La torta che non c’è

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 16 settembre 2018 6:47 | Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2018 20:51
La torta che non c'è (foto Ansa)

La torta che non c’è (foto Ansa)

ROMA – “La torta che non c’è”: questo il titolo dell’articolo di Giuseppe Turani pubblicato anche su Uomini&Business.

È abbastanza certo, a meno di un mezzo colpo di Stato, che il reddito di cittadinanza consisterà in 5 o 10 euro al giorno e che la flat tax si ridurrà a qualche ritocco marginale. Due flop clamorosi. Ma si sa anche quale è la risposta dei leghisti e dei pentacosi: il nostro è un programma di cinque anni, lo stiamo avviando, miglioreremo. E questa è l’ennesima bugia. La congiuntura infatti sta calando, l’Italia sta correndo verso una crescita inferiore all’1 per cento (senza escludere un tuffo nella recessione vera e propria). In queste condizioni l’unica cosa sicura è che l’anno prossimo ci saranno meno risorse di quest’anno da distribuire e l’anno successivo ancora meno. In termini che anche Salvini e Di Maio possono capire, diciamo che ogni anno (da qui in avanti) diventerà sempre più difficile trovare fette di torta da regalare ai loro elettori. Quindi il reddito di cittadinanza è destinato a diminuire, non a aumentare. E la flat tax era e resterà un sogno, una balla. Potranno consolarsi, i fan di Salvini, con l’implacabile lotta ai negher (a parole) e con le risse con tutta l’Europa (che così ci manderà a quel paese). Basterà? L’assurdità del governo gialloverde sta proprio in questo: da un lato progettano grandissime distribuzioni di denaro, sconti fiscali e altro ancora, dall’altra parte nulla fanno per far crescere l’economia, che infatti cala. Anzi, le poche cose che fanno sono contro l’economia. Puntano a un progetto di Stato imprenditore superato da almeno tre decenni. Se l’Iri, che era la più grande holding del mondo occidentale (fino a 700 mila dipendenti), è stata chiusa ci sarà una ragione. E la ragione è che era ingovernabile, inefficiente, preda delle lotte politiche, una specie di immenso cancro dentro lo Stato. Ma i populisti-sovranisti lì vogliono tornare: verso un modello che non segue più nessuno e che ha dimostrato storicamente la sua inefficienza. Naturalmente, progettano questo non perché sono scemi: hanno paura del libero mercato, dei liberi imprenditori, degli scambi commerciali su scala mondiale. Meglio un’economia più domestica, statale, e controllata direttamente dai ministeri. In sostanza, hanno paura di una società aperta e che cresce. Preferiscono una società povera e chiusa in se stessa. Che questo modello di società sia ormai stato rifiutato da tutti, da Cuba alla Cina, a loro non interessa. Ecco perché vanno combattuti.