Italia, terra bruciata prima della resa dei conti fra Lega e M5s alle elezioni europee

di Giovanni Valentini
Pubblicato il 31 agosto 2018 6:32 | Ultimo aggiornamento: 30 agosto 2018 11:45
Italia, terra bruciata prima della resa dei conti fra Lega e M5s alle elezioni europ

Italia, terra bruciata prima della resa dei conti fra Lega e M5s alle elezioni europe. Nella foto: Giuseppe Conte

Italia, terra bruciata prima della resa dei conti fra Lega e M5s alle elezioni europee, è l’allarme di Giovanni Valentini in questo articolo pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno. In principio [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play]  doveva essere un triumvirato, un collegio composto da tre soggetti – il presidente del Consiglio dei ministri e due vicepremier – dotati di uguali poteri e responsabilità, come nell’antica Roma. E invece, a novanta giorni dal suo insediamento, il governo giallo-verde affidato a Giuseppe Conte è diventato in pratica un duumvirato: cioè una coppia o un “ticket”, come si direbbe nel linguaggio politico americano, formata da Luigi Di Maio e Matteo Salvini che in forza del “contratto” stipulato dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega dovrebbero consultarsi e controllarsi a vicenda. Ma l’esperienza del primo trimestre governativo dimostra che due vicepremier non fanno un premier. E che, anzi, il presidente del Consiglio rischia di rimanere prigioniero di questa eterogenea accoppiata, mentre la sua figura tende a dissolversi e a scomparire nelle nebbie della politica italiana, perdendo progressivamente autorità e capacità di mediazione.

Nella sua recente intervista a Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, Giuseppe Conte ha dichiarato di ispirarsi al “modello” di Aldo Moro. Ma lo statista pugliese, come si sa, aveva fatto della mediazione un esercizio di democrazia e uno strumento di potere, per sé e per la Dc. Mentre il presidente del consiglio in carica, più che un capo di governo, sembra in realtà l’esecutore materiale di un’alleanza personale fra Di Maio e Salvini, tesa a garantire la reciproca sopravvivenza in un rapporto conflittuale destinato a favorire in prospettiva più la Lega che il M5S. Piuttosto che come un “tutor” dei suoi due vice, il premier si comporta sempre più come il testimonial di un “contratto” stipulato da altri, e da lui controfirmato per convalida o per controllo, con una scarsa capacità d’influenza e d’intervento. Una mediazione al ribasso, insomma, che non incide o incide minimamente sulla linea del governo.

Prendiamo, per esempio, le ultime polemiche sull’immigrazione e sui contributi dell’Italia al bilancio dell’Unione europea. Appena a metà giugno, dopo aver partecipato all’incontro con il presidente Macron a Parigi che in un primo tempo era stato disdetto in seguito alle tensioni sul caso della nave Aquarius, Conte s’era dichiarato soddisfatto per la disponibilità della Francia e dell’Ue a “voltare pagina” sulla questione dei migranti. E invece ora, dopo il caso della nave Diciotti e il maldestro tentativo (fallito) del ministro Salvini di impedire lo sbarco dei profughi che aveva definito “tutti illegali” ancor prima della loro identificazione, il premier-fantasma si ritrova nel mezzo di una nuova tempesta scatenata dai suoi due vicepremier.

Uno, il leader della Lega, indagato dalla magistratura per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio. L’altro, il leader dei Cinquestelle, costretto a tenergli bordone per ragioni di convenienza. Ed entrambi impegnati in un braccio di ferro sui contributi obbligatori che l’Italia versa all’Unione, con un Di Maio che non conosce neppure l’esatta entità dei fondi e un Salvini che soffia sul fuoco incontrando da solo a Milano il primo ministro ungherese, Viktor Orbán, leader dei “sovranisti” che rifiutano il ricollocamento dei migranti e di quel Gruppo di Visegrád che comprende anche la Polonia, la Repubblica ceca e la Slovacchia: tutti Paesi che facevano parte del Patto di Varsavia, gli Stati comunisti dell’ex blocco sovietico contrapposto politicamente e militarmente all’Alleanza atlantica. E intanto, per non essere da meno, il nostro premier non trova di meglio che ricevere contemporaneamente a palazzo Chigi il collega ceco, Andrej Babis, che definì “una strada per l’inferno” la richiesta di accogliere migranti.

In questa incresciosa e ambigua situazione, come fa il presidente Conte a dire di ispirarsi al “modello di Aldo Moro”? Nella sua opera di tessitura e di mediazione anche sul piano internazionale, l’ex ministro degli Esteri ed ex presidente della Dc assassinato dalle Brigate rosse non avrebbe mai compromesso i rapporti con i nostri alleati storici né tantomeno con i partner continentali. E soprattutto, da interprete di una cultura e di una tradizione politica che risalgono ai “padri fondatori” della Comunità europea, Moro avrebbe cercato in ogni modo – come fece in vita – di salvaguardare le nostre relazioni con i Paesi del Terzo mondo e di rafforzare ulteriormente l’Europa, per superare i suoi limiti e i suoi difetti.

Oggi, invece, il governo giallo-verde rivela tutte le sue divisioni e le sue contraddizioni, già emerse “ab origine” tra i due partiti della maggioranza e al loro interno, per sfidare un giorno sì e l’altro pure l’Unione europea: dalla solidarietà sull’immigrazione al versamento dei contributi al bilancio; dalla realizzazione della linea ferroviaria Tav in Val di Susa a quella del gasdotto Tap in Puglia; fino allo scontro sull’eventuale revoca della concessione alla società Autostrade dopo il crollo del ponte di Genova, sulle modalità della sua ricostruzione e quindi sull’ipotesi di un ritorno alle nazionalizzazioni. E così le tensioni nell’esecutivo mettono in mostra, al di là delle apparenze e degli accomodamenti di circostanza, la precarietà di un’alleanza ingabbiata non a caso in un “contratto”, di cui gli stessi artefici hanno dichiarato fin dall’inizio la provvisorietà. Un matrimonio d’interesse, di convenienza, a termine, fra due partner-rivali già pronti a dividersi e a scontrarsi nelle urne delle prossime elezioni.

Saranno quelle europee a maggio dell’anno venturo oppure quelle politiche che verosimilmente seguiranno subito dopo, a sancire un “redde rationem”, una resa dei conti, un regolamento dei rapporti di forza fra la Lega e il M5S? È solo una questione di mesi. Ma nel frattempo l’opposizione, con tutto lo schieramento d’opinione contrario al populismo e alla demagogia, dovrà cercare di impedire che si faccia terra bruciata intorno all’Italia, relegando il nostro Paese in un isolamento pericoloso sul piano politico e ancor più su quello economico.

(dalla “Gazzetta del Mezzogiorno” del 29 agosto 2018)