Conte avvocato difensore del popolo e la scena del taxi

di Lucio Fero
Pubblicato il 24 maggio 2018 9:54 | Ultimo aggiornamento: 24 maggio 2018 13:51
Giuseppe Conte avvocato difensore del popolo e la scena del taxi

Conte avvocato difensore del popolo e la scena del taxi (foto Ansa)

ROMA – Conte e il suo governo, in fattura e allestimento in queste ore. E Conte e il suo partito, M5S che con la supervisione di Rocco Casalino [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play], ha suggerito e suggellato le parole e frasi chiave del discorso di accettazione dell’incarico di formare il governo. E Conte e se stesso, il suo porgersi, prestarsi, impegnarsi alla politica, alla missione, alla gente, alla scena.

In tutti e tre i casi, in tutti e tre i momenti, in tutti e tre gli aspetti sempre il messaggio e la sostanza, la forma e l’orgoglio (per dirla alla Salvini) di qualcosa di contro. Governo che nasce, parole e concetti pronunciati ed esposti, animo e gesti contro. Contro cosa, contro chi? Contro tutto quello che nella nuovissima cultura (ma in realtà vecchissima conoscenza della storia umana) il popolo concepisce e vive come altro da sé.

Le istituzioni, lo Stato, la stessa politica e prima fra tutte l’Unione Europea. Tutto ciò il popolo avverte come altro da sé nella nuova e dominante cultura. E Giuseppe Conte questa cultura condivide ed espone, a questa corrente della storia con entusiasmo e dedizione si iscrive.

“Fuori da qui…” è l’incipit, il titolo-richiamo identitario della parte del suo discorso non scritto su richiesta di Mattarella. Dopo le poche righe sulla necessità di rispettare la collocazione europea e internazionale, ecco finalmente il “fuori di qui” gemello del “fuori dai palazzi” che è lo stilema dell’ideologia dominante che ora si fa governo. Fuori di qui, fuori dai palazzi…cioè dentro i palazzi le caste, fuori il popolo. Dentro i cattivi per definizione, ruolo e natura. Fuori i buoni, per definizione, ruolo e natura. Popolo sempre e tutto buono, Stato sempre e tutto cattivo.

Che in fondo tale resta anche se arriva il “Governo del cambiamento”. Lo dice, lo rivendica, lo attesta Giuseppe Conte nel suo primo discorso agli italiani. Non si identifica con lo Stato, sia pure rinnovato dall’avvento del nuovo governo. Conte dice che farà governo “dalla parte dei cittadini”. Che quindi restano sempre “parte”altra e diversa e conflittuale con la cosa pubblica, con lo Stato, con le istituzioni.

Conte fa di più e con evidente auto soddisfazione si battezza “avvocato difensore del popolo“. Non premier di tutti, che è frase retorica ma che a non dirla…neanche Trump ha avuto la sfrontatezza di ometterla. Non custode della cosa pubblica. Non delegato dalla sovranità popolare a gestire la cosa pubblica. No, niente di tutto questo. Conte si è detto “avvocato difensore del popolo”.

Ora avvocato difensore si dà, di avvocato difensore si ha bisogno appunto quando si è parte contro qualcuno. E proclamare di vestire panni e ruolo dell’avvocato difensore del popolo, a partire dall’Europa, suppone, sottende, sottolinea che l’Europa è parte avversa del popolo italiano. Questa la cultura, l’ideologia, la missione che Giuseppe Conte condivide, manifesta e si assegna: difendere il popolo italiano dall’Europa Unita. Stante così le cose, e così stanno, relativamente poco importa se affiderà o no il Ministero dell’Economia al nemico dell’euro Paolo Savona oppure no.

Avvocato difensore del popolo non solo verso la minaccia esterna, avvocato difensore del popolo anche dentro i confini nazionali. L’avvocato difensore del popolo per definizione sposa le ragioni e la causa e gli interessi della sua parte, il popolo appunto. Ma per dirsi avvocato difensore del popolo occorre fermamente credere che il popolo sia uno solo e che parli con una sola voce. Di solito finisce per essere la voce del partito dominante. Il popolo uno solo e con un solo comune interesse. E chi non lo condivide scivola facilmente nel brutto ruolo di traditore del popolo. Gli avvocati difensori del popolo nella storia hanno fatto molto spesso in fretta a diventare pubblici ministeri d’accusa verso i traditori del popolo.

L’avvocato difensore del popolo vuol dire che Giuseppe Conte pensa non vi siano legittimi e rispettabili conflitti di interesse dentro il popolo, conflitti da mediare, comporre. Il premier incaricato e futuro, anzi prossimo capo del governo italiano espone una concezione della cosa pubblica secondo la quale di fatto la politica non esiste. Esiste invece il popolo, uno e uno solo, che parla, individua ed esige la soluzione, unica e assoluta, e gli incaricati del popolo di metterla in atto. Il popolo diventa il monarca assoluto, sciolto da ogni vincolo.

Popolo che va omaggiato, ed ecco l’omaggio di Giuseppe Conte al popolo: lo spostarsi in taxi pagando la corsa sotto l’occhio di tutte le telecamere (pietà di casta vorrebbe ignorassimo la pietosa-penosa-disarmante scena dei giornalisti che corrono a intervistare il tassista). Omaggio al popolo prima e oltre ogni possibile omaggio alle istituzioni, Stato. Omaggio al popolo messo in scena per segnare che lui, Giuseppe Conte capo di governo, anche se entra lì, è e resta uno di fuori e non di dentro i palazzi. Omaggio al popolo pagante mentre paga la corsa del taxi, omaggio all’idea che il popolo sia solo quello che paga e altro non ha da identificarsi con lo Stato e la cosa pubblica. La cosa pubblica come altro da sé. Qualcosa da cui difendersi ed ecco infatti l’avvocato difensore del popolo.

Ci si è chiesti nei minuti dopo il discorso di Conte al Quirinale, ci si chiede in queste ore come sia possibile conciliare il rispetto della collocazione europea, del pareggio di bilancio e delle altre cose fatte pronunciare da Mattarella a Conte con il testo del Contratto di Governo su cui Conte presidente incaricato ha giurato fedeltà con altrettanta enfasi fosse la Costituzione.

Come è possibile? Non è possibile. Il voto del popolo il 4 di marzo, il governo M5S-Lega, il capo del governo avvocato del popolo e i suoi ministri porteranno l’Italia allo scontro con la Ue, saranno parte contro la Ue intesa come Unione politica e monetaria. E quando da questo scontro verranno guai per la gente, per il popolo, diranno che è colpa del nemico esterno, magari aiutato da qualche quinta colonna interna. Porteranno lo scontro fino e oltre la rottura, non fosse altro perché convinti, seriamente convinti di poter piegare, spezzare le reni a Bruxelles e Berlino e Parigi senza farsi davvero male.

E porteranno la politica, l’azione di governo in materia economica, finanziaria e di bilancio allo scontro non con il pareggio ma con l’equilibrio di bilancio. Metteranno in campo spese per molti punti di Pil fidando in incassi fantomatici e immaginari. Stamperanno di fatto euro alla faccia e alle spalle di tutti gli altri europei che condividono la moneta fino a che la corda non si spezzerà e non sarà l’Italia invitata più o meno gentilmente a stamparsi la sua moneta.

Porteranno l’Italia a giocarsi una mano di poker la cui posta è la cosa pubblica convinti di avere in mano una scala reale ma avendo in mano solo una scala minima. Perché hanno sbagliato, sbagliano a leggere il “seme” della carta che hanno in mano. Quando un popolo dice agli altri popoli “io per primo, io prima di te”, quel popolo comincia a perderla la partita. Non è la battuta scopiazzata di un western alla Leone, è la Storia.

Ed è tutto chiaro, non c’è niente da capire. Giuseppe Conte è stato sincero, schietto, evidente. Non ha nascosto né dissimulato. Magari sono in molti che non intendono non perché non sia chiaro e dispiegato. Non intendono, in molti vorremmo e vogliamo non intendere, far finta con noi stessi di non capire. Anche se è tutto ovvio, lampante e conseguente: quando si vota a maggioranza e in libertà contro il sistema, allora il sistema viene giù. Punto. Elementare, Watson…

E facciamo fatica a capire e credere, nonostante l’evidenza, perché, come insegna l’osservazione clinica, non solo in medicina ma anche nella storia dei sistemi politici e sociali, dei popoli e nazioni, il primo stadio di una malattia terminale è la negazione. Appunto.