Esodati furiosi e giornalisti scemi e/o infami

di Lucio Fero
Pubblicato il 26 Ottobre 2012 14:55 | Ultimo aggiornamento: 26 Ottobre 2012 15:03
Esodati, manifestazione Cgil, Cisl, Uil

Esodati, manifestazione Cgil, Cisl, Uil (LaPresse)

ROMA – Quanto scritto ieri nell’articolo “Fatevi esodati, diventate pensionati e non è detto sia cattivo affare” ha suscitato e prodotto una piccola valanga di reazioni furiose, in gran parte di “esodati” in carne e ossa che vivono la fatica di questa condizione e annaspano nell’incertezza dei loro diritti e redditi. Reazioni tutte, anche quelle intessute con il solo filo dell’insulto, che meritano un rispettoso tentativo di risposta. Anche se già so, purtroppo, che i più dei furiosi non vogliono risposte e dubbi ma solo una voce in più che faccia coro con la loro. In questo caso nessuna risposta risulterà non dico convincente ma neanche accettabile come base di discussione. Eppure, rispettosamente, provo a rispondere.

Per venire incontro alle mie ridotte facoltà mentali provo a sintetizzare e semplificare al massimo.

1) Chiunque si trovi nella condizione di non aver più un posto di lavoro e quindi un salario e uno stipendio e contemporaneamente nella condizione di non poter ricevere assegno pensionistico perché la riforma Fornero ha alzato i requisiti anagrafici merita di costituire “eccezione” di fronte alla legge stessa. Ed è socialmente giusto che il costo di questa “eccezione” alla legge sia messo in carico alla collettività sotto forma di fiscalità generale che finanzia appunto l’eccezione.

2) Per definire questa condizione ho usato la formula “duri e puri” che evidentemente si prestava ad essere fraintesa come irridente. Non era nelle intenzioni ma comunque, se ha fatto questo effetto, vuol dire che era una formula sbagliata. Facciamo “cornuti e mazziati” e, credo, eliminiamo così almeno questo equivoco.

3) Chiunque, in un arco di tempo da definire e comunque limitato, venga a trovarsi in una condizione analoga a quella dei “cornuti e mazziati” a seguito di accordi individuali e aziendali non è automaticamente anche lui una “eccezione” alla legge. E’ mia opinione e non solo mia che situazioni del genere che certo si creeranno vadano valutate accordo per accordo, azienda per azienda e non tutte rubricate e trattate allo stesso modo. Si può essere d’accordo o meno ma non ci si può scandalizzare o addirittura indignarsi se si rileva che, nel caso tutti da qui al 2014 o al 2017  fossero riconosciute eccezioni alla legge, allora la legge di fatto entrerebbe in vigore solo dalla data in cui scadono le eccezioni per tutti.

4) Si possono considerare le pensioni di anzianità, in vigore in Italia e solo in Italia fino a ieri, come un diritto acquisito e scippato dalla Fornero e da Monti, un presidio di giustizia sociale e comunque qualcosa che dio me l’ha dato e guai a chi lo tocca. Si può e infatti molti, moltissimi le giudicano così. Oppure si può giudicare l’istituto della pensione di anzianità una stortura, una ingiustizia sociale oltre che un suicidio finanziario. Non è questo il luogo del dibattito che infatti dura da decenni. Quel che è certo è che la questione detta degli esodati nasce dall’abolizione dell’istituto della pensione di anzianità. Consentire da qui al 2014 o al 2017 di andare su larga scala in pensione con le “vecchia” età altro non è che il ripristino a tempo della pensione di anzianità.

5) Chiunque pensa che la sua aspettativa di andare in pensione come prima, 35 anni di contributi e 58 di età, sia un diritto scippato del quale tentare di rientrare in possesso merita a mio modesto avviso rispetto e comprensione ma non solidarietà. Rispetto e comprensione per la dimensione umana del suo dispetto e disillusione, ma non solidarietà politica e sociale perché in pensione a 58 anni con 35 anni di contributi pagati significa avere dalla collettività in forma di assegno pensionistico abbondantemente più di quanto si è versato, avere e pretenderlo. E questo sarà anche molto popolare ma è tutt’altro che equo.

6) Non è vero che non esistano accordi individuali per lasciare il lavoro opportunamente “incentivati”. Certamente non riguardano operai e mansioni di minimo e medio livello in azienda. Ma esistono eccome e chi avesse ottenuto due o tre anni di stipendio come incentivo a lasciare e poi si fosse trovato a non poter “saltare” subito alla pensione causa nuova legge a me non sembra proprio nella identica condizione di chi a fine mese non vede né una busta paga né un assegno.

7) E’ vero che all’ultima rilevazione l’età media dell’andata in pensione in Italia è risultata di circa 61 anni. Però la media nel 2011 era ancora di 59, 7 anni. E comunque la media in quanto tale indica che moltissimi in pensione ci vanno ancora prima dei 60 anni. Non è il caso di sventolare cifre ma ricordo cifre sulle quali nessuno, proprio nessuno ha da contestare: dai 55 anni in poi in Italia lavora una percentuale della popolazione di gran lunga inferiore alla media europea, per non parlare di Usa, Canada e Australia. E non sono tutti anziani homeless, non sono loro i disoccupati senza reddito, questo ruolo in Italia lo abbiamo lasciato quasi per intero ai giovani. Nè alcuno può contestare che l’Italia spenda in previdenza, cioè in pensioni, una quota di Pil maggiore dei paesi omologhi, il primo e maggiore capitolo di spesa nostro Stato sociale è la previdenza. Nè alcuno può contestare che in Italia vengano pagati circa 23 milioni di assegni pensionistici, magari di bassa entità, però uno ogni due abitanti e mezzo, neonati compresi.

8) La reintroduzione di fatto delle pensioni di anzianità o almeno il tentativo di reintrodurle più o meno surrettiziamente infilandole più o meno di straforo nella questione esodati non è una mia fantasia. Il ministro Vittorio Grilli e lo stesso Mario Monti hanno loro coniato l’espressione, anzi il timore degli “esodati usati come il cavallo di Troia per smontare la riforma Fornero”. Dire questo non vuol dire che il cavallo è il responsabile e il colpevole dell’attacco e del trucco, caso mai “i greci”. Si può ritenere Grilli, Monti e tutto il governo una banda di affamatori ma questa, come dire, è legittima opinione e solo opinione.

9) E’ comprensibile un microscopico choc ma pur sempre choc culturale dopo molti anni in cui l’opinione pubblica è stata allevata e carezzata all’insegna della regola secondo la quale il giornalismo è bravo e di successo quando tifa ed eccita la tua squadra. Per capirci, Sallusti e Feltri e/o Santoro e Travaglio. E’ questo il modello, questo lo schema di gioco, queste le partite più viste, queste le squadre che vincono gli “scudetti” dell’audience e del consenso. Comprensibile quindi lo choc minimo e l’incredulità massima di fronte a un testo che non parte dall’idea dominante: quanti mi applaudiranno? Con quanti riesco a stare con quello che dico e scrivo? Mio compito è stare con il maggior numero possibile! Uno che non fa così deve essere scemo, oppure infame. Infatti qualche “furioso” arriva alla comica ma rivelatrice richiesta di “radiazione dall’Ordine”. Nella sua feroce ingenuità il richiedente radiazione pensa che l’Ordine debba vigilare sul fatto che il giornalista cerchi sempre di dare ragione a chi lo legge. Con parole gentili e, se necessario, omettendo fatti e numeri.

10) Choc o non choc, il sentire comune a tutti i protestatari furiosi per cui una lettura dei fatti diversa da quella a loro cara può essere frutto solo di idiozia (“fatti vedere da uno bravo…”) oppure da malafede (“chi e quanto ti hanno pagato…”) richiede almeno un esercizio minimo di contrappasso, una specie di prova del nove. Chi è tanto certo che l’altro da sè sia scemo e/o infame, tanto da scriverlo nero su bianco e condividerlo in web, si domandi un momento cosa proverebbe di fronte a simmetrica valutazione. Se qualcuno gli dicesse che dice quel che dice e pensa quel che pensa solo perché nulla riesce a capire, reso incapace di intendere dal suo interesse immediato. O che dice quel che dice e pensa quel che pensa solo perché oltre al cieco bisogno lo spinge anche una callida voglia di approfittare della situazione, come reagirebbe? Si sentirebbe offeso e furente.

Conclusione o forse premessa: non mi sento né offeso e neanche furente nonostante gli scemo e/o infame ricevuti. Chi ha rapporti con l’opinione pubblica fa presto a imparare che l’opinione pubblica ha diritto ai suoi furori e alle sue emozioni. In particolare l’opinione pubblica italiana educata a ricercare mai sugli organi di in formazione il ” ma guarda, questo non lo sapevo” e sempre il “viva, la pensi come me” oppure “muori, stai con gli altri”. Chi ha rapporti con la pubblica opinione da tanto tempo e non sui campetti di periferia (che tenera ingenuità quella protesta che accusa di “ricerca di notorietà”) ma nei grandi “stadi” mediatici dove l’opinione pubblica spesso si raduna, sa e accetta che va rispettata anche nelle sue grida e nei suoi cori da curva. Come sa che altro è il suo ruolo, non rispondere con altri e simmetrici cori ma coltivare il dubbio dell’essersi sbagliati, della necessità di verifica, della possibilità che perfino dentro il coro ultras ci sia almeno la possibilità di una nota di interesse generale.

Quindi grazie, anche degli insulti. Non li userò come schermo, alibi per non continuare a pormi il dubbio di un errore. Altra cosa però è rinunciare al dissenso perché sotto scomunica. Quel che purtroppo sempre più spesso chiede la pubblica opinione. Dopo 30 anni di frequentazione con la pubblica opinione e i suoi “stadi” sia consentito una sola osservazione: la qualità del pubblico è peggiorata almeno tanto quanto la qualità del gioco, e, come dice la canzone, nessuno si senta escluso .