Putin, Nemtsov. ”Sospettare è peccato, ma si ha quasi sempre ragione”

Licinio Germini
Pubblicato il 1 Marzo 2015 17:30 | Ultimo aggiornamento: 1 Marzo 2015 19:30
Vladimir Putin

Vladimir Putin

ROMA – In una delle sue uscite più note Giulio Andreotti ebbe a dire che ”a sospettare si fa peccato, ma si ha quasi sempre ragione”. A far uccidere Boris Nemtsov è stato lo zar dal potere immenso Vladimir Putin? E’ ancora presto per dirlo, ma se così è stato la verità non si saprà mai, considerato che egli ha in mano e controlla tutto, dalla magistratura, alla polizia, ai generali delle forze armate, alla società nel suo insieme, all’economia, ai servizi segreti degni e temuti eredi del famigerato Kgb.

L’Occidente è rimasto sgomento e allibito dall’assassinio dell’oppositore liberale a rivoltellate nel centro di Mosca. Ma non c’è molto che possa fare, salvo chiedere un’inchiesta che è facile dire nella Russia di Putin non rivelerà nulla che lo possa neanche remotamente coinvolgere.

Com’è stato per le altre sparizioni, nei modi più diversi, di altri oppositori dello zar che si fa fotografare a torso nudo per mostrare i muscoli da body builder. ”Un uomo vanitoso, intrisicamente impulsivo e imprevedibile tanto da fare paura”, lo ha definito un funzionario della Casa Bianca.

La vedova di Alexander Litvinenko, la spia russa assassinata nel 2006 a Londra, ha accusato il governo moscovita di essere coinvolto nell’omicidio di Nemtsov. Parlando con la Bbc, Marina Litvinenko ha detto che la morte dell’oppositore rientra nel piano di Mosca per mettere a tacere chiunque critichi Putin e che il governo russo e’ diventato piu’ aggressivo dall’inizio del conflitto in Ucraina. La vedova della spia ha sempre accusato il Cremlino per la morte del marito, avvelenato con il polonio radioattivo senza che in 20 anni siano mai stati individutai mandanti e/o esecutori.

Ci sono “forti segnali” che l’omicidio di Boris abbia una “matrice politica”, e quello che l’Occidente chiede ora è “un’inchiesta giudiziaria indipendente e trasparente”, anche se “non credo che Putin si preoccupi della sua immagine in Occidente”, afferma Ettore Greco, direttore dello Iai (Istituto Affari Internazionali). E’ prematuro attribuire responsabilità e individuare mandanti, ma quello che è certo “è che altri oppositori del presidente russo sono stati liquidati, e quindi la prima impressione è che quello di Nemtsov sia stato un “omicidio di regime”. “Colpisce il fatto che, a differenza di Politkovskaia, Nemtsov era un personaggio di spicco della vita politica russa con un peso non indifferente e con il quale l’Occidente ebbe rapporti diretti” quando era vicepremier durante la presidenza di Boris Ieltsin.

”E’ anche per questo, insiste il direttore dello Iai, che “il messaggio politico che i Paesi occidentali, gli Stati Uniti, stanno mandando a Mosca è quello di avviare un’inchiesta seria e indipendente” che faccia luce sull’uccisione di Nemtsov. Il problema, rileva però, è che “in Russia non si può fare affidamento su un sistema giudiziario imparziale che possa accertare la verità, ed è questo che sgomenta”.

L’emittente russa tv Tse ha trasmesso domenica quello che sembra essere un video del momento dell’uccisione Nemtsov, freddato a colpi di pistola nel centro di Mosca nella notte tra venerdi e sabato. Balza agli occhi il ritardo. L’omicidio, stando al video, sarebbe avvenuto alle 23.31 locali (le 21.31 in Italia). Il filmato mostra anche una persona, forse l’assassino, che sale di corsa su un’auto e si dilegua, probabilmente con un complice. Nessuno dei due presumibili killer è riconoscibile.

“In un contesto normale, ci si potrebbe augurare (ma è possibile sperarlo davvero in questo caso?) che l’inchiesta sull’assassinio di Boris Nemtsov possa essere caratterizzata da vera imparzialità. Nemtsov era un autentico liberale, uno dei leader dell’opposizione a Putin, era fortemente contrario alla guerra in Ucraina (e, da quanto si sa, stava lavorando a un dossier sul coinvolgimento russo in quel conflitto), e aveva di recente dichiarato che temeva che Putin lo volesse morto”. E’ quanto afferma il presidente della Commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone in una nota.

“La mia opinione – aggiunge – è che si sia purtroppo dinanzi al ripetersi di un “metodo”: nel teatro russo, da anni, l’omicidio politico è una realtà agghiacciante, che si accompagna alla persecuzione legal-giudiziaria degli oppositori, o comunque alla eliminazione fisica delle altre persone sgradite al regime. Il caso di Anna Politkovskaya, la giornalista anti-Putin uccisa nel 2006 nell’ascensore di casa, è il più noto, ma non va dimenticato neanche quello di Antonio Russo”. “Al di là di chi dovesse risultare colpevole della esecuzione del delitto, cioè di chi ha materialmente compiuto l’omicidio, è evidente che in quel Paese chi si oppone al governo finisce spesso in galera, oppure in più o meno volontario esilio, oppure assassinato”, conclude Capezzone.

Alexiei Navalni e suo fratello Oleg sono stati condannati il 30 dicembre a tre anni e mezzo per truffa e appropriazione indebita in un processo che molti osservatori ritengono politicamente motivato. Ma mentre l’oppositore ha ottenuto la sospensione della pena, suo fratello Oleg è finito al fresco. Un altro che ha avuto problemi con la giustizia dopo aver dato fastidio a Putin è Mikhail Khodorkovsi, ex patron del colosso petrolifero Yukos ed ex uomo più ricco di Russia: è finito dietro le sbarre dopo aver preso a finanziare l’opposizione, e c’è rimasto per dieci anni, fino a quando il leader del Cremlino non ha deciso di graziarlo alla fine del 2013. Adesso vive all’estero e teme per la sua vita.

Un altro oligarca anti-Putin, Boris Berezovski, è stato costretto a fuggire in Inghilterra per non rimanere schiacciato dal peso dell’avversario. Ed è morto lì due anni fa in circostanze misteriose. Forse suicida, forse, ma non si sa bene. L’ex campione del mondo di scacchi Garri Kasparov, uno degli esponenti più noti dell’opposizione che ha partecipato alle manifestazioni anti-Putin di piazza Bolotnaia a Mosca del 2011, 2012 e 2013, vive ora tra gli Usa e la Croazia per paura di finire nel tritacarne delle inchieste giudiziarie contro i dissidenti.

E’ stato invece eliminato fisicamente Alexander Litvinenko, ex spia di Mosca avvelenata nel 2006 a Londra col polonio radioattivo. Litvinenko, che era diventato un importante collaboratore dei servizi segreti di Sua Maestà britannica era stato sospeso dall’Fsb per aver denunciato un complotto per uccidere Berezovski. Ma queste non sono che alcune delle presunte vittime del Cremlino. L’elenco in realtà è molto più lungo e si è ulteriormente allungato con l’assassinio di Nemtsov.

Una eliminazione alla Chicago Anni Trenta che certi osservatori collegano alla decisa opposizione di Nemtsov all’avventua dissennata di Putin in Ucraina, che sbeffeggia la ritorsioni dell’Occidente ma che sta imparando a conoscere bene gli effetti delle sanzioni, con l’economia nazionale duramente colpita – si è aggiunto anche il crollo del prezzo del petrolio, quasi a dimostrazione che Dio esiste – e il rublo praticamente diventato carta straccia e Moody’s che declassa fortemente il rating. Si legge che il Cremlino ha stanziato una taglia di 45 mila dollari per la cattura di mandanti o esecutori dell’esecuzione di Nemtsov. Oggi 45 mila dollari, somma già di per sè ridicola, valgono 3 milioni di rubli. Tanto per rendere chiaro lo stato delle finanze russe.

Che ne pensano i russi? Avvertono la stretta alla loro vita causata da sanzioni in essere ed altre probabilmente in arrivo? E se così è, chi, prima o poi, potrebbero ritenere resposabile? E’ forse questa una chiave di lettura dell’esecuzione di Nemtsov, la cui opposizione all’avventura in Ucraina, Putin potrebbe aver temuto essere pericolosamente contagiosa.