Schema A: Letta non fa. Schema B: Napolitano non vuole. Schema C: Renzi fregato

di Lucio Fero
Pubblicato il 10 febbraio 2014 10:23 | Ultimo aggiornamento: 10 febbraio 2014 10:24
Schema A: Letta non fa. Schema B: Napolitano non vuole. Schema C: Renzi fregato

Enrico Letta e Matteo Renzi (foto Lapresse)

ROMA – Va molto raccontarla, addirittura spiegarla, come fosse una partita di calcio. Quindi prima di tutto gli schemi di gioco, una volta si chiamavano scenari, insomma quel che può succedere rimbalzando tra governi corti, medi, lunghi ed elezioni subito, l’anno prossimo oppure nel lontano 2018.

Schema A: governo Letta che dura quanto Letta aveva assicurato che sarebbe durato il giorno in cui ebbe la prima fiducia dalle Camere. Cioè governo che termina il suo mandato e il suo tempo alla fine del semestre di presidenza italia della Ue, cioè il 31 dicembre 2014. Così aveva detto Letta al Parlamento, così era nata la sua “missione” con il beneplacito, e qualcosa in più, di Napolitano. Il patto insomma era di votare nel 2015 dando al governo Letta un anno e mezzo abbondante per creare le condizioni di stabilità politica per andare a elezioni anticipate (si è votato nel 2013) senza che queste risultassero elezioni…disperate. E, soprattutto, un anno e mezzo abbondante per non certo guarire ma dimettere dall’ospedale sì la situazione economica e sociale.

Problema, grosso come una casa, anzi due: il governo Letta è in macroscopico ritardo sulla sua “missione”. Non stabilizza il paese politicamente e, quel che più gli spetta, non costruisce né riparo né ripresa economica. In ritardo e non sembra proprio sia in grado di recuperare. Anzi, tende a star fermo, ad aspettare che passi l’eterna nottata italiana. Un governo che “galleggia”, termine e figura che Letta respinge ma appunto la lingua batte dove il dente duole.

Ipotetica soluzione: il cosiddetto “rimpasto” o il cosiddetto “Letta 2”. Le due cose possono coincidere o no ma la sostanza resta la stessa. In entrambi i casi un più o meno vasto cambio di nomi alla guida di ministeri. Non necessariamente disdicevole cosa, di certo misera cosa rispetto alle dimensioni del problema di cui sopra. Per “fare” nel corso dei prossimi dieci mesi occorrerebbe al governo Letta una volontà e capacità di rischiare una maxi manovra economica che taglia tasse sul lavoro e recupera spesa pubblica nelle dimensioni di almeno una ventina di miliardi. Non si vede come possa riuscirci un governo che non riesce a varare un bonus libri di 50 milioni e si incarta perfino sulla Rc Auto.

Schema B: si prende atto che Letta non ce la fa e si va ad elezioni anticipate nel 2014.

Problema numero uno: Napolitano non vuole e non è soltanto un capriccio del Quirinale. Sono in molti a temere in ottima fede che comunicare al mondo e ai mercati che l’Italia ricomincia per l’ennesima volta dalle urne, ricomincia la sua lettera di riforme da “carissimo amico”, sia come scrivere una lettera di resa. E sia, soprattutto, il segnale perché l’Italia conosco ulteriore sospensione degli investimenti, dell’occupazione, del reddito. D’altra parte comincia ad essere un circolo vizioso: non si vota perché prima serve un governo effettivo della cosa pubblica italiana, un governo effettivo della cosa italiana non c’è e quindi che si fa, non si vota mai? E qualcuno di coloro che stimano il danno economico da elezioni nel 2014 perché non comincia a stimare anche il danno economico e sociale di un altro anno di governo boa, che galleggia e non naviga anche se sembra si muova tanto ad ogni onda?

Problema numero due: se si vota nel 2014 con quale legge elettorale si vota? Quella sostanzialmente proporzionale uscita dalla sentenza della Corte Costituzionale o quella sostanzialmente maggioritaria che il Parlamento ha appena cominciato a discutere. A seconda della legge con cui si vota cambiano i comportamenti dell’elettorato e quindi i risultati e quindi gli schieramenti e quindi…tutto o quasi.

Ipotetica soluzione: si vota con la legge elettorale nuova, quella sulla quale hanno stretto accordo Renzi e Berlusconi, però emendata in maniera tale che possano starci soddisfatti anche i partiti piccoli, insomma con il premio di maggioranza ma anche tutti i partiti in Parlamento, con i collegi uninominali o le preferenze e anche una quota di indicati dai partiti…E ci si mette d’accordo nell’abolire il Senato prima che si vada a votare. Altrimenti sarà ufficialmente il paese più pazzo del mondo con la possibilità di un ballottaggio doppio, uno per la Camera e uno per il Senato e poi che si fa, si tira in aria una moneta? Ipotetica soluzione, molto, molto, molto ipotetica.

Schema C: si fa un governo che prova ad arrivare alla fine della legislatura, al 2018. Lo si fa con il Pd, Ncd, l’arcipelago di sigle di quella che una volta fu Scelta Civica, magari qualche parlamentare nel frattempo diventato ex M5S, magari qualche volta anche con l’aiuto parlamentare di Sel. E tutto questo senza passare dalle elezioni, cioè senza esplicito e diretto mandato elettorale. Ci vuole molta fantasia, fantasia temeraria. Romano Prodi, pensando al Pd, l’ha definito il “suicidio politico” numero due, dopo quello che l’Ulivo praticò su se stesso nel 1998.

Ipotetica soluzione: a fare il presidente del Consiglio di questo governo ci va Matteo Renzi. Molto, molto ipotetica soluzione: Matteo Renzi non ci va a Palazzo Chigi senza passare per la stazione elettorale. Non perché non voglia fare il capo del governo, anzi se lo sogna la notte. Ma perché sa che se ci va con questo tipo di governo e senza passare dal voto sa dove arriva: non al 2018 ma al capolinea, anzi al deposito entro il 2015. Lui, il Pd e “tutto il cucuzzaro” al deposito dopo essere passati per il tritacarne. Un governo e un premier “non votati dagli elettori” nella tenaglia delle due opposizioni (Berlusconi e Grillo) e soprattutto nella impossibilità materiale di fare granché di diverso (stile a parte) da quel che Letta ha potuto o saputo fare.

Lo Schema A è quello per cui Renzi si è preparato. Sopporterebbe anche lo Scema B, cioè le elezioni. Anche fossero con il proporzionale. Lo Schema C è quello che ammazza Renzi e lui lo sa. Lo ha anche detto (“Ma chi ce lo fa fare?”). Ma fanno finta di non credergli.

Lo Schema A è quello che sta bene a Berlusconi, come bene gli sta lo Schema B. Berlusconi e Forza Italia una sola cosa concreta fanno da 20 anni: campagna elettorale. Farla da oggi a maggio o ad ottobre o a primavera 2015 in fondo per Berlusconi cambia poco. Lo Schema C, il governo lungo, a Berlusconi dà un po’ fastidio. Forse anche più di un po’. A lui personalmente, l’anagrafe incalza. E a Forza Italia che, alla lunga, senza detenere potere qua e là nel paese, un po’ si scolla.

Lo Schema C è quello che Beppe Grillo si augura quando prega le divinità della politica: la meraviglia di un Renzi che di “dalemizza”, che diventa premier di un governo con Alfano, di un governo “inciuciato” e dichiara al paese di voler restare lì inchiodato per anni e anni, un governo “impostore”. E’ latte materno per M5S, garantisce salute e crescita del Movimento. E garantisce la distruzione dell’antagonista elettorale, Renzi appunto. Disposto ad accontentarsi Grillo anche dello Schema B, le elezioni subito, purché siano con il proporzionale s’intende.

Ecco come si muovo i tre protagonisti principali (Grillo, Renzi, Berlusconi) tra Schema A o B o C. Ci sono poi guest stars (Napolitano, Letta) e parti e soggetti minori: la Lega, Sel, Ncd…C’è anche la sinistra Pd che va segnalata. La dipinge e inquadra perfettamente una vignetta sul Corriere della Sera: il papà di sinistra dice al figliolo “la sinistra Pd vuole Renzi a Palazzo Chigi”. Risponde il bimbo che ha capito e conosce la sinistra: “Per fargli che?”.

Primi attori, comprimari, figuranti e Schemi. A o B o C. Tanto per sapere quali sono, come funzionano a chi convengono.

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