Come funziona la fabbrica delle “notizie”: niente bugie o verità, solo format

di Lucio Fero
Pubblicato il 22 Luglio 2009 16:29 | Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre 2010 17:21

TO300604INT_0012Abbiamo atteso che “l’informazione” riprendesse e rilanciasse una storia che la riguarda molto da vicino: quella degli avvocati delle cause finte. I due, Giacinto Canzona e Anna Orecchioni, hanno confezionato storie a perfetta misura di giornali e telegiornali, titoli già fatti, pronti all’uso, “notizie” pret a porter. Storie che si incastravano alla perfezione nel linguaggio e nella fattura delle comunicazioni di massa e dei lori prodotti.  La suora in topless, il prete ubriacone, suor tavoletta che in autostrada a 180 all’ora va a raggiungere il papa, la donna tradita nell’addio al nubilato, la sposa cornuta in luna di miele…

Storie che non avevano bisogno di essere vendute, si vendevano da sole e portavano agli avvocati l’indotto e il profitto della notorietà e della pubblicità. I due, avvocati mica tanto ma ottimi manager del marketing della comunicazione, hanno usato giornali e telegiornali. Hanno mostrato di possedere e usare le chiavi e i codici del loro software culturale. Non erano, non sono hacker della notizia, non hanno bisogno di forzare e violare un sistema, è il sistema che li accoglie, felice di farlo. Anche se le storie non sono vere, funziona lo stesso. Anzi, funziona proprio perché le storie sono confezionate. Abbiamo atteso e, senza sorpresa, abbiamo visto che con due sole timide eccezioni, Tg5 e Il Giornale, “l’informazione” ha preferito far finta di nulla. Non sorprende che sia andata così: se “l’informazione” avesse ripreso la storia e ragionato sulla storia dei due avvocati avrebbe dovuto riflettere su se stessa e scoprire l’indicibile: “informazione” non c’è, c’è solo format.

Format, cioè modello preconfezionato senza adattarsi al quale nulla passa nella comunicazione di massa. Format, come quello dei reality o dei talk-show. Format, cioè spettacolo. Format, cioè parole e immagini, concetti pochi, attraverso i quali la realtà viene inscatolata prima ancora che distorta. Format dunque e non informazione. È la regola generale: scandalo e stupore sono fuori luogo.

Format, ognuno ha il suo. I Tg della Rai, due su tre, hanno il format dell’ufficialità reticente. Dicono: «In molti paesi vige qualcosa di simile allo scudo fiscale varato dal governo italiano». Vero, ma il format amputa che negli Usa, Gran Bretagna e Germania lo scudo non garantisce l’anonimato all’evasore fiscale che riporta in patria i capitali e lo obbliga a pagare tutto o quasi tutto quel che ha evaso, da noi solo il 5 per cento. I giornali di opposizione hanno il format del Pd in debito di consensi perchè non in sintonia con la sua “brava gente”. Format finto critico in realtà assolutorio: il Pd è maggioranza tra i dipendenti pubblici, quindi è poco riformatore in sintonia e non nonostante la sua gente. raccoglie solo il 13 per cento dei consensi dei piccoli imprenditori e il 30 per cento di quelli operai. Non è un caso si occupi più di pensioni che di salario, più di spesa pubblica che di investimenti produttivi. Il Pd non è quel che è nonostante se stesso, è così coerentemente con la sua costituzione sociale. Ma il format amputa questa realtà.

Il format di “Repubblica” vuole che Berlusconi sia agli ultimi dei suoi giorni, mesi…? Il racconto del quotidiano è quello di un declino ineluttabile che però nega se stesso perché è un declino eterno. Ma un declino eterno non è tale. Quindi, secondo format, quando si apprende, e si apprende, che Berlusconi ha fatto sesso con donne che sapeva a pagamento, questo diventa la prova provata del declino. È un format immaginario eppure cantato ogni giorno. Simmetricamente il format dei giornali berlusconiani è quello per cui nulla è vero, neanche l’evidentemente vero. Tutto è calunnia, invenzione, manovra.

Ai diversi e contrastanti format vengono piegate le cifre. Non solo quelle ballerine dei sondaggi: 68 per cento di popolarità per Berlusconi come dice “Il Giornale” o 49 per cento come dice “Repubblica”. I sondaggi sono elastici per definizione. Non così le cifre dell’economia. Meno 25 per cento di produzione industriale tradotto vuol dire mezzo milione di posti di lavoro in meno. Debito pubblico al 115 per cento del Pil vuol dire inflazione sicura dopo la crisi. Meno 10 per cento di Iva pagata mentre i consumi calano del 2,6 per cento vuol dire più evasione fiscale. Il format dell’opposizione racconta queste cifre indiscutibili come la sentenza definitiva di un governo che non può continuare ad esistere. Le cifre sono quelle ma il format è immaginario perché, nonostante quelle cifre, il governo regge e regge il suo consenso. L’altro format oscura le cifre dietro il racconto di un’Italia che se la cava e dietro la litania “il peggio è passato”.

Nei rispettivi format ci sono parti fisse: l’ammonitore da una parte, il nerboruto dall’altra. Ad ogni esibizione simmetrica, il format prevede simmetrici applausi. Ovunque il, testo, il linguaggio, dell’editoriale stampato o della notizia letta dallo speaker, non sono fatti per suscitare il “questo non lo sapevo”. Sono fatti per chiamare il “quanto sono d’accordo” o il “quanto sono contrario”. Si informa per interposta adesione o ripulsa. E il format è perfino più forte della scelta di campo politica, la precede e la sovrasta. Non avrai altra categoria concettuale che il format, questa la regola, il comandamento della comunicazione. Comunicazione che ha soppiantato l’informazione.

Neppure il web sfugge alla tirannia del format. In rete il format è diverso ma altrettanto oppressivo. Regna il fascino dello strano-ma-vero e del complottismo. Regna il rovescio, immaginario della medaglia. Il web ama alla follia i morti che in realtà non sono morti, le malattie che sono complotti, gli “svelamenti” che altro non sono che una ignoranza orgogliosa di essere tale.

Dunque, nessuna sorpresa che l’attesa sia rimasta non delusa ma avara di riscontri. Se spogliamo la comunicazione dai suoi format, se raccontiamo davvero come due piccoli e ingegnosi azzegarbugli della “notizia” possono letteralmente fare i titoli di giornali e telegiornali, questa è una storia da non diffondere troppo. È “atta a turbare”. Sotto la comunicazione l’informazione non c’è più. Buono a sapersi, inopportuno comunicarlo.