Dio ci guardi da Maometto e Cristo gendarmi, e dai loro “bravi”

di Lucio Fero
Pubblicato il 20 settembre 2012 14:24 | Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2012 14:24

ROMA – L’Islam oggi, su almeno una cosa unito nelle sue piazze, nei suoi cuori, nei suoi partiti, nei suoi governi, nelle sue scuole, nelle sue cattedre. L’Islam unito su quello che pensa e sente del e per l’Occidente e comunque per il resto del mondo non islamico. “Considera la laicità un peccato, la libertà d’espressione un’empietà, una comunità non tiranneggiata dai guardiani dell’ortodossia un mondo marcio e meritevole di essere annientato”. Lo scrive Pierluigi Battista sul Corriere della Sera e non poteva essere sintetizzato con più precisione.

Per un residuo di sana intellettuale prudenza Battista attribuisce le caratteristiche ideologico e culturali sovra descritte ai “fondamentalisti”. Comprensibile la voglia, anzi la speranza di delimitare ma, a parte l’ultima, quella dell’annientamento dei diversi da sè, questa davvero prerogativa unica dei fondamentalisti, tutto il resto è patrimonio comune dell’Islam quando guarda fuori da sè. Fa parte della cultura e dell’azione sia dei governi che dei popoli islamici, qui e oggi almeno, quel che anche Battista descrive come il rifiuto dello stesso concetto di responsabilità individuale. Questo rifiuto è insito, è dentro all’unione tra Stato e Chiesa che ovunque nell’Islam c’è e, dove scarseggia, ovunque si tende a stabilirlo.

La teocrazia, l’unione e identificazione tra Stato e Chiesa stabilisce che se in qualche parte del mondo un individuo dice, fa , stampa, filma qualcosa la responsabilità non è  e non può essere di quell’individuo ma è e deve essere del suo Stato. Lo Stato infatti nel mondo della teocrazia sta lì appunto per vigilare che i suoi controllati non facciano peccato e dunque, se questi peccano, lo Stato o reprime oppure è complice del peccato. Per pensare così non bisogna essere terroristi/fondamentalisti spuntati fuori da caverne afghane, da petrodollari sauditi o dalla miseria collaterale della globalizzazione. Per pensare così basta essere convinti che lo Stato, gli Stati, tutti gli Stati e governi sono qui in terra per accogliere nelle loro leggi la parola e le leggi scritte nel Libro di Dio.

Dio e la sua Chiesa gendarmi su questa terra di un’umanità peccatrice, con contorno e ausilio di santi e “bravi” che si incaricano del lavoro duro, quello della ricerca e punizione dei peccatori. Quel che chiamiamo Occidente ha pensato ed agito così e non altrimenti per una dozzina abbondante di secoli, nel nome di Cristo. E qualche nostalgia di quei tempi non proprio del tutto andati affiora: nella “cintura della Bibbia” negli Usa, nella mistica del sangue e della terra della nuova destra europea, nel filone cattolico anti Concilio Vaticano secondo…Quel che chiamiamo Islam oggi, qui e adesso, pensa così. A questo aspira: il “Grande Califfato” non è un progetto politico reale e neanche un piano, anzi una pianificazione del terrore. Il Grande Califfato, un Islam regnante dai confini della Cina fino al cuore dell’Africa e all’Atlantico è sogno e missione di gran parte dei popoli islamici appunto.

Da Maometto o Cristo che sia gendarmi dell’umanità e dai loro “bravi” Dio ci guardi, perché da soli pare proprio facciamo fatica a guardarci. In Occidente abbiamo paura e non ci dispiacerebbe un po’ di censura su noi stessi. Lo rileva Battista e soprattutto lo gridano i fatti. Tutti a dire, governi, premier, tv e gente comune, che il filmaccio anti Maometto fa schifo ed è pure di pessima qualità. Infatti fa schifo ed è di pessima qualità. E allora? Quante produzioni ideologiche, di propaganda o peggio anti Occidente il mondo islamico produce che fanno schifo e sono pure di pessima qualità? Ovviamente, giustamente nessuno chiede per questo vendetta o punizione.

Poi ci sono le vignette francesi e forse anche tedesche “intempestive” e “provocatorie”. Sarà, ma la misura della tempestività, della provocazione, della liceità e opportunità chi la dà? La risposta che corre e viaggia in questi giorni come saggia è: la misura la danno la sopportazione e la suscettibilità di quelli che altrimenti assaltano le ambasciate. Quindi, letteralmente, si tratta di una misura coranica che l’Occidente consiglia a se stesso di adottare. C’è nel cammino che porta a questo paradosso la stazione del buon senso, quella della realpolitik, quella della prudenza, quella della paura e perfino qualche traversina avanzata dei binari che portano sempre alla “Stazione di Monaco”. Monaco 1938, quando le democrazie occidentali sicure di pagare il prezzo della pace finanziarono invece la forza e la voglia di chi voleva la guerra.

Tutte stazioni più o meno inevitabili, più o meno nessuna può essere saltata e chi salta su e dice: si fa così e basta è uno di cui diffidare. Però una stazione ci sia risparmiata, quella della ipocrisia ignorante. Oggi l’Islam militante, di piazza e di governo, non marcia contro un video o una vignetta. Marcia contro un mondo “empio” che siamo noi e la cui esistenza, persistenza e contagio rende arduo ai veri fedeli conquistare la ricompensa nel mondo al di là di questa terra. Oggi l’Islam è la sola religione in questo senso militante sul pianeta. Nel senso in cui lo sono stati i cristiani quando andavano a evangelizzare gli indios sudamericani o i neri d’Africa o gli isolani del Pacifico.

Perciò ci sia risparmiato sostare alla stazione del “tutte le culture sono uguali”. Tutte hanno diritto ad esistere e convivere, non sono tutte uguali. Si cita spesso la frase che Voltaire mai disse: non condivido il tuo pensiero ma sono disposto a morire perché tu sia libero di esprimerlo. Sì, certo: è una frase “occidentale”, anzi illuminista che l’Occidente non a caso potè cominciare a pronunciare dopo aver separato non senza sangue Stato e Chiesa. Morirei per la liberà delle tue idee e non per altruismo, perché la libertà delle tue idee è la mia libertà. Ma se la tua idea è quella di uccidere la mia libertà, di ordinarmi come vivere, morire, pregare, fare famiglia, leggere, fare sesso, mangiare, pensare…allora l’Occidente illuminista non ha mai teorizzato il suicidio. Il morirei per la libertà delle tue idee dell’Occidente illuminista, quello che scopre la tolleranza, è morirei per un sistema di valori, per una cultura che è libertà e responsabilità dell’individuo. Chi nega entrambe, chi affida l’una alla Chiesa e l’altra allo Stato è altra e diversa cultura, non è uguale.

Cultura che non merita e chiede la “colonizzazione” da parte nostra. E neanche ostilità o esclusione una volta che fenomeni migratori portino nuclei di questa cultura sui territori europei o nord-americani. Cultura però, anche quella occidentale, che merita rispetto e cura. Non può, non deve essere “colonizzata”, anzi coranizzata dallo stabilirsi di una legge islamica valida per le comunità degli immigrati. Questo corpus di leggi violano quel che secondo la nostra cultura è diritto umano: donne e prole come proprietà del maschio, sessuofobia codificata ed esaltata…Sono le regole di sopravvivenza di comunità semi stanziali una dozzina di secoli fa, non possono esserci rivendute come leggi e costumi da “integrare” con i nostri. Si integrano le persone, non i precetti religiosi.

E quanto accade in questi giorni dovrebbe indurre l’Occidente a non aver paura, a non riflettere su quale autocensura lo salverà. Misura, responsabilità, cultura: l’Occidente stia dentro questo triangolo. E anzi dentro questo triangolo ci sta, eccome se ci sta, anche una punta di isolazionismo che invece appare politicamente scorrettissimo: nessuna guerra di religione o di civiltà e neanche ostilità o boicottaggio almeno da parte dell’Occidente verso l’Islam. Però riportare i soldati a casa e qualche volta anche i soldi…E, soprattutto, smetterla di finanziare, aiutare, armare “primavere”. Così, per prudenza, come quella invocata sulle vignette. Tanto per non ritrovarsi a fornire corda e sapone a chi ti mostra, minaccia e talvolta applica la forca.