Chi paga le “Casse” e di chi sono, dei sindacati o dei lavoratori?

di Lucio Fero
Pubblicato il 20 Febbraio 2012 14:47 | Ultimo aggiornamento: 20 Febbraio 2012 14:47

ROMA – Più che l’articolo 18, potrebbe la Cassa Integrazione… Un qualche mezzo accordo sull’indennità economica al lavoratore in caso di licenziamento “non discriminatorio” al posto del diritto al “reintegro” il governo potrebbe anche raggiungerlo con i sindacati, almeno con Cisl e Uil. Ma sulla Cassa, anzi sulle Casse, se proprio vuole passare, il governo dovrà passare “sul cadavere” dei sindacati, di tutti i sindacati. Perché? Perché il governo Monti-Fornero vuol togliere, tagliare i miliardi che vanno alla Cassa, anzi alle Casse e quindi ai lavoratori che perdono il posto o almeno lo stipendio? No, perché di togliere e tagliare quei soldi il governo neanche si sogna e non si vede come potrebbe senza far scoppiare davvero una rivolta. Sarebbe ingiusto, iniquo, suicida, pestilenziale un qualunque “taglio” del genere. E allora? Allora la questione è chi decide, comanda, distribuisce quei miliardi. Oggi lo fanno le imprese e soprattutto i sindacati e mano ci mette anche la politica. Domani imprese, sindacati e politica potrebbero essere “saltati”, bypassati e quei soldi diventerebbero non il frutto di trattativa e impegno sindacale ma diritto individuale del lavoratore. Questo i sindacati non possono tollerarlo, è togliere loro una ragione di vita, un modello di esistere. Con il corollario, non da poco, che oggi la Cassa, anzi le Casse, legano il lavoratore all’impresa e al posto di lavoro che sono rispettivamente andati in crisi e in fumo. La Cassa, anzi le Casse, pagano una quota del salario sparito ai lavoratori dell’azienda x o y, nell’ipotesi o nell’attesa che questa possa risorgere. Domani quei soldi andrebbero al lavoratore e basta, nell’ipotesi e nell’attesa che il lavoratore ne cerchi e trovi un altro di lavoro. E anche questo ai sindacati appare intollerabile novità e rischio.

La Cassa, anzi le Casse sono oggi cinque. Quella “ordinaria”: si applica alle industrie, all’edilizia e alla Coop, sussidio pari all’80 per cento dello stipendio per la durata massimo di un anno. “Copre” una crisi produttiva e di mercato momentanea, lascia il lavoratore legato all’azienda e nessuno, nemmeno il governo la vuol toccare”. Poi c’è la “straordinaria”, paga l’80 per cento dello stipendio e può durare fino a due anni. “Copre” le aziende in crisi “grave”, a un passo o oltre il fallimento. Cassa ordinaria e straordinaria se le pagano con contributi le aziende e i lavoratori.

Poi cè la Cassa “in deroga”: Spetta a tutti i lavoratori subordinati, paga l’80 per cento del salario e dura al massimo due anni. Cassa in deroga pagata al 60 per cento dallo Stato e al 40 per cento dalle Regioni e dai Fondi europei, quindi con soldi pubblici. “Figli” della Cassa in deroga sono l’indennità di mobilità e di disoccupazione, la prima dura da un anno a quattro anni, la seconda da otto a dodici mesi ed entrambe “aspettano” di fatto o almeno aspettavano fino ad ieri un prepensionamento pagando tra il 60 e il 40 per cento dello stipendio. Qui il governo vuole intervenire trasformando Cassa in deroga e indennità mobilità e disoccupazione in un diritto automatico e universale di tutti i lavoratori che perdono il posto di lavoro (Bankitalia ha calcolato che con l’attuale sistema 1.200.000 sono rimasti “scoperti”). Insomma, se l’azienda è in crisi momentanea e si tratta di sostenere il reddito dei lavoratori nella credibile attesa che la produzione e l’azienda ripartano, allora le prime due Casse restano e funzionano. Se invece l’azienda non ce la fa davvero più e il posto di lavoro non può credibilmente resuscitare, non “quel” posto di lavoro, allora secondo il governo sussidio di disoccupazione legato alla nuova formazione professionale da acquisire, alla disponibilità ad un nuovo lavoro e non più legata al simulacro e allo scheletro dell’azienda che c’era prima. In uno slogan, “tutelare la persona del lavoratore e non il posto di lavoro che quel lavoratore occupava”.

A questo i sindacati dicono no, fortemente, indiscutibilmente no. Con una buona obiezione: dove sono i soldi per i maggiori costi di un sistema di coperture universali? Preoccupazione che è anche di Confindustria: “Non li vorranno mica da noi?” E con un gigantesco non detto: con il nuovo sistema non sarebbero più i sindacati a governare e indirizzare i miliardi delle Casse. Che non sono pochi: 18 miliardi all’anno nell’ultimo triennio, 9,7 di denaro pubblico e 8,3 versati da imprese e lavoratori sotto forma di contributi.