Lavoro. Sogno di un milione di posti. Nel 2023 sarà ancora al 10%?

di Giuseppe Turani
Pubblicato il 1 Aprile 2015 6:02 | Ultimo aggiornamento: 31 Marzo 2015 18:18
Lavoro. Sogno di un milione di posti. Nel 2013 sarà ancora al 10%?

Foto d’archivio

ROMA – Giuseppe Turani ha pubblicato questo articolo anche su Uomini & Business col titolo “Difficile inventare nuovo lavoro”.

Per due mesi di fila, dicembre 2014 e gennaio 2015, la disoccupazione in Italia era scesa e in misura abbastanza consistente. A novembre dello scorso anno era ancora al 13,2, a gennaio del 2015 era invece scesa al 12,6 per cento. Non un risultato clamoroso, ma che faceva ben sperare e che aveva spinto alcuni membri del governo e lanciare grida di festa.

A febbraio, però, è arrivata la gelata: la disoccupazione è risalita al 12,7 per cento. E quindi tutti a fare marcia indietro.

Ma vanno spiegate alcune cose. Intanto, si tratta di indagini campionarie e quindi una differenza di un valore 0,1 da un mese con l’altro in realtà è ben poco significativa.

Inoltre, se per ragioni di cronaca si fanno questi confronti mensili, va spiegato che sono quasi del tutto inutili. I dati sulla disoccupazione bisogna vederli in una prospettiva un po’ più lunga.

E allora si scopre che il problema c’è.

L’Italia ha una disoccupazione molto elevata e che resiste da tempo: di fatto si oscilla fra il 12 e il 13 per cento. Dieci anni fa era mediamente poco sopra il 7 per cento. Il perché di questo aumento della disoccupazione non è misterioso: l’Italia, a seguito anche della crisi internazionale, ha smesso di crescere, anzi è andata indietro. Oggi si calcola che un quarto del sistema industriale italiano ha di fatto chiuso i battenti, non fa nulla, come se non esistesse nemmeno. E molti probabilmente hanno chiuso davvero la fabbrica e quindi non ci sono più.

In queste condizioni il numero dei senza lavoro non poteva che aumentare: per fare meno cose di prima serve meno gente sotto i capannoni e negli uffici.

Sono immaginabili cambiamenti, in positivo, a breve? Penso di no. L’aumento dell’occupazione si alimenta di un fattore preciso: la crescita economica. Se le aziende lavorano di più, se il giro d’affari aumenta, allora si assume gente. In caso contrario no.

E l’Italia, per ora, ha un tasso di crescita molto basso. Non sufficiente, comunque, per innescare un boom dell’occupazione (come sarebbe desiderabile). Per avere effetti forti sul mercato del lavoro l’aumento del Pil dovrebbe andare sopra il 2 per cento all’anno: un  traguardo che per ora appare come irraggiungibile all’Italia.

Ci saranno (anche perché aiutati dalle leggi) dei piccoli incrementi dell’occupazione, ma non significativi.

Un po’ tutte le previsioni, per essere chiari, ci dicono che nel 2023, cioè fra otto anni, la disoccupazione in Italia rischia di essere ancora superiore al 10 per cento. Previsione molti pessimista? Forse. Prima della grande crisi, nel 2007, la disoccupazione era poco più della metà di quella di oggi. Per tornare a quel punto bisognerebbe creare i  pochi anni almeno un milione e mezzo di posti di lavoro. Senza grandi riforme è impossibile riuscire in un’impresa così grande.

Non illudiamoci e non facciamo le cose troppo facili,

anche se sembrano quasi tornati i vecchi bei tempi: l’Italia è sugli spalti, vince tutto. La Ferrari arriva prima, Valentino Rossi torna sul podio in prima posizione. Gli stranieri fanno a gara per comperare le aziende italiane, di cui apprezzano, ovviamente, tutto: la tecnologia, il marketing e l’innovazione.

anche se era da tanto tempo (almeno sette anni) che non si assisteva a un fenomeno del genere. La ciliegina sulla torta viene fornita dall’Istat: la fiducia delle imprese italiane sulla ripresa non è mai stata così alta a partire dal luglio 2008, quando la grande crisi era già partita, ma ancora non si era capito bene.

Allora abbiamo veramente svoltato, possiamo stare tranquilli?

L’esperienza dice che ci vuole un po’ di prudenza. In fondo già Mario Monti aveva visto la luce in fondo al tunnel e eravamo nel 2011.

Tutto quello che sappiamo fino a oggi è che la congiuntura internazionale sembra fatta su misura per favorirci e che in giro si nota, insieme a ancora tanta desolazione, qualche frammento di ottimismo. Forse non sono molti quelli che credono davvero nella fine della crisi, ma certo sono moltissimi quelli che ci sperano.

La realtà dei numeri è comunque molti semplice. Quasi tutti gli esperti sono d’accordo nel dire che quest’anno l’Italia chiuderà con una crescita positiva: invece di distruggere ricchezza, se ne creerà un po’.

Ma quanta? Il governo, nelle sue ultime stime, dice che si arriverà a una crescita dello 0,7-0,8 per cento. Si tratta di una cifra che è grosso modo la metà della crescita media europea e la metà di quello che ci servirebbe. Parecchi esperti, inoltre, pensano che sia una stima un po’ troppo generosa. A casa ci sono ancora il 12 per cento di disoccupati e non è previsto che diminuiscano in misura significativa. Per questo bisognerà aspettare il 2016 e anche allora i progressi saranno pochi. Per vedere la disoccupazione scendere sotto l’8 per cento serviranno 7-8 anni, se tutto andrà bene.

Da queste poche cifre si capisce una cosa. E’ quasi certo che ci siamo lasciati il peggio alle spalle e che il paese sta andando verso la ripresa. Ma ci sta andando con il freno a mano tirato: il contrario di quello che hanno fatto le Ferrari e Valentino Rossi.

Il freno a mano è rappresentato dalle riforme non ancora fatte (e intorno alle quali si sta faticosamente lavorando) e da un sistema politico che sembra essere tutto impegnato in altre cose piuttosto che sulla ricerca dei modi per favorire una maggiore crescita.