Laboratorio Livorno, 3 anni di Nogarin. La città è divisa: risultati e delusione

di Emiliano Chirchietti
Pubblicato il 23 febbraio 2018 6:30 | Ultimo aggiornamento: 22 febbraio 2018 19:04
Com'è cambiata Livorno nei tre anni di gestione Nogarin

Filippo Nogarin, sindaco di Livorno (Foto Ansa)

Laboratorio Livorno: tre date per capire come una roccaforte rossa ha spalancato le porte all’antipolitica del Movimento 5 stelle: 8 giugno 2014, 7 agosto 2015,  21 gennaio 2018.
Tutto ha avuto inizio l’8 giugno 2014. Al ballottaggio per l’elezione a sindaco del comune di Livorno, Filippo Nogarin, candidato del M5S, raggiunge il 53,06 %, mentre Marco Ruggeri, in quota PD si ferma al 46,94 %. Crolla “il muro rosso” più alto d’Italia. Se per molti commentatori e politici nazionali questo risultato è inaspettato e sorprendente, non si può certo dire la stessa cosa per i livornesi.
La “ debacle ” della sinistra targata PCI, PDS, DS e PD, che per settant’anni ha governato ininterrottamente la città, si respirava nell’aria da mesi; addirittura si dava per scontato il ballottaggio e semmai, il dibattito politico di quei giorni cercava di pronosticare quale, tra i candidati sindaci in lizza, sarebbe riuscito a portare il PD al secondo turno.

Non deve sfuggire di questa prima tornata elettorale la comparazione con i risultati delle Europee che si tennero nel medesimo giorno. Infatti, se andiamo ad analizzare la performance del Partito Democratico, constatiamo che il dato europeo si assesta, sempre in ambito cittadino, al 52,74%, mentre quello comunale al 35,26%. In termini di voti retrocede da 45.351 a 29.465, ovvero 15.886 voti in meno. Questo vuol dire che molti elettori del PD si sono espressi a suo favore per il governo dell’Europa, ed invece, aprendo la scheda per eleggere il governo della città hanno preferito rivolgersi ad altri schieramenti che di quel partito erano all’opposizione.
Capire le ragioni di questa logica non è facile ancora oggi, a distanza di quattro anni.
Si tratta di partire da un’argomentazione chiara: il consenso che ottengono Nogarin ed il M5S a Livorno in occasione delle Elezioni Amministrative del 2014 in parte deriva dal suo elettorato ed in parte proviene da cittadini che con questa proposta politica non hanno niente a che fare, e quindi già pronti, all’uscita del seggio, a voltare il loro sguardo altrove. Questo aiuta a capire quanto il consenso sul quale può contare Nogarin quando viene investito della carica di Primo Cittadino nel 2014, sia in parte liquido e transitorio, e del clima che si respira in quei giorni in ogni angolo della città; se molti festeggiano la vittoria del M5S, altri acclamano alla sconfitta del PD.
Veniamo al 7 agosto 2015. Livorno viene dichiarata “area di crisi industriale complessa ”. A riconoscerlo è il Ministero per lo Sviluppo Economico in data 7 agosto 2015 a firma dell’allora Ministro Federica Guidi. Nel sito del Ministero lo strumento d’intervento è definito chiaramente: con “area di crisi industriale complessa”, si intendono tutte quelle “Aree che riguardano specifici territori soggetti a recessione economica e perdita occupazionale di rilevanza nazionale e con impatto significativo sulla politica industriale nazionale, non risolvibili con risorse e strumenti di sola competenza regionale”.
E ancora: “Tenuto conto del perdurare della situazione di crisi economica in cui versa il territorio della costa livornese, anche alla luce delle recenti decisioni di disimpegno da parte di grandi imprese presenti sul territorio, con conseguente deterioramento del tessuto produttivo e manifatturiero locale, concentrando nel perimetro dell’area urbana Livorno, Collesalvetti, Rosignano Marittimo significative condizioni di rischio sociale;  ecc, ecc, ecc … ”.
Tradotto dal burocratese all’italiano: cari livornesi siete veramente messi male, vediamo se riusciamo a rimediare ma la situazione è drammatica.
Certo, molte ragioni che hanno determinato questa situazione vanno ricercate in dinamiche globali pressoché ingovernabili per qualunque amministrazione locale, ma, altresì, è comunque chiaro a tutti che nella “ governament ” cittadina qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto, moltiplicando gli effetti prodotti da vecchi e nuovi problemi. Non fa sicuramente piacere masticare questo pane duro; ma è l’unico modo per far comprendere esattamente dove si trovasse la città quando il Movimento Cinque Stelle vince il ballottaggio nel giugno del 2014 facendo sgretolare il “muro rosso” più alto d’Italia.
Qualsiasi tentativo volto ad analizzare e valutare l’attuale mandato a cinque stelle non può che partire da qui, dal contesto politico ed economico nel quale la Giunta Nogarin è stata chiamata ad operare.
La Giunta viene nominata e presentata dal Sindaco nei primi giorni di Luglio, all’incirca un mese dopo la sua elezione al ballottaggio. Scorrendo i curricula degli Assessori, in carica e decaduti, emerge che la Giunta Nogarin ha potuto contare, almeno fino ad oggi, su profili e competenze di tutto rispetto, anche se resta difficile da definire il tipo ideale di “ buon amministratore pubblico ” da prendere come riferimento per una significativa misurazione: un ingegnere aerospaziale, una docente di strumento musicale, due architetti professionisti, un giornalista, due avvocati, due commercialisti, un dirigente manager pubblico, un impiegato, due professori universitari, un direttore artistico; nel totale la giunta parla, oltre all’italiano, quattro lingue (inglese, francese, spagnolo e danese) conta master, specializzazioni, pubblicazioni, docenze, ed altro ancora.
Viva le competenze quindi, però da sole non possono bastare per il “ buon governo ”. Occorre anche altro, e per valutare ciò che è stato fatto o non fatto a Livorno, in questi tre anni e mezzo di mandato a cinque stelle, come per qualsiasi altra forza politica, l’osservatore attento, con equilibrio, equidistanza ed onestà intellettuale, deve dispiegare la sua analisi nella quotidiana azione di governo, dove la concretezza dell’amministrare ha una sua reale e misurabile dimensione nell’intreccio inevitabile tra passato e presente.
21 gennaio 2018. Nogarin precisa sul suo profilo facebook il 21 gennaio 2018:

“Quello che scrivono oggi i giornali nazionali è vero ma solo in parte: l’idea di non ricandidarmi a sindaco di Livorno mi ha sfiorato ma all’interno di un ragionamento molto più ampio e complesso… Per il momento, in ogni caso, si tratta soltanto di pensieri personali che mi sono venuti in una fase molto complicata del mio percorso. Non c’è assolutamente nulla di deciso ”.

È ancora troppo presto per discutere di candidature – manca ancora un anno e mezzo alle elezioni per il rinnovo degli organi comunali – tuttavia, i pensieri che attanagliano Nogarin, esprimono forse una certa stanchezza per un ruolo che non fa sconti a nessuno, benché meno ad una forza politica alla prima esperienza di governo che si misura con i problemi di una città difficile.

Ma se ipoteticamente si votasse domani mattina, quale sarebbe il giudizio da esprimere sull’iniziativa di governo che ha caratterizzato il mandato Nogarin?
Lo spazio nel quale si muove qualsiasi tentativo di analisi non può che essere angusto. Troppo poco tempo è passato per poter formulare una riflessione approfondita, ed ancor meno tempo è trascorso per vedere prodursi gli eventuali effetti delle politiche promosse dalla giunta locale.

La complessità dei problemi che deprimono da anni il territorio non permette soluzioni nell’immediato. Occorrerebbero almeno due mandati – dieci anni – per vedere quanto di buono o cattivo un’amministrazione ha saputo o non saputo fare.

Tuttavia, nel provare ad elaborare almeno una prima, seppur grezza, riflessione, possiamo guardare alla città da una prospettiva panoramica che elenchi temi ragionevolmente nutriti da una certa concretezza.
Ma prima di entrare nel merito di alcuni argomenti, c’è un punto sul quale è sensibilità cercare di esprimere un pensiero. All’indomani del ballottaggio del 2014, vinto da Nogarin, era prevedibile, ma non auspicabile, che Livorno diventasse una delle “ piazze ” nelle quali si sarebbero riversate parte delle polemiche più aspre del dibattito nazionale.

Da questo punto di vista gli ultimi anni non hanno sicuramente giovato a Livorno, che più di una volta è stata luogo ed oggetto di scontri e conflitti lontani dai veri bisogni della città, nel nome di una logica politica, tutta italiana, che non si ferma nemmeno davanti alle drammaticità di un territorio dove la crisi ha colpito duro, innescando meccanismi di angosce e sofferenze sociali che minano alla base la vita e la serenità di una comunità.
Livorno, “vista dall’alto”, assomiglia ad un giovane talentuoso calciatore che ancora non ha trovato l’allenatore capace di farlo emergere.

Cose positive sono state sicuramente fatte. Ad esempio l’AAMPS, l’azienda pubblica che eroga servizi per la gestione dei rifiuti, che aveva chiuso il 2014 con una perdita pari a 21.398.590 di Euro, riesce, percorrendo la strada del  concordato fallimentare, ad ottene al 31/12/2016 un risultato positivo di Euro 2.310.193. Indubbiamente un mezzo miracolo.

Sono da valutare positivamente anche gli importanti interventi in tema di mobilità urbana: rotatorie – polemiche comprese – in zone nevralgiche della città dove si verificano con maggiore frequenza sinistri stradali, ( le statistiche 2017 della Polizia Municipale dicono 1.642 sinistri – nel 2014 erano quasi 2000 – dei quali 1.048 con feriti e 7 con esito mortale ), ed una moderata riorganizzazione del trasporto pubblico locale e del sistema di Bike Sharing. Ma anche il recupero e la valorizzazione di spazi in ambito culturale – turistico, e soprattutto un 2018 che, stando ai progetti presentati, sarà l’anno, speriamo, del centro cittadino, abbandonato per troppo tempo a se stesso.

Ovviamente ci sono anche innumerevoli questioni che non hanno trovato soluzione, come ad esempio la splendida struttura dell’Ippodromo Federico Caprilli, un tempo salotto buono della città, situato sul Lungomare e che oggi accoglie forse qualche gatto e le ombre dei fasti andati; una mancata attenzione per alcune zone periferiche che invece richiedono  urgenti progettualità volte a debellare sacche crescenti di degrado ed insicurezza sociale; politiche d’innovazione tecnologica che sembrano essersi fermate semplicemente all’ampliamento del servizio wi fi, e soprattutto la partecipazione e l’ascolto come modello di governo delle questioni.
Tuttavia, la partita più importante è quella che ancora non si è giocata, e riguarda gli ingenti finanziamenti che arriveranno nei prossimi anni in città, conseguenti al riconoscimento di “Area di crisi industriale complessa”, e che andranno ad importanti progettualità, fondamentali per il rilancio economico del territorio. Sarà un passaggio straordinariamente rilevante, non tanto per chi governa o governerà la città, ma soprattutto per i livornesi, perché questi interventi, almeno in termini di risorse pubbliche impegnate – 581,40 milioni di euro – hanno la potenzialità di cambiare veramente il destino di questo territorio.

Il M5S governa Livorno da tre anni e mezzo. Il sindaco Nogarin si è messo sulle spalle una città che nel 2014 barcollava pericolosamente sull’argine di un baratro, e con tutto il sistema locale, e non solo, ferocemente schierato contro, ha provato a governare. Al netto della campagna propagandistica “è tutta colpa di Nogarin”, non si può dire che questa porzione di mandato amministrativo non abbia raggiunto la sufficienza.

Però in città il clima non è dei migliori: perché?
Intanto il perdurare della crisi economica sta mettendo a dura prova gli animi di molti livornesi, popolo sempre pronto a sdrammatizzare con una battuta ma che ultimamente scherza e sorride sempre meno.

Pesa anche il continuo scontro politico – istituzionale: non ultimo quello inspiegabile tra il sindaco ed il vescovo. E cosa ancor più evidente, che non aiuta sicuramente, è la radicalizzazione del dibattito tra gli elettori del Movimento e quelli del PD. Basta leggere alcuni commenti sui siti dei quotidiani locali per cogliere la portata della contrapposizione in atto.

Su questo la colpa è tutta della politica locale, tutta, complessivamente intesa, che non ha compreso fino in fondo la fase di profondo cambiamento che sta attraversando l’elettorato. Occorreva, la speranza è ultima a morire, una politica di riappacificazione, almeno per questi “ tempi difficili ” e solo con l’obiettivo di riportare in città la giusta sana dialettica. Ma invece le parti sono troppo lontane tra di loro, entrambe occupate ad assolvere un ruolo che risente molto delle dinamiche nazionali. Forse, un giorno, capiranno che questa modalità apre spazi che in politica altri andranno a riempire.
Se dal punto di vista dei risultati la giunta Nogarin complessivamente non delude ma anche non esalta, il “ laboratorio Livorno ” ci dice però molto di più. La formazione della classe dirigente rimane un nodo ancora irrisolto anche per il Movimento, perché costruire il futuro vuol dire conoscere ed immergersi nella realtà del territorio, capirne ogni singola sfaccettatura e con essa individuare punti di convergenza. Resta valida l’ovvietà secondo la quale “ è più difficile costruire un ponte che distruggerlo ” e chi vuol misurarsi con la Politica – la P nel nostro caso resta sempre maiuscola – da questo dato deve prescindere.
E poi c’è l’elettore, anch’esso dentro il laboratorio, e forse un passo avanti alla politica. In questo caso non esiste sondaggio che tenga. Stiamo parlando, utilizzando e modificando una definizione di Zigmunt Bauman, dello “sciame inquieto dell’elettore” che in gran parte vaga disilluso tra gli scaffali della politica, pronto ad acquistare un prodotto per poi sostituirlo, con un altro, un attimo dopo.

È un elettore in continua metamorfosi, che non da più certezze alla politica, ma quando si parla di lavoro che non c’è, di mutui che non si sa più come onorare, e di una vita che offre solo precariato, è ciò che di meglio possiamo sperare che accada.