Lavoro, pensioni… sulla strada della decadenza

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 3 Dicembre 2015 5:36 | Ultimo aggiornamento: 2 Dicembre 2015 17:51
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Foto Ansa

ROMA – Giuseppe Turani ha scritto questo articolo anche per il sito Uomini & Business:

Possiamo provare a essere seri, per una volta? Quelli che oggi hanno intorno ai 35 anni hanno il 50 per cento di probabilità (anzi, di certezza) di non trovare mai un lavoro. Metà di loro, per essere chiari, non avrà mai un’occupazione. Di che cosa vivranno? Di risparmi familiari, se ce ne sono, o di assistenza pubblica.

La metà che riuscirà a trovare qualche lavoro dovrà tirare avanti fino a 75 anni prima di andare ai giardinetti e godersi la pensione. Pensione che sarà comunque molto più bassa di quelle attuali e che probabilmente non consentirà una vita dignitosa.

Il Sud, fatti bene i conti, ha ormai un reddito pro-capite, di crisi in crisi, che è la metà di quello del Nord. E non si tratta solo di essere più poveri: la vera questione che oggi al Sud manca la “massa critica” per muoversi, per decollare. Se si escludono alcune aree buone dal punto di vista economico, il resto è un deserto senza alcuna speranza, se non i soldi che arrivano dal resto dell’Italia. La retorica politica dice che il Sud è la grande speranza italiana, ma non è vero. Il Sud è il grande disastro italiano. Irrimediabile. Le città e le regioni sono piene di debiti colossali che nessuno pagherà mai e i servizi spesso sono solo una finzione. In più i dati della demografia ci dicono che nel giro di qualche decennio nel Sud ci sarà la metà della gente che c’è adesso: a quel punto la “questione meridionale” sarà risolta, poiché saranno quasi estinti i meridionali.

Se dal piano delle cose, passiamo alle istituzioni c’è ancora meno da stare allegri. Da più di un anno, e dopo trenta votazioni, non si riesce a eleggere tre giudici della Corte costituzionale: i saggi padri  fondatori non avevano previsto un meccanismo alternativo. Gli Stati Uniti funzionano con una Corte Suprema di 7 membri, nominati dal Presidente, noi invece abbiamo una folla di giudici costituzionali che poi non riusciamo nemmeno a eleggere. E non parliamo di quello che sta “sotto”, cioè della magistratura. Ogni giorno si legge di errori clamorosi, ma non si legge mai di punizioni.

Se torniamo ai temi economici, una realtà comincia a farsi strada: al benessere ante-2008 non si tornerà mai. E fin qui, passi. In realtà il rischio vero è che, poco a poco, questo si trasformi in un paese di gente assistita (poco e male), in mancanza di un lavoro e di un reddito. Assistenza che dovrà essere fornita a debito perché i soldi non ci sono.

E, se vogliamo dire le cose fino in fondo, in questi anni ci siamo venduti quasi tutto. Fra un po’ avremo solo il paesaggio e lo stile di vita (buoni cibi, buoni vini e qualche bel quadro da vedere).

La conclusione alla quale si arriva è purtroppo molto semplice. Qualcosa si sta muovendo, abbiamo un filo di crescita, ma non basta. Ci vuole ben altro.

E per avere il ben altro non ci sono scorciatoie: bisogna tagliare le spese e quindi le tasse.

La democrazia italiana sta soffocando sotto il peso di enormi e diffusissime assemblee rappresentative molto  costose e dedite allo spreco quando non al furto vero e proprio. Si calcola che quelli che campano di politica siano quasi un milione e mezzo: non possiamo più permetterci tutta questa gente che non produce una sola matita, ma che spende soldi pubblici. Bisogna che vadano a fare i camerieri in Germania, se non trovano un’occupazione qui.

E dobbiamo diventare realisti. A che cosa servono 80 consiglieri regionali in Lombardia (pagati benissimo)? E raccattati fra i trombati della politica? A niente. E quelli della regione Sicilia?

Un obiettivo ragionevole, allora,  potrebbe essere quello di ridurre della metà lo Stato nel giro di dieci-quindici anni.

Bisogna fare cioè una rivoluzione. Se non la facciamo, come è probabile, il nostro destino può solo essere quello di una decadenza infinita, dolorosa e non rimediabile.