo lui, il Macron italiano?

Tutto questo, però, è solo teatrino per bambini cresciuti troppo in fretta, fantasie, giochi, belinate direbbe il sommo genovese (che si è messo a studiare Kant, insieme all’economia circolare).

In realtà, tutte le cose che Salvini e Di Maio vogliono fare, e che li qualificherebbero, e cioè flat tax e reddito di cittadinanza, non si possono fare. Non solo si opporrebbe duramente Bruxelles, ma dai mercati arriverebbe una tale staffilata da indurre i due a una fuga precipitosa nei boschi del Val Brembana o su per le falde del Vesuvio.

Ma non basta. Per i due aspiranti governanti ci sono un paio di notizie rilevanti. I tassi di interesse stanno cominciando a salire, il Qe sta per finire (in autunno), e Mario Draghi l’anno prossimo lascia la Bce. Al suo posto arriva un tedesco molto severo e per il quale siamo un inutile popolo di spendaccioni.

Messe insieme tutte queste cose se ne ricava che la nostra spesa per interessi sul debito accumulato, che quest’anno dovrebbe essere di poco superiore ai 60 miliardi, nel giro di 24 mesi dovrebbe arrivare a 100 miliardi.

Solo un paese di folli può pensare di andare avanti pagando 100 miliardi all’anno di interessi sui debiti accumulati.

È una cifra di una tale portata che di fatto blocca il bilancio pubblico e rende impossibile qualsiasi azione, se non il taglio del welfare, delle pensioni e forse anche degli stipendi pubblici.

Governare, oggi, significa misurarsi con questi problemi, non baloccarsi fra De Gasperi e Macron, sognando un paese in cui si paga solo il 15 per cento di tasse e tutti hanno uno stipendio garantito dallo Stato.

Governare oggi, in una parola, significa essere in grado di fare i conti con il drago del nostro debito pubblico, garantendo nel contempo un’adeguata assistenza ai ceti più deboli.

Tutto il resto è  teatrino, vaniloquio, aria fritta, gioco delle tre sedie (l’ultimo resta in piedi).

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